L’ultimo rifiuto di avere l’Europa, Gran Bretagna compresa, al tavolo delle trattative per l’Ucraina dovrebbe chiarire che, nella visione russa, il peso di Berlino e Parigi, Londra e Madrid, Roma, Vienna e Varsavia, e altri, è nullo. Bruxelles neppure esiste, testa di una Ue che Mosca, da 75 anni, sta cercando di svuotare di ogni significato.
Il presidente Vladimir Putin, all’inizio del suo attuale viaggio in India, è stato sull’Europa chiarissimo. Ed è chiaro che, sul piano diplomatico, per Mosca l’Europa è come quella del 1945. L’avevamo capito da tempo, ma ora è evidente e serve quindi avere qualche idea su come Mosca vedeva nel 1945 il futuro dell’Europa. Per andare verso le origini di come lo vede oggi. Troppi vanno ammantandosi di pacifismo, vanno ripetendo che la Russia vuole il nostro bene.
L’Europa del ‘45 e i rapporti con la Russia
Ancora all’inizio del 1945 le idee occidentali su Stalin e i suoi obiettivi non erano affatto chiare. O meglio, Winston Churchill aveva cercato in ogni modo di evitare che la sfera sovietica si espandesse troppo in Europa, insistendo tra l’altro per uno sbarco, il D-Day, nell’alto Adriatico e non sulla costa atlantica francese, come chiesto da Stalin. Franklin Roosevelt invece aveva giurato agli americani che il mondo postbellico sarebbe stato un mondo di pace e democrazia, grazie alla collaborazione fra Washington e Mosca, e aveva mandato a dire agli europei che dovevano abituarsi a convivere con il Cremlino, destinato del resto a migliorare grazie ai contatti con la tradizione europea, rinata una volta eliminati nazismo e fascismo.
Solo nelle ultime settimane di vita – morì a metà aprile ’45 – Roosevelt dette ascolto ai pochi che gli chiedevano prudenza con Stalin, a partire dal suo uomo di fiducia e suo stretto alleato Averell Harriman, il ricco finanziere mandato ambasciatore a Mosca, e dal braccio destro di Harriman, il diplomatico di carriera George F. Kennan.
Nel settembre ’44, rispondendo a un quesito di Washington sulla visione Urss del futuro europeo, Harriman aveva parlato del concetto russo di sicurezza, che implicava l’ingerenza nei Paesi vicini, aggiungendo: “Ciò che mi spaventa, tuttavia, è che quando un Paese incomincia ad estendere la propria influenza con metodi spicci oltre i propri confini, in nome della sicurezza, è difficile capire come si possa tracciare un limite… Se si accetta la linea che l’Unione Sovietica può invadere in nome della sicurezza i suoi vicini, l’invasione del successivo vicino diventa a un certo punto altrettanto logica. Al momento, credo, si aspettano che gli forniamo un via libera per fare ciò che vogliono con i loro immediati vicino dell’Ovest”.
La visione russa
In quegli stessi mesi tre diplomatici di punta delineavano, su richiesta del ministro degli Esteri Vyacheslav Molotov, la visione russa del futuro. L’ex ambasciatore a Londra Ivan Maisky e l’ex ministro degli Esteri Maxim Litvinov, presidente di una speciale commissione sull’ordine postbellico, si occupavano di Europa. Vedevano un solo Paese militarmente forte, l’Urss, con severi limiti di riarmo imposti anche alla Francia. Una Gran Bretagna potenza di mare (e rovinata finanziariamente). Una Germania ovviamente demilitarizzata, e deindustrializzata. Gli altri, bazzecole, l’Italia per prima. Litvinov indicava i Paesi che sarebbero entrati nell’area sovietica, quelli poi entrati davvero, nessuno per libera scelta, più Svezia (sì, la Svezia) e la Turchia, che non fu possibile poi coinvolgere. L’Europa occidentale sarebbe stata area britannica, con in mezzo una zona neutrale. Un terzo affresco era affidato al giovane ambasciatore a Washington, Andrei Gromyko, che si occupava del ruolo futuro degli Stati Uniti e dei rischi che ne derivavano per Mosca, soprattutto in Europa.
La svolta del Piano Marshall
Tre anni dopo, nell’estate del 47, questi affreschi dovevano essere in parte notevole archiviati. Gli Stati Uniti, anno cruciale il 1947, avevano deciso di tornare in Europa. Il Piano Marshall era frutto di una lunga permanenza a Mosca del ministro degli Esteri americano, George Marshall, per una complicata conferenza diplomatica sul futuro della Germania e dell’Europa. Aveva capito che peggio l’Europa stava più Stalin era contento e così già sul volo di ritorno vennero gettate le basi del Piano Marshall, che sarà annunciato a giugno. Da qui, il Patto Atlantico e i primi passi di quella che diventerà la Ceca, poi il Mec, poi la Ue. E la fine quindi del progetto di Mosca di un’Europa a guida russa. Gromyko aveva avuto ragione, Washington aveva saputo appoggiare l’Europa, era davvero pericolosa.
La vocazione suicida a nome MAGA
Su tutto questo la seconda presidenza Trump, attentamente preparata e senza più – a differenza della prima – il freno degli uomini (repubblicani) dell’establishment, ha messo una pietra tombale. Il come e perché non esista più l’America non manca in questi tempi di analisi, non tutte di adeguato valore ma comunque abbondanti. Qui ci limitiamo a citare un recentissimo articolo di Stephen Holmes, giurista alla New York University, uscito e divulgato sul Project Syndicate, e che dà una spiegazione chiara e vera, sotto il titolo MAGA Death Wish, traducibile con un “La vocazione suicida a nome MAGA”. Tutto nasce da un sogno nel passato, di un’America che non è mai davvero esistita ma assomiglia a quella degli anni 20 e poi, a guerra finita, a quella arrivata attorno al 1955-56, e come tutti i sogni del passato chi li coltiva sa solo distruggere, alla ricerca vana di quel passato, e non costruire: “…distruggere le istituzioni, i programmi, le alleanze, la ricerca, gli investimenti, che altrimenti potrebbero continuare a costruire un futuro diverso dall’agognato passato”.
C’è una nota lettera del 1954 del presidente Dwight Eisenhower a suo fratello Edgar, che si faceva megafono dell’insofferenza di vari amici suoi per la scarsa disponibilità del presidente a smantellare le riforme del New Deal, e vario altro venuto dopo, con Harry Truman, tra cui il sostegno all’Europa. Eisenhower faceva un sommario elenco dei protestatari, e concludeva: “Il loro numero è negligible (trascurabile ndr.), e sono stupidi”. Purtroppo 70 anni dopo il loro numero non è negligible.
