Si è appena conclusa la prima stagione di “Pluribus”, la nuova serie Apple TV di Vince Gilligan, l’autore che, insieme a Peter Gould, ha creato “Breaking Bad” e “Better Call Saul”, per un totale di 126 premi e 440 nomination.
Al centro della nuova serie è Rhea Seehorn – la Kim Wexler di Better Call Saul, avvocata grintosa e sodale di Saul Goodman – chiamata in “Pluribus” a reggere l’intera architettura emotiva del racconto.
Pluribus in unum
Interpreta Carol Sturka, scrittrice frustrata di feuilleton di successo e irriducibile sopravvissuta al Joining (Unione): un evento improvviso e catastrofico che le ha strappato la compagna Helen. È accaduto che un virus alieno, di cui non si conosce la natura, ha colpito l’intera umanità, trasformandola in un’unica mente collettiva con la promessa di eliminare menzogna, malvagità, violenza e instaurare la felicità collettiva.
“Pluribus” deriva la sua denominazione da uno dei motti nazionali degli Stati Uniti d’America, “E[x] pluribus unum“ – da molti, uno – che campeggia sullo stemma della nazione in un cartiglio dorato stretto nel becco dell’aquila.
Il senso della serie è però opposto a quello del motto e può essere reso come “Pluribus in unum”: non più da molti, uno, a indicare pluralismo nell’unione, ma molti nell’uno, betonaggio della pluralità in un unico amalgama collettivo.
È precisamente questo il joining nell’universo narrativo di Gilligan: “gli altri”, gli omologati, si muovono e pensano all’unisono, condividendo una conoscenza totale. L’identità personale si dissolve nel nome del bene comune.
Noi ed io
Non dicono più “io”, ma “noi”. Carol, non omologata, è un’anomalia vivente, una non-joined che può destabilizzare il sistema. Non può però essere eliminata: il codice morale pubblico del nuovo ordinelo vieta.
Deve invece essere persuasa a entrarvi volontariamente. La strategia è duplice: mostrarle la magnanimità del sistema, capace di soddisfare ogni capriccio e anche sedurla, oppure confinarla in una solitudine dorata e alienante.
Più spesso, combinando astutamente entrambe le modalità. È in questo spazio liminale, tra promessa di felicità e minaccia di isolamento, che “Pluribus” colloca il proprio conflitto fondamentale.
L’universo narrativo di Pluribus trasforma il senso del Natale – pace, armonia, comunione degli spiriti – in un precetto normativo stabile per l’umanità. Ogni giorno è Natale: serenità imposta, condivisione forzata, assenza di conflitto.
Ma questo Eden collettivo è anche posticcio e si infrange contro la resistenza di Carol Sturka, che resta l’unica presenza autenticamente umana in un New Mexico silente, teatro del suo conflitto esistenziale.
Il paesaggio
Uno dei meriti, tra i molti, di Vince Gilligan è la capacità di integrare nel tessuto narrativo gli elementi climatici, geologici, faunistici e antropici del New Mexico, elevandoli a veri e propri dispositivi narrativi.
Il paesaggio, nelle sue cromie intense, sature e aride, smette di essere sfondo e diventa significato: dà senso ed è motore semantico del racconto, articolandone temi centrali come solitudine, fragilità, persistenza, asprezza, vastità morale.
È lo stesso paesaggio che ha colonizzato l’immaginario pittorico di Georgia O’Keeffe: giunta nel New Mexico da New York, ne fece il baricentro della propria ricerca e della iconografia degli ultimi quarant’anni della sua attività.
Il furto di Carol
Torniamo a Carol. Siamo nell’episodio 7, “Il vuoto”. La solitudine inizia a farsi sentire: “gli altri” hanno scelto di allontanarsi, lasciandola sola con la sua ostinata resistenza. Intorno a lei restano solo cose e animali.
Ora che la città è tutta sua compie un gesto simbolico. Sale su una Rolls-Royce rubata, ancora decorata con la scritta “Just Married”, e guida fino s Santa Fe, 90 chilometri a nord di Albuquerque.
A Santa Fe entra nel Georgia O’Keeffe Museum, luminoso e deserto. Da una parete stacca Bella Donna di Georgia O’Keeffe e, una volta rientrata a casa, sostituisce nel soggiorno la riproduzione del quadro con l’originale.
Si siede a contemplarlo, cercando in quell’aura di autenticità il conforto che le persone non possono più offrirle. Ma è un sollievo effimero: la roba, anche la più preziosa, non può sostituire gli esseri umani.

Se tutto è possibile
Carol non compie questo furto per denaro. Non esiste più un mercato dell’arte, né collezionismo: non c’è scambio, non c’è valore economico. Il virus ha fatto scomparire la necessità, il bisogno. La tecnologia si è presa carico di tutto.
Quello di Carol è un gesto più disperato e profondo, più esistenziale: nasce dal suo essere radicalmente e irrimediabilmente sola mentre “gli altri” vivono appagati e connessi nell’alveare-Comune.
In teoria Carol può fare tutto. Giocare a golf con i bisonti, cenare nei ristoranti più lussuosi di Las Vegas, fare il bagno nuda nel calidarium. È una libertà assoluta, lussuosa, vertiginosa: quella che, a parole, tutti desideriamo.
Chi di noi non vorrebbe entrare al Louvre, staccare La Gioconda di Leonardo da Vinci e appenderla nel proprio salotto? O cenare ospite nei ristoranti più esclusivi del mondo? O viaggiare in Rolls-Royce?
Questa libertà sconfinata sta, però, distruggendo Carol. Non dà senso a niente, e anche il tanto ammirato dipinto finisce per creare un cortocircuito perfetto tra la capacità consolatoria dell’arte e l’impossibilità di condividerla.

Bella donna
Il dipinto che Carol sottrae al museo di Santa Fe e appende nel proprio soggiorno, forse non è scelto a caso da Gilligan. Si tratta di Bella Donna di Georgia O’Keeffe, un dipinto a olio del 1939 grande quanto un poster.
Raffigura due ampie corolle di belladonna, fiore lussureggiante e velenoso. Una è aperta e lascia intravedere l’intimità; l’altra, inclinata, nasconde il pistillo. Petali carnosi, pieghe vorticose. Una sensualità intensa, ambigua.
O’Keeffe dipinge così una metafora perfetta: qualcosa che attrae fatalmente mentre intossica e annienta. È ciò che rappresenta Zosia, l’avatar incaricata di prendersi cura di Carol e di condurla nel gregge della Comune.
Carol inizia a sentirne il fascino, a provarne attrazione, pur sapendo che Zosia è una presenza affascinante, dolce, premurosa ma priva di volontà propria: un simulacro programmato, un doppelgänger. Un sosia, appunto.
Il dipinto che Carol contempla nella sua solitudine assoluta diventa così lo specchio di un desiderio impossibile che comincia a consumarla: desiderare ciò che promette conforto, ma conduce all’annullamento della propria identità.
Originale e copia
C’è un ulteriore livello di lettura. I fiori monumentali di O’Keeffe furono interpretati dai critici – prevalentemente uomini – come simboli della sessualità femminile. Un’interpretazione che persiste ancora oggi. O’Keeffe respinse sempre con forza questa lettura, come riduttiva e sessista. Sosteneva di dipingere fiori, ingranditi per costringere le persone a guardarli davvero, a osservarli nella loro intimità.
Eppure l’ambiguità erotica delle forme rimane innegabile, inscritta nella materia e nelle aperture stesse dei fiori dipinti dalla pittrice, che ne realizzò oltre duecento nel corso della sua vita.
Gilligan potrebbe avere scelto Bella Donna per questa stratificazione: Carol contempla il fiore come paradigma del corpo femminile, mentre inizia a sentire un desiderio atterrente per Zosia.
Il dipinto condensa queste tensioni esistenziali e pulsionali. Succede così che dopo l’episodio 7 si apre un capitolo nuovo nella vita di Carol, forse irreversibile, certamente drammatico.
Le terre di Georgia
Resta affascinante, e non ambiguo, il legame tra il paesaggio del New Mexico e l’opera pittorica di Georgia O’Keeffe, che ha trasformato quelle terre in un patrimonio dell’immaginario universale.
Nel dicembre 2025 il New Mexico ha annunciato un piano per proteggere 2.400 ettari a Ghost Ranch, dove O’Keeffe viveva e lavorava. Le viste che ispirarono dipinti come My Front Yard, Summer, 1941 saranno così preservate.
Un piano pubblico-privato di tutela, promosso dalla governatrice democratica del New Mexico, preserva legalmente questo paesaggio, consegnato alla storia dell’arte da una delle maggiori artiste del Novecento.
Anche il Cerro Pedernal, la mesa dalla cima piatta dipinta più volte da O’Keeffe, è ora vincolato. Lo sviluppo edilizio minacciava le aree intorno al lago Abiquiú, che saranno in questo modo mantenute intatte.
Preservare i luoghi dell’arte significa custodire le radici dell’atto creativo. Come sarebbe impossibile comprendere il Perugino senza il paesaggio umbro, similmente l’opera di O’Keeffe resta inseparabile dalle terre che l’hanno ispirata.
Senza questi luoghi del New Mexico, visibili nel loro stato originario, i dipinti di O’Keeffe rischierebbero di ridursi a pure astrazioni, recise dalla realtà fisica e spirituale da cui sono nate. E nessuno lo vuole, neppure gli immobiliaristi.