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Pir alternativi e Pir tradizionali: le 5 (importanti) differenze

Con il decreto Rilancio i Pir si sdoppiano. Gli investitori potranno scegliere tra Piani tradizionali e Piani alternativi: ecco le differenze (e le similitudini) più importanti e le principali novità introdotte dalla nuova normativa

Pir alternativi e Pir tradizionali: le 5 (importanti) differenze

Dai Pir tradizionali ai Pir alternativi. Con il decreto Rilancio approvato a maggio i piani individuali di risparmio si sdoppiano, ma mantengono il loro scopo primario, quello di convogliare il denaro degli investitori verso l’economia reale e le pmi italiane. Un obiettivo che diventa ancor più importante in un periodo in cui piccole, medie e grandi imprese lottano per la loro stessa sopravvivenza dopo le ferite quasi mortali inflitte ai loro fatturati dalla pandemia di coronavirus che ha bloccato l’Italia per oltre due mesi.

I Pir alternativi sono stati costruiti con l’obiettivo di far affluire risorse alle piccole e medie imprese non quotate, il cui accesso al capitale è ancora più complesso in una fase di forte pressione creata dall’emergenza sanitaria”, spiega Fabio Galli, direttore generale di Assogestioni che ha ideato e promosso con forza questi nuovi strumenti. 

Il meccanismo di funzionamento dei Pir alternativi è molto simile a quello dei Pir tradizionali, così come il vantaggi fiscali che i nuovi strumenti garantiscono. Ci sono però delle differenze fondamentali che rendono i piani alternativi difformi ma complementari ai primi: cambiano le soglie di investimento e dunque il target di investitori a cui si rivolgono, cambiano i vincoli di concentrazione dei risparmi e si amplia la gamma di prodotti da poter inserire nel fondo. Vediamo, nel dettaglio, quali sono le novità. 

PIR ALTERNATIVI E PIR TRADIZIONALI: GLI STESSI VANTAGGI FISCALI 

Partiamo da una similitudine che piacerà agli investitori. I nuovi Pir alternativi previsti dall’articolo 136 del decreto Rilancio hanno un meccanismo di funzionamento identico a quello dei pir tradizionali: gli investitori che sottoscrivono un piano individuale di risparmio e mantengono l’investimento per 5 anni possono contare su una totale detassazione sugli utili, sul capital gain, sui dividendi e sono esentati dal pagamento delle imposte di successione. 

Il vantaggio fiscale che nel 2017 aveva determinato una vera “corsa ai pir” rimane dunque immutato e resta a disposizione di chiunque decida di usufruire di un pir tradizionale o di un pir alternativo. 

PIR ALTERNATIVI E PIR TRADIZIONALI: LA COMPOSIZIONE 

Confermata anche per i Pir alternativi la regola che stabilisce che il 70 per cento del valore complessivo del fondo debba essere investito in strumenti, anche non quotati, emessi o stipulati da imprese residenti in Italia o in Stati europei aventi attività stabile in Italia.

Proprio a questo punto però arriva la prima, fondamentale differenza. L’ultima normativa sui Pir tradizionali, approvata a fine 2019, stabilisce che di questo 70%, almeno il 25% debba essere investito in  strumenti finanziari di imprese diverse da quelle inserite sul Ftse Mib o su indici equivalenti. Il 5% del 70% invece va investito in strumenti di imprese diverse da quelle del Ftse Mib e del Ftse Mid Cap.  

Quali sono le regole per i Pir Alternativi? Secondo quanto stabilito dal decreto Rilancio l’intera percentuale da investire in imprese italiane o aventi attività stabile in Italia (dunque sempre il 100% del 70%) deve essere destinata a strumenti di imprese diverse da quella quotate sul Ftse Mib e sul Ftse Mid Cap o su indici equivalenti. La somma può essere inoltre investita in prestiti erogati a queste imprese o in crediti delle stesse. 

Parlando in parole povere, con queste regole la maggior parte dell’investimento si dirige verso imprese più piccole e al momento più in difficoltà a causa dell’emergenza coronavirus. 

IL LIMITE DI CONCENTRAZIONE: DAL 10 AL 20%

Altra differenza tra Pir tradizionali e Pir alternativi riguarda il limite di concentrazione degli investimenti previsto per gli strumenti emessi dalla stessa impresa o dallo stesso gruppo: per i primi la soglia è stata fissata al 10%, per i secondi si sale al 20%.

PIR ALTERNATIVI E PIR TRADIZIONALI: I PRODOTTI

I Piani individuali di risparmio possono essere descritti come dei contenitori fiscali che contengono diversi strumenti finanziari, tra cui azioni, obbligazioni, derivati, OICR, contratti di assicurazione sulla vita e di capitalizzazione e via dicendo. Con i Pir alternativi la gamma di prodotti si amplia ancora. Come spiega Assogestioni, “considerato l’oggetto di investimento tipicamente illiquido, si prestano a essere realizzati soprattutto tramite l’utilizzo di strumenti per i quali non sussistono i problemi di liquidità tipici dei fondi aperti: Eltif, fondi chiusi di private equity, fondi di private debt”. 

PIR ALTERNATIVI: SI PUÒ INVESTIRE DI PIÙ 

Cambiano anche le soglie d’investimento. I risparmiatori che decidono di puntare sui Pir tradizionale possono investire fino a 30mila euro l’anno per un totale di 150mila euro in 5 anni. Con i Pir alternativi invece il limite si alza (e di parecchio): fino a 150mila euro in un anno e fino a 1,5 milioni di euro in totale. 

CAMBIA DUNQUE LA CLIENTELA

Il maggior rischio che i Pir alternativi comportano e le più alte soglie di investimento consentite implicano per forza di cose un differente target di riferimento. Se gli strumenti originali si rivolgono a una clientela retail, gli alternativi puntano su una fascia più alta, denominata “affluent” o su un investitore private, vale a dire soggetti con patrimoni più consistenti e maggior propensione al rischio.

COME SE LA PASSANO I PIR TRADIZIONALI

Concludiamo facendo un breve accenno all’oggi, ma anche a ieri. Dopo il boom registrato nel 2017 (10,9 miliardi di raccolta) e il buon andamento del 2018 (3,95 miliardi) il 2019 può essere considerato come l’annus horribilis dei Pir, che hanno chiuso i 12 mesi con un saldo negativo di un miliardo di euro. Alla base della debacle le continue vicissitudini normative che hanno portato i Governi che si sono succeduti a Palazzo Chigi a modificare più volte la disciplina sui piani individuali di risparmio. Alla fine del 2019 con il decreto fiscale si è determinato un ritorno alle origini che ha fatto sperare gli addetti ai lavori. 

Nel 2020 l’emergenza coronavirus ha reso però ancora più impervia la strada verso la risalita. Nel primo trimestre dell’anno in corso, i fondi aperti del comparto hanno mostrato un saldo di -234,2 milioni, mentre il patrimonio promosso dei fondi Pir compliant è sceso a 15,1 miliardi dai 18,7 miliardi di fine 2019. Ad aprile è arrivata una boccata d’ossigeno. Secondo i dati forniti dall’Osservatorio Plus24, il mese scorso si sono registrati afflussi per 150 milioni di euro e in base alle ultime previsioni di Intermonte, il 2021 sarà l’anno della riscossa, con la raccolta che tornerà positiva a quota 1,2 miliardi, per poi salire a 2 miliardi nel 2021 e a 3 miliardi nel 2022. 

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