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Pil e crescita: l’effetto Jobs Act sugli investimenti comincia a farsi sentire

Quello del Pil italiano non è un exploit ma, come successe in Germania, la riforma del mercato del lavoro spinge di più l’economia per il riavviarsi del ciclo degli investimenti dovuto a una maggior fiducia degli imprenditori

Le previsioni del Pil erano troppo basse: alla fine c’è aria di ripresa in Italia? 
 
Due recenti notizie di importanti revisioni della crescita del Pil dell’Italia – da parte dell’FMI e dell’Istat – mi hanno ricordato che un paio di anni fa commentai su queste colonne un report pessimista di Standard & Poor’s sulle prospettive di crescita dell’Italia. Notai allora che il pessimismo di S&P era forse esagerato, magari una sorta di estrapolazione delle difficoltà di crescita passate del Bel Paese. La considerazione più importante che facevo era che è assai difficile prevedere come la dinamica macroeconomica di un paese risponda a riforme importanti. Prendiamo la riforma del mercato del lavoro. Pur con significative differenze, il Jobs Act italiano del 2015 si ispirava allo Hartz Act, la riforma del mercato del lavoro introdotta in Germania nel 2003. Ebbene, andando a confrontare la differenza tra previsioni di crescita del PIL formulate (ad aprile dell’anno di riferimento) e crescita poi effettivamente realizzata nell’anno (in ambo i casi dati dell’FMI), si nota qualcosa di interessante anche dagli aggiornamenti dei calcoli che avevo fatto allora e qui riportati in figura 1. 
 
Fig. 1. Errori di previsione di crescita del PIL (1998–2017): Germania vs Italia 

La figura 1 ci mostra che tra il 1998 e il 2003 gli errori di previsione erano mediamente negativi sia in Germania che in Italia, cioè si tendeva a prevedere più crescita di quella che si sarebbe effettivamente realizzata. La situazione è cambiata dopo l’Hartz Act (la prima linea verticale, nera e continua): mentre gli errori di previsione continuavano a essere generalmente negativi in Italia, diventavano prevalentemente positivi in Germania e rimanevano tali anche dopo lo scoppio della crisi globale. È perciò lecito chiedersi se anche in Italia dopo il Jobs Act (la seconda linea verticale, nera e tratteggiata) la crescita potrà superare quella prevista. È forse ancora abbastanza presto per poterlo dire con certezza ma le tre osservazioni disponibili, riferite al 2015, 2016 e ora 2017, ci consegnano una crescita del PIL italiano, che è stata rivista di +0,5%, rispetto alle previsioni FMI di aprile dell’anno in corso, sia nel 2015 che nel 2017 (il dato 2016 era stato rivisto al ribasso, ma solo del -0,1%). Insomma, dopo l’approvazione del Jobs Act, dal 2015 al 2017, l’economia italiana avrebbe registrato una crescita del Pil dello 0,9% superiore rispetto a quanto originariamente previsto. 

Va da sé che non si tratta certo di un exploit. Però, specie se si confermasse che per il terzo anno consecutivo la dinamica degli investimenti superi nel 2017 quella del Pil (+3,0% e +4,0% le previsioni a giugno scorso, rispettivamente Istat e Banca d’Italia), la forza della ripresa potrebbe alla fine risultarne tonificata in modo significativo. Il riavviarsi del ciclo degli investimenti è la migliore notizia da molti anni. Infatti, la mancata ripresa dell’economia italiana era in larga misura dovuta a una mancanza di fiducia della nostra classe imprenditoriale e se questa è tornata a investire ciò lascia sperare che un po’ di fiducia sia tornata.

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