Non sempre la coerenza è una virtù, soprattutto se si persevera nell’errore (come ci hanno insegnato i nostri insegnanti di latino). Ne deriva che il rientro di una persona sulla retta via va salutato come il ritorno del figliol prodigo, ordinando ai servi di macellare il vitello grasso.
Questa maggioranza, nei partiti che la compongono, aveva parecchi errori da farsi perdonare, sia per quanto riguarda i partiti che hanno avuto esperienze di governo, sia quelli che avevano percorso le legislature dall’opposizione. Eppure, approdata al potere, la maggioranza di centrodestra è stata attenta ai conti pubblici, fino a farsi accusare del ripristino della politica dell’austerità.
Le pensioni come banco di prova della credibilità
In particolare, questo rigore nella finanza pubblica si è espresso nelle leggi di bilancio sul terreno delle pensioni, dove il governo Meloni non solo ha cestinato le proposte contenute nel programma elettorale della coalizione, ma – seppure in modo spesso maldestro – ha smontato molte delle trappole ereditate dai governi precedenti, disincentivando l’utilizzo di quelle uscite anticipate che avevano caratterizzato la politica dell’ultimo decennio.
C’era da aspettarsi che le opposizioni (almeno quei partiti che avevano governato nel corso di quel decennio) – i cui leader, durante la campagna elettorale del 2022, si erano recati nelle Cancellerie europee a lanciare l’allarme su una possibile vittoria del centrodestra a trazione Giorgia Meloni, da cui sarebbe derivata una destabilizzazione delle politiche di bilancio dell’intera Unione – avessero salutato con favore il ravvedimento operoso degli avversari.
L’accusa di incoerenza
Invece li hanno rimproverati per la loro incoerenza, accusandoli di tradire l’elettorato e di non mantenere le promesse contenute nel programma. È apparso singolare che l’opposizione si preoccupasse dell’elettorato della maggioranza, il quale non sembrava darsi cura delle retromarce del governo.
Poi, alla fine, dopo la presentazione della risoluzione a prima firma di Chiara Braga, con l’appoggio di tutti i capigruppo del Campo largo, si è svelato l’arcano: a cambiare opinione erano state le opposizioni di sinistra, in particolare il Pd, che non ha esitato a condividere la richiesta contenuta in un ordine del giorno preteso dalla Lega come condizione per votare la legge di bilancio, arrivando, senza vergogna e con una faccia tosta da record, a impegnare il Governo – nella risoluzione Braga – “ad adottare iniziative volte a rivedere, sin dal primo provvedimento utile, la decisione di incrementare i requisiti anagrafici per l’accesso alla pensione e ad eliminarne il meccanismo di revisione periodica”.
Ovvero a gettare alle ortiche il meccanismo dell’indicizzazione che tutte le autorità istituzionali ritengono indispensabile per garantire un minimo di sostenibilità del sistema pensionistico.
L’occasione mancata sul salario minimo
In verità, le opposizioni avrebbero un’occasione clamorosa per inchiodare il governo alle sue responsabilità, soprattutto in queste settimane in cui si intensificano le esondazioni della procura di Milano nel campo del diritto del lavoro, mettendo sotto controllo giudiziario le imprese del delivery food al fine di aprire un negoziato di fatto – basato su un inesistente e improprio potere di supplenza – a favore dei lavoratori.
Il Parlamento ha approvato la legge delega sulla giusta retribuzione che il governo varò in alternativa al ddl sul salario minimo legale sostenuto dalle opposizioni; ma i decreti legislativi latitano. Le opposizioni, invece di stanare il governo nelle sue inadempienze, continuano ad agitare la richiesta dei 9 euro all’ora.
Ecco i punti chiave della normativa di cui alla legge n. 144/2025:
- Non è previsto un importo orario fisso per legge.
- La legge punta a rafforzare la contrattazione collettiva, individuando i contratti “maggiormente applicati” come riferimento principale.
- Il ministero del Lavoro è delegato a definire minimi retributivi per i settori non coperti da Ccnl o con contratti scaduti.
- Sono previste misure di contrasto al dumping contrattuale con l’obiettivo di combattere la concorrenza sleale sui costi del lavoro.
Tra promesse e responsabilità
Vasto programma, direbbe il generale De Gaulle. Probabilmente c’è materia per il consiglio fraudolento dantesco: “lunga promessa con l’attender corto”, dal momento che la legge si propone di risolvere in un colpo solo tutti i problemi della contrattazione collettiva. Ma un’opposizione che fa il suo mestiere ha diritto di chiedere conto delle promesse del governo recepite in una legge. Tanto più che la legge n. 144/2025 è stata la conclusione di un lungo dibattito sul salario minimo che vide più volte il governo in difficoltà, da cui uscì proprio grazie a quel disegno di legge che poi ha proseguito il suo iter fino all’approvazione.