Ogni giorno sulle pagine finanziarie dei giornali di tutto il mondo campeggia sempre lo stesso titolo “Nuovo record dell’oro”. Ieri la consegna spot era oltre i 4.200 dollari l’oncia, sostenuta dall’aumento delle tensioni tra Usa e Cina e dalle scommesse sui tagli dei tassi d’interesse da parte della Fed. E proprio il metallo prezioso è al centro dell’ultima puntata del podcast “Al 4° Piano” di Alessandro Fugnoli, strategist di Kairos, che spiega da dove arriva questo rally che sembra destinato a continuare nel tempo.
La storia dell’oro
“I primi oggetti d’oro risalgono a 6600 anni fa e sono stati ritrovati nella necropoli di Varna, sul Mar Nero. Da allora, su tutto il pianeta, sono state estratte 220mila tonnellate d’oro. Sembrano tante, ma poiché l’oro ha un peso specifico alto, potrebbero stare tutte quante in un cubo di 22 metri di lato. Metà di questo cubo è costituita da gioielli sparsi per il mondo. Il 15 per cento ha avuto utilizzi industriali e il restante 35 per cento è distribuito tra i forzieri delle banche centrali e le casseforti dei privati”, spiega Fugnoli.
“L’oro che resta da estrarre non è molto -– dice –, almeno con le tecnologie attuali. È pari a un quarto di quello che è stato estratto nei 7 millenni passati. Al ritmo attuale di estrazione nel 2050 non ci sarà più nuovo oro e si dovrà riciclare quello già estratto o andare a cercarlo in fondo agli oceani o in alcuni asteroidi che ne sono ricchi”.
“Fino al 1971 l’oro ha assolto ai tre compiti di ogni moneta, ovvero mezzo di scambio, unità di conto e deposito di valore. In quell’anno l’America ha abbandonato la parità aurea e da allora i dollari e tutte le altre valute non sono più convertibili in oro”, spiega lo strategist, riassumendo poi quanto accaduto nei decenni successivi: “Per trent’anni le banche centrali e i governi hanno cercato di fare dimenticare l’oro e hanno venduto e svenduto una parte di quello che detenevano. L’inflazione, fino alla metà del decennio scorso, ha continuato a scendere e l’oro, che non dà interessi, è stato considerato un’alternativa assai poco interessante e destinata a nostalgici ossessionati dalla paura di nuove guerre e catastrofi”.
I due fattori che hanno scatenato la corsa all’oro
Adesso, due fattori hanno radicalmente cambiato lo scenario: il primo è stato il Covid, il secondo l’emergere di una rivalità sempre più forte tra Cina e America “e la volontà di quest’ultima di cominciare a creare l’embrione di un sistema monetario alternativo a quello del dollaro, centrato su un renminbi a sua volta supportato dall’oro”, evidenzia Fugnoli.
“Carica di dollari ricavati dalle sue esportazioni, la Cina, a un certo punto, ha smesso di investirli in titoli di stato americani e ha cominciato ad accumulare oro, di cui oggi, tra l’altro, è il maggiore produttore al mondo”. A quel punto, le altre banche centrali hanno a loro volta smesso di vendere il loro oro e hanno iniziato anch’esse, quando avevano disponibilità, ad accumularne. A questo ha anche contribuito il sequestro delle riserve valutarie russe detenute in occidente. “Meglio l’oro, hanno pensato alcuni paesi che potrebbero un giorno essere oggetto di sanzioni, e meglio tenerlo in casa nostra”, sottolinea l’economista.
Il contesto economico globale di oggi vede un’inflazione leggermente al di sopra del 2%, disavanzi pubblici e debito totale sono più alti di quello che dovrebbero essere in un mondo ideale, ma sono comunque gestibili. “Il processo di diversificazione dal dollaro e dalla carta si è però avviato e continuerà, anche perché l’oro nei portafogli privati è poco, l’uno per cento circa. Basterebbe che dall’uno si passasse al due per vedere nuove tensioni sui prezzi”, prevede Fugnoli.
“Oggi estrarre l’oro costa in media 1500 dollari l’oncia e con un prezzo di 4000 si potrebbe pensare a un rapido e imminente aumento della produzione. L’offerta però non è elastica e difficilmente, anche a questi prezzi, crescerà”, conclude.
Uno sguardo all’argento
Diverso è il caso dell’argento, anch’esso in pieno rally. L’argento non viene comprato dalle banche centrali ma solo dagli investitori e dall’industria e ha una volatilità più alta rispetto all’oro. “La domanda di argento come componente per semiconduttori, batterie e pannelli solari è in forte crescita, mentre gli investitori lo spingono al rialzo in simpatia con l’oro”, spiega Fugnoli.
“Tornando all’oro, le azioni delle società aurifere, nonostante il recente forte recupero, sono ancora a sconto rispetto al prezzo del metallo. Prima di acquistarle vanno però analizzate bene in tutte le loro complesse variabili. Solo per citarne una, alcune vendono la loro produzione a termine, altre spot. Chi ha prevenduto un anno fa al prezzo a termine di allora, ad esempio, ricava oggi 2000 dollari. Chi vende oggi spot ne ricava 4000”, osserva lo strategist.
Riassumendo: chi oggi compra argento compra soprattutto un metallo industriale con una componente speculativa. Chi compra oro scommette invece su un suo graduale ritorno alla funzione di moneta. “Finché rimarrà domanda da parte delle banche centrali, il prezzo dell’oro, pure soggetto a oscillazioni, manterrà un importante supporto”, conclude.