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Nomine, quella della Consob è la più delicata: serve un arbitro competente e indipendente. Tre ragioni che sconsigliano la candidatura Freni

L’8 marzo scade il mandato di Savona alla presidenza della Consob e la scelta del suo successore è la più impegnativa delle nomine che il Governo deve fare. Non basta trovare un candidato competente ma deve essere anche e soprattutto indipendente dopo i discutibili interventi a gamba tesa del Governo nel risiko bancario

Nomine, quella della Consob è la più delicata: serve un arbitro competente e indipendente. Tre ragioni che sconsigliano la candidatura Freni

Dell’abbuffata di nomine pubbliche che attende il Governo in questi mesi con oltre 200 poltrone da spartire tra grandi gruppi pubblici, molte controllate e alcune Authority indipendenti, quella della Consob è la più urgente. Ma è anche la più delicata e la meno scontata. E’ la più urgente perché l’incarico del presidente Paolo Savona scade l’8 marzo e la normativa attuale non consente che il Presidente della Consob resti in carica nemmeno un giorno in più di sette anni. Ma è la più delicata non solo per l’importanza che ha l’arbitro del mercato ma perché la nomina avviene dopo l’intervento a gamba tesa del Governo sia in occasione dell’Opa di Unicredit su Banco Bpm sia in occasione dell’Opa del Monte dei Paschi su Mediobanca. Due interventi impropri e improvvidi che hanno trasformato il Governo da arbitro in giocatore e alterato le regole del mercato. Ecco perché la nomina del prossimo Presidente della Consob è ancora più importante del solito, anche se le dinamiche della politica lasciano pensare che alla designazione del Consiglio dei ministri, che deve essere ratificata dal Presidente della Repubblica, si arriverà realisticamente dopo il referendum con una reggenza affidata al consigliere più anziano, che in questo caso sarebbe la valente economista bocconiana Chiara Mosca. Non sarebbe la prima volta di una reggenza ad interim.

Nei mesi scorsi sembrava che per la guida della Consob prendesse quota la nomina di Federico Freni, sottosegretario leghista al Ministero dell’economia e delle finanze (Mef), prima nel Governo Draghi e poi nell’attuale Governo, benvoluto anche dalla premier Giorgia Meloni. Poi Forza Italia si è messa di traverso sostenendo l’inopportunità di nominare un politico, anzi un uomo di Governo, alla testa di un istituzione indipendente come per legge è, deve essere e deve essere percepita la Consob che ha avuto alla sua guida personaggi del calibro di Guido Rossi e Luigi Spaventa. Oggi i giochi non sono chiusi ma la candidatura Freni sembra in discesa e non sarebbe male se fosse accantonata.

Ci sono almeno tre motivi che rendono inopportuna la canditura Freni. Non è in discussione la competenza tecnica di Freni, avvocato e docente di diritto amministrativo, ma la sua indipendenza. Non solo perché sarebbe difficile riconoscere l’indipendenza della Consob con un Presidente che viene direttamente dalle file del Governo. C’è chi ricorda in proposito il precedente di Giuseppe Vegas, che divenne presidente della Consob dopo essere stato sottosegretario all’Economia con Giulio Tremonti ministro. Ma non è un precedente da prendere a modello. Errare è umano ma perseverare con la nomina di un politico e per di più della squadra di governo sarebbe diabolico.

Ma ci sono altre due ragioni che sconsigliano la nomina di Freni alla Consob e che già adesso inquietano il mercato e la comunità finanziaria. Basta vedere le difficoltà con cui le banche – e segnatamente Banco Bpm e Mps – stanno confezionando in questi giorni le liste per il rinnovo dei vertici. Difficoltà che hanno origine dal controverso e contradditorio Ddl Capitali, di cui Freni è stato l’indiscusso regista, e che doveva ammodernare il Tuf (Testo unico della finanza) concepito un quarto di secolo fa da Mario Draghi, allora Direttore generale del Tesoro. Che qualche norma dovesse essere innovata è pacifico ma Freni lo ha fatto privilegiando gli amici del Governo e in particolare Giuseppe Francesco Caltagirone che già allora puntava a ribaltare gli equilibri di Mediobanca e di Generali e che ha sempre visto come il fumo negli occhi la lista del cda che dà più potere ai manager che agli azionisti. Caltagirone con Mps ha espugnato il fortino di Mediobanca e spera di contare di più anche in Generali ma il pasticcio è fatto e le macchinose e contradditorie norme sulle liste delle società per il rinnovo dei board previste dalla Ddl Capitali restano.

C’è poi un terzo motivo che non depone certo a favore dell’indipendenza di Freni ed è quella che ha indispettito il mercato finanziario in occasione delle recenti Opa bancarie nelle quali il sottosegretario non ha nascosto la sua intransigenza sull’uso del Golden Power contro Unicredit malgrado il diverso orientamento delle autorità europee e soprattutto non ha nascosto il suo endorsement all’Opa del Monte dei Paschi su Mediobanca. Se un arbitro, come dovrebbe essere il Governo sul mercato, diventa giocatore è assai improbabile che, cambiando casacca, un colpo di bacchetta magica restituisca al sottosegretario Freni la virtù dell’indipendenza.

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