Se intendono arrivare alla fine della legislatura il governo e la maggioranza ricorderanno la sessione di bilancio per il 2026 come una esperienza da non ripetere, perché, mentre le opposizioni abbaiavano alla luna senza uno straccio di idea da proporre che non fosse il rammendo delle solite vecchie calze, la maggioranza si è incartata più volte da sola in Commissione Bilancio scrivendo e riscrivendo maxiemendamenti che sfiorivano come le rose il mattino successivo. Tutti hanno litigato con qualcuno. Nelle prime battute, i due vicepresidenti tra di loro, poi la Lega contro gli altri partiti, infine i relatori della Lega al Senato contro il più autorevole ministro del Carroccio nel governo. Passo dopo passo, rinvio dopo rinvio, mediazione dopo mediazione, i dispareri sono stati sistemati.
Ancora una volta, però, il confronto è andato in tilt quando si è cercato di disinnescare la bomba delle pensioni, il tema che appassiona di più gli italiani che intravedano nella quiescenza il loro socialismo individuale realizzato. Si racconta, infatti, che anche i giovani neoassunti si informino il primo giorno di lavoro su quando otterranno la pensione. La ‘’perla di Labuan’’ del nostro sistema pensionistico è il trattamento di vecchiaia anticipato (già pensione di anzianità) che si ottiene grazie a robuste anzianità contributive a prescindere però da requisiti demografici (che invece sono richiesti per la pensione ordinaria di vecchiaia). Negli ultimi anni anche i requisiti per questa tipologia di pensionamento sono divenuti più rigorosi.
Oggi per l’anticipo sono richiesti 42 anni e dieci mesi di anzianità lavorativa per gli uomini (che fruiscono in misura del 66% dei trattamenti erogati a tale titolo proprio in ragione della loro presenza qualitativa nel mercato del lavoro) e un anno in meno per le donne. Eppure, nonostante questi requisiti elevati, l’età media alla decorrenza di quelli che vanno in pensione anticipata adesso è pari a 61,7 anni. In media queste generazioni percepiscono la pensione per un arco temporale pari all’80% di quello in cui hanno lavorato. E si va verso un tempo in cui a un anno di lavoro corrisponderà per i baby boomers un anno in quiescenza. Bisogna, allora, rassegnarsi ad un ragionamento: per garantire l’equità e la sostenibilità del sistema non basta fare riferimento soltanto a quanto tempo si è lavorato, ma anche su quanto tempo si percepisce la pensione poiché con il finanziamento a ripartizione (le pensioni in essere vengono pagate da coloro che sono attivi in quel momento) il relativo onere è a carico delle future generazioni. E noi ci troviamo in un passaggio storico che vede generazioni numerose e precoci nella attività lavorativa presentarsi all’appuntamento da anziani/giovani con un prospettiva davanti a sé di molti anni (grazie all’invecchiamento) a carico di coorti falcidiate dalla denatalità, dall’accesso tardivo nel mercato del lavoro e dalla precarietà dei rapporti.
Succede allora che Ocse, Istat, Upb, Rgs, Banca d’Italia, nonché i migliori demografi, richiamino pressantemente l’esigenza di allungare la vita attiva. Prendiamo per tutti l’ultimo rapporto Ocse dove l’indicazione di prolungare la durata della vita lavorativa è ritenuta una misura necessaria non solo a “sbloccare risorse di manodopera”, ma soprattutto ad alleggerire l’onere delle pensioni che grava sulle generazioni più giovani, che devono affrontare le sfide economiche dell’invecchiamento demografico mentre, appunto, sperimentano un rallentamento nella crescita del proprio reddito.
Per prolungare in modo equo l’attività lavorativa, il sistema Italia si è dato un meccanismo che potremmo definire scientifico: l’adeguamento automatico dei requisiti del pensionamento all’incremento dell’attesa di vita. Per maggiore chiarezza riportiamo il percorso legislativo seguito come lo ha descritto la Banca d’Italia, nel documento depositato durante l’audizione sul ddl di bilancio.
L’indicizzazione automatica all’aumento della speranza di vita fu introdotta nel 2010 (legge n. 122 del 30 luglio; riforma “Sacconi”) ed estesa l’anno successivo al requisito di anzianità contributiva per il pensionamento anticipato (decreto legge n. 201 del 6 dicembre 2011; riforma “Fornero”). L’aggiornamento dovrebbe avvenire di norma ogni due anni per tutti; tuttavia, ci sono state diverse eccezioni. La legge n. 232 del 2016 lo ha sospeso nel caso dei requisiti di accesso al pensionamento anticipato dei lavoratori delle professioni cosiddette “usuranti” fino al 2027; la legge n. 205 del 2017 nel caso dei lavoratori soggetti a mansioni “gravose” per il solo 2019; il decreto legge n. 4 del 2019 nel caso del requisito di anzianità contributiva del trattamento anticipato dei lavoratori soggetti al regime misto e dei lavoratori “precoci” per il periodo 2019-2026 (la legge di Bilancio per il 2024 ha limitato il periodo di quest’ultima disapplicazione alla fine del 2024).
Vi sono stati aggiornamenti negli anni 2013, 2016 e 2019, che hanno inasprito i requisiti, rispettivamente di tre, quattro e cinque mesi. I tre aggiornamenti successivi, relativi agli anni 2021, 2023 e 2025, non hanno inciso sui requisiti a causa del mancato aumento della speranza di vita, anche per gli effetti della pandemia. Secondo l’attuale normativa, dal primo gennaio 2026 i canali ordinari di accesso al pensionamento di vecchiaia e anticipato prevedono i seguenti requisiti: (i) 67 anni di età e 20 anni di contributi per l’accesso alla pensione di vecchiaia, sia per i lavoratori del regime misto, sia per quelli del regime contributivo puro; (ii) 41 anni e 10 mesi di contributi per le donne e 42 anni e 10 mesi per gli uomini per l’accesso al pensionamento anticipato dei lavoratori del regime misto; (iii) 64 anni di età, 20 anni di contributi e una pensione pari a 3 volte l’assegno sociale, per l’accesso al pensionamento anticipato dei lavoratori del regime contributivo. La normativa vigente fissa a 3 mesi il periodo tra la maturazione dei requisiti per il pensionamento anticipato e la prima decorrenza dei trattamenti previdenziali (la cosiddetta “finestra mobile”), sia per i lavoratori del regime misto, sia per quelli del regime contributivo.
In sostanza, il meccanismo di adeguamento automatico (che si effettua tramite una verifica dell’Istat sulle variazioni; poi, ove del caso, è disposto un provvedimento interministeriale rivolto all’Inps con l’indicazione dei nuovi requisiti) fu congelato dal governo giallo/verde fino a tutto il 2026 nell’ambito dell’operazione quota 100 e dintorni. È stato il governo Meloni ad anticiparne lo sblocco al 2025, prendendo atto tuttavia che nel biennio non erano maturate le condizioni anagrafiche per applicare l’incremento. Le previsioni demografiche ne rimandavano, invece, l’applicazione al biennio successivo 2027-2028. La minaccia di un incremento di tre mesi dei requisiti per il pensionamento di anzianità aveva scatenato le solite polemiche, tanto da indurre il governo ad anticipare per via legislativa l’aumento mediante due scaglioni: una pagliacciata onerosa – ma bisogna pur sopravvivere – per maggiori esborsi di 0,5 miliardi nel 2026, 1,8 nel 2027 e 1,0 nel 2028.
Poi, all’improvviso, il governo ha presentato un emendamento che interveniva sulle finestre ampliandone l’ampiezza fino alla conclusione del prossimo decennio. Una norma “virtuosa” perché consentiva un rinvio aggiuntivo dell’accesso al pensionamento anticipato, ma con una modalità diversa da quanto previsto in sede di applicazione del meccanismo di adeguamento automatico, agendo cioè sulle finestre. La cosa ha scatenato l’opposizione della Lega con tutto ciò che è seguito. Ma quella di Salvini è una vittoria di Pirro, perché – almeno per ora – resta confermato il meccanismo di indicizzazione che riveste un ruolo cruciale nel garantire la sostenibilità del sistema. Ciò significa che – senza ulteriori modifiche – nel 2028 si dovrà verificare la sussistenza sul piano amministrativo delle condizioni per l’adeguamento dei requisiti come si era fatto con gli aggiornamenti negli anni 2013, 2016 e 2019, che – come ha ricordato la Banca d’Italia – ne determinarono inasprimenti, rispettivamente di tre, quattro e cinque mesi, senza colpo ferire e senza dar luogo a proteste? Giancarlo Giorgetti è un ottimo ministro, severo custode dei conti pubblici, consapevole della crisi del sistema pensionistico nell’ambito degli attuali trend demografici; ma ha la tendenza a mettersi nei guai da solo come accadde all’inizio della sessione di bilancio quando si appropriò di critiche alla parte fiscale della manovra che nessuno gli aveva rivolto. Anche in questa occasione è riuscito a salvare la questione cruciale dell’indicizzazione dei requisiti.