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Lo spread nel 2018: un anno difficile che ci è costato (molto) caro

Nonostante la discesa di dicembre, lo spread per l’Italia è tornato ad essere un incubo – L’incertezza sulla politica economica ha fatto impennare il differenziale fino a un massimo di 326 punti, mentre i rendimenti hanno toccato il 3,677% – Ecco, in breve, il 2018 dello spread

Il 2018 ha segnato ufficialmente il ritorno di un incubo purtroppo ricorrente per l’Italia: quello dello spread. Un termine diventato ormai di uso comune anche per chi di finanza se ne intende poco e niente. Difficile cercare di analizzare la realtà politico-economica contemporanea senza tener conto di quello che ormai è diventato un vero e proprio barometro sui governi e sui bilanci degli Stati dell’Eurozona. Nel nostro caso in particolare, il differenziale tra titoli di Stato decennali italiani e corrispondenti tedeschi è ormai al centro dell’attenzione di tutti e il suo andamento condiziona le scelte politiche degli esecutivi che si sono succeduti.

Dopo qualche anno di calma infatti, lo spread è ritornato prepotentemente agli onori delle cronache a causa delle violente oscillazioni vissute negli ultimi sei mesi, un continuo sali-scendi che purtroppo è costato carissimo al nostro Paese in termini di spesa per interessi: 1,5 miliardi di euro secondo Bankitalia. E li conto potrebbe continuare a salire.

Inutile dire che se da un lato l’andamento dello spread condiziona le scelte dei Governi, dall’alto sono proprio le scelte dei Governi (non da sole, certo) a condizionare la salita o la discesa dei rendimenti sui Btp e dunque del differenziale con i bund, in un corto circuito finanziario in cui la proprietà commutativa la fa da padrone.

LO SPREAD NEL 2018: ECCO COM’È ANDATA

Il 2018 può essere considerato l’anno simbolo in cui il legame (sempre più stretto) tra spread e politica si è manifestato in tutta la sua chiarezza e, purtroppo, il bilancio finale sui 12 mesi rimane ampiamente negativo.

Nonostante lo spread sia sceso dopo i picchi toccati a ottobre-novembre, rispetto ad inizio anno l’impennata rimane prodigiosa. A testimoniarlo ci sono i numeri. Il 2 gennaio 2018, alla riapertura dei mercati dopo la pausa per le festività e cinque giorni dopo lo scioglimento delle Camere da parte del presidente Sergio Mattarella, il differenziale tra Btp decennali italiani e BUND tedeschi era pari a 163 punti base. Il 28 dicembre 2018, ultima seduta dell’anno, lo spread è a 254 punti, 91 in più rispetto a inizio anno.

Lo diciamo subito: poteva andarci peggio, molto peggio, ma il rialzo ci costerà (e ci è già costato,come detto) comunque molto caro.

LO SPREAD E LA POLITICA: IL 2018 DELL’ITALIA

Dati gli scossoni vissuti nel corso dell’anno, e degli ultimi sei mesi in particolare, non sono pochi quelli che preferiscono vedere il bicchiere mezzo pieno. Il motivo può essere spiegato utilizzando i numeri e mettendoli in correlazione con i principali avvenimenti politici del 2018:

2 gennaio 2018: spread a 163,7 punti base. L’Italia intraprende la strada verso le elezioni.

1° marzo 2018: spread a 130,3 punti base. L’ultimo valore registrato prima delle elezioni continua a testimoniare la fiducia dei mercati nei confronti del nostro Paese e un sentimento di relativa tranquillità verso le prospettive politiche future.

2 maggio 2018: spread a 121,1 punti base. Le consultazioni si presentano da subito difficili. L’Italia non riesce a formare un Governo, ma il risultato delle elezioni è chiaro: M5S e Lega, i due partiti populisti che fanno paura all’Europa sono stati i più votati. I mercati sembrano preferire l’incertezza e un possibile ritorno alle urne alla probabilità che si formi un governo.

1°giugno 2018: spread a 238,7 punti. Giura il Governo Conte. Dopo quasi 3 mesi di tira e molla, l’Italia ha un nuovo Esecutivo. In un solo mese lo spread è salito di 117 punti, 75 rispetto a inizio anno.

3 settembre 2018: spread a 285 punti. L’agenzia di rating Fitch, due giorni prima, ha confermato il rating BBB dell’Italia, ma ha rivisto al ribasso l’outlook da “stabile” a “negativo”.

20 novembre 2018: spread a 326 punti. Il verdetto ufficiale arriverà il 21 novembre, ma i mercati ne hanno già la certezza. Dopo mesi di rumors sulla legge di Bilancio italiana e di conseguente volatilità sui mercati, l’Unione europea boccia ufficialmente la manovra e avvia l’iter per la procedura d’infrazione. Lo spread schizza alle stelle. Da questo momento in poi però, il Governo comincerà ad abbassare i toni.

29 dicembre 2018: spread a 254 punti. Dopo l’accordo trovato con Bruxelles il differenziale comincia una parabola discendente, chiudendo l’anno sopra la soglia psicologica dei 250 punti.

LO SPREAD: QUANTO CI E’ COSTATO IL 2018

L’accordo con l’Unione Europea ha rasserenato, almeno in parte, gli animi degli investitori e fatto scendere lo spread sotto quota 250 punti base. Rispetto ai minimi dell’anno però, toccati prima dell’insediamento del nuovo governo (114,6 punti base intraday il 25 aprile), il livello rimane molto, molto alto. Lo stesso discorso vale, ovviamente, per i rendimenti sui decennali (e sugli altri titoli di Stato italiani), saliti da un minimo dell’1,717% al 2,797% del 29 dicembre, dopo aver toccato un massimo del 3,677% a fine novembre.

Nonostante l’attuale fase di “normalizzazione” dunque, i titoli emessi dallo Stato italiani nei periodi di maggiore volatilità finanziaria e incertezza politica, ci sono costati parecchio in termini di spesa per interessi. Su questi infatti, non possiamo più farci niente e l’Italia sarà costretta a pagare interessi in alcuni casi anche raddoppiati rispetto a quanto ipotizzato a maggio. Solo per il 2019 il costo sarà di 1,5 miliardi di euro. Se invece allarghiamo l’orizzonte al periodo 2018-2021 il nostro Paese sarà costretto a rimborsare agli investitori quattro miliardi in più.

SPREAD: LE PROSPETTIVE PER IL 2019

Nel caso in cui lo spread restasse al livello attuale, aggirandosi dunque intorno a quota 250 punti base per il 2019 l’aggravio sarebbe di ben 4 miliardi di euro, che salirebbero a 6,5 nel 2020, superando gli 8 miliardi nel 2021.

Cosa si aspettano gli operatori? Secondo un sondaggio condotto a dicembre da Assiom Forex, in collaborazione con il Sole 24 Ore Radiocor, il 52% degli intervistati non crede che il differenziale tra Btp e Bund possa scendere sotto la soglia dei 250 punti. Il 10% crede invece che lo spread tornerà a sfondare al rialzo quota 300 punti, mentre secondo il 42% degli interpellati continuerà a verificarsi un sali-scendi tra i 250 e i 300 punti. Il 32% ritiene invece probabile un’oscillazione tra i 200 e i 250 punti, mentre solo il 15% immagina un ritorno sotto quota 200 punti. Lo spread scenderà sotto questa soglia? Lo pensa solo l’1% degli intervistati.

 

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