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L’eco-design pilastro dell’economia circolare. Le regole Ue per riciclo e risparmio di materie prime

L’eco-design si fa strada nell’economie sviluppate. Uno studio del Laboratorio REF Ricerche descrive le azioni per ridurre il consumo delle materie prime. La dipendenza dell’Italia dalle importazioni, occasione di cambiamento.

L’eco-design pilastro dell’economia circolare. Le regole Ue per riciclo e risparmio di materie prime

Da cinque anni in Italia c’è una piattaforma sull’economia circolare gestita dall’Enea. Pochi giorni  fa si sono riuniti a Roma 800 esperti in rappresentanza di 290 tra istituzioni, imprese e associazioni per un aggiornamento del sistema informatico. La piattaforma si chiama ICESP e si rifà alla European Circular Economy Stakeholder Platform (ECESP) dell’Ue. In cinque anni l’ICESP ha preparato più di 200 buone pratiche per accelerare il passaggio ad un’economia circolare nelle filiere industriali e nelle città. Il tema presenta una complessità che attraversa i sistemi economici avanzati e mette sull’avviso gli Stati dal programmare soluzioni che accrescano la sostenibilità. Il concetto stesso di sostenibilità ambientale è oggetto di continui studi e ricerche. L’eco-design, per esempio, che si sta diffondendo nei Paesi più industrializzati e coinvolge direttamente la Commissione europea.

Che cosa è l’eco-design

La definizione di eco-design ha avuto una prima classificazione da parte della Commissione in una direttiva, laddove viene classificato come «l’integrazione sistematica degli aspetti ambientali nella progettazione del prodotto al fine di migliorarne le prestazioni ambientali nel corso dell’intero ciclo di vita”. Paolo Azzurro e Donato Berardi ricercatori del Laboratorio Ref Ricerche hanno pubblicato uno studio sull’argomento che obiettivamente mette in discussione i modelli di business delle aziende. L’approccio è molto analitico, perché disegnare prodotti in funzione del loro riciclo significa avere a disposizione tecnologie adeguate. Sono le macchine, in primo luogo, che potranno fornire un contributo alla riduzione del consumo di risorse naturali e degli impatti ambientali di beni e servizi. Per fare questo c’è bisogno di una trasformazione profonda dei modelli di produzione e consumo, a partire dal concetto di limite. E quale sarebbe il limite più accettabile ? “La presenza di limiti fisici nei sistemi naturali che delimitano lo spazio operativo sicuro all’interno del quale possiamo prosperare” rispondono i due ricercatori.

L’economa circolare fa i conti con le risorse disponibili

Su larga scala si tratta di abbattere il concetto di monouso, riconsiderare la durata di un prodotto o di un bene. Il segreto sta nel passaggio dalla vendita di un prodotto alla vendita di un servizio secondo il modello PAAS “product-as-a service”. Quando si parla di sostenibilità, allora, bisognerebbe porsi la domanda sui limiti fisici di un prodotto, posto che le risorse naturali non sono illimitate. “Ricondurre lo sviluppo nei binari della sostenibilità significa ridurre la pressione antropica sui sistemi naturali, si legge nel testo del Ref. “Fare un po’ meglio o un po’ meno peggio, non significa essere sostenibili. Senza riferimenti ai limiti fisici dei sistemi naturali e al tempo per evitare conseguenze irreversibili su clima e ambiente, la sostenibilità diventa un concetto astratto”.

Guardando i dati, la forte correlazione tra la crescita del PIL, il consumo di risorse e le emissioni di gas serra a livello globale, mostra in maniera chiara come “l’innovazione tecnologica in chiave ambientale dei prodotti e dei processi non sia stata sino ad oggi in grado di garantire quel disaccoppiamento assoluto (absolute decoupling) della crescita economica dal consumo di risorse e dagli impatti sull’ambiente. Il punto debole è che fino all’80% l’impatto ambientale dei prodotti è determinato nella fase di progettazione.

Il riciclo in Europa e le prospettive per l’Italia

Cosa sta facendo in concreto l’Ue ? “Ha proposto un Regolamento sull’eco-design dove si pone l’obiettivo di estendere la gamma di prodotti oggetto di regolazione e di stabilire ulteriori regole oltre a quelle sull’efficienza energetica relative alle caratteristiche che tali prodotti devono avere e alle informazioni che devono essere garantite ai consumatori ” dicono Azzurro e Berardi. La sostanza sta nella capacità generale – tra produttori e consumatori – di mettere a disposizione del tessuto economico materiali da impiegare in sostituzione delle materie prime vergini.

D’altra parte ci sono già standard di sostenibilità per le PMI. Ma nel 2016, per esempio, in Europa solo il 6% della domanda di materie plastiche è stata coperta da plastiche riciclate. In Italia, invece, la quota di polimeri termoplastici rigenerati (da post-consumo e pre-consumo) sui consumi nazionali complessivi, nel 2019 era poco più del 17%: importazioni comprese. Il restante 83% era dato da materie prime vergini.

Cosa deve fare l’Italia per dare attuazione a veri obiettivi di riciclo e risparmio energetico? “Bisogna necessariamente coordinarsi con l’evoluzione del quadro di riferimento comunitario”, rispondono i due ricercatori. “Nella consapevolezza della fragilità dell’economia italiana, caratterizzata da una cronica dipendenza dalle importazioni di materie prime e energia”.

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