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Le medie imprese sono diventate maggiorenni: guai a dimenticarle

Il 6 aprile del 2000 Mediobanca, Unioncamere e la Bocconi firmarono il contratto di avvio dell’indagine sulle medie imprese industriali italiane, che si rivelò molto fruttuosa e svelò per la prima volta le caratteristiche, in qualche caso inaspettate, del segmento più dinamico del capitalismo italiano – Sarebbe imperdonabile se ora Mediobanca sospendesse, per esigenze di breve periodo, una ricerca che ha portato alla ribalta il Quarto capitalismo italiano

Le medie imprese sono diventate maggiorenni: guai a dimenticarle

Il 6 aprile di 21 anni fa, in tarda mattinata, venne firmato il contratto di avvio dell’indagine sulle medie imprese industriali italiane. Nella Sala Consiglio di Mediobanca si dettero appuntamento per la firma Danilo Longhi, presidente di Unioncamere e della Camera di Commercio di Vicenza, Giovanni Pavese, consigliere delegato della Bocconi, e Vincenzo Maranghi, amministratore delegato di Mediobanca. Presenti i responsabili dei Centri Studi dei tre enti (Claudio Gagliardi, Giuliano Mussati e il sottoscritto). Ricordo che subito dopo aver lasciato la stilografica i tre firmatari accesero prontamente e con grande soddisfazione una sigaretta “affumicando” per bene la sala.

La Bocconi partecipò inizialmente con il Centro Studi sull’imprenditorialità “Furio Cicogna”, poi assorbito dal Crea che si ritirò nel 2003. Da quel momento l’indagine, che ha sempre riguardato l’universo delle medie imprese (e non un loro campione), è stata svolta da Mediobanca e Unioncamere, le quali hanno messo sul tavolo le loro strutture di ricerca, elaborazione e trattamento elettronico dei dati.

Le varie edizioni sono state presentate al pubblico seguendo un format fortunato: presentazione dei risultati economici e finanziari da parte dell’Ufficio Studi di Mediobanca (a cui spetta l’elaborazione dei bilanci e l’analisi degli assetti proprietari), approfondimento dell’organizzazione societaria e analisi delle attese degli imprenditori da parte del Centro Studi Unioncamere, testimonianza di un medio imprenditore, commento di uno o più discussant accademici. Inizialmente questi ultimi erano bocconiani; dal 2003 si è dato spazio anche a studiosi di altri Atenei italiani.

La prima edizione fu pubblicata con una presentazione presso la Camera di Commercio di Vicenza il 16 gennaio 2001. Essa riguardava le sole medie imprese del Nord Est. Nelle edizioni successive l’indagine venne estesa alle restanti regioni. Il progetto iniziale fu opera dell’Ufficio Studi di Mediobanca. Lo mettemmo a punto nel 1999 e raccogliemmo subito l’accordo di Vincenzo Maranghi, Enrico Cuccia e Francesco Cìngano. Avrebbe dovuto riguardare le sole aree del NEC (Nord Est Centro); quelle che Giorgio Fuà (mio indimenticato Maestro) aveva posto alla base del suo modello di sviluppo economico dell’Italia post-bellica; nelle quali l’organizzazione produttiva era prevalentemente di tipo distrettuale, come studiato dall’altro Maestro Giacomo Becattini. Sotto l’impulso del Dr. Cuccia si cercavano le medie imprese più promettenti che Mediobanca avrebbe potuto aiutare a diventare grandi, sostituendo le già decadenti grandi società private del tempo. Un progetto che Mediobanca aveva percorso molto prima, negli anni Cinquanta e Sessanta, senza riuscire a completare analisi empiriche adeguate ed esaustive e senza replicare i pochi casi di venture capital tentati.

La realtà che trovammo con questa nuova indagine a tappeto fu diversa dalle aspettative: un insieme di imprese che non sentivano un immediato bisogno di essere finanziate per lo sviluppo. Erano profittevoli, realizzavano margini operativi superiori alla media e tassi di redditività del capitale investito superiori al rendimento dei titoli risk-free a lunga scadenza. Aziende che realizzavano i progetti di vita dei fondatori che vi rischiavano e rischiano i propri capitali. In tempi normali riuscivano (e riescono) ad autofinanziare correntemente gli investimenti produttivi superando quel collo di bottiglia, l’accesso al credito finanziario, che il famoso Macmillan Report aveva creduto di individuare nel 1931. Le inquadrai finanziariamente in quello che chiamammo Quarto capitalismo, rubando il termine a Giuseppe Turani (beninteso con il suo consenso).

Molte medie imprese hanno arricchito nel tempo il listino della nostra Borsa Valori, specialmente nel segmento Star. Tuttavia, tendono a restare estranee alle logiche di sviluppo delle grandi imprese, preferendo la crescita interna. Somigliano più alla Toyota che alla francese LVMH o all’americana General Electric; le quali vivono molto di acquisizioni e fusioni e assai meno di invenzioni e di innovazioni autonome. Ma sono molto competitive e lo dimostra il saldo positivo della nostra bilancia commerciale. Il saldo tra export e import dei beni manifatturieri italiani, ancora nel 2020 (anno di pandemia e di grandi difficoltà a livello internazionale), è stato positivo e pari a poco meno di 100 miliardi di euro. Si può stimare che più dei nove decimi di tale cifra provenga dalle merci prodotte nelle aree distrettuali da imprese medie e piccole “contaminate” dal Quarto capitalismo. Beni per la persona e la casa e meccanica leggera (ormai meccanica-elettronica) e servizi connessi. Per contro, quello che resta della grande impresa privata mostra tuttora una crescente perdita di competitività causata dalla poca insistenza sulle innovazioni e quindi sugli investimenti produttivi, sacrificati rispetto a quelli finanziari, mentre paiono alle porte ulteriori pesanti ristrutturazioni.

Le medie imprese sono integratori di sistemi locali, i quali costituiscono la quota prevalente della nostra industria manifatturiera. Sarà questa a dover contribuire maggiormente allo sviluppo e, in prospettiva, a sostenere i progetti di nuova generazione. Occorre tenerne adeguato conto. L’indagine di Mediobanca e Unioncamere ha individuato territori, produzioni e protagonisti. Si tratta di un patrimonio conoscitivo essenziale per ogni progetto di ripresa che voglia essere efficace e basato sulla concretezza. Sarebbe paradossale che questa indagine di Mediobanca e Unioncamere fosse abbandonata oggi sacrificandola alle esigenze opportunistiche di pochi speculatori finanziari i quali, ai loro fini, non vedono più alcuna utilità nell’Area Studi della banca di Enrico Cuccia.

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