Dallo scorso 6 novembre è disponibile su Netflix Death by Lightning, una miniserie in quattro episodi, ideata da Mike Makowsky e incentrata sulle figure storiche di James A.Garfield e Charles J. Guiteau, le cui vite vengono ricostruita in parallelo. Garfield fu il ventesimo presidente degli Stati Uniti d’America, un repubblicano che rimase in carica per pochi mesi, dal 4 marzo al 19 settembre 1881. Guiteau fu l’uomo che lo uccise. Gli sparò due volte il 2 luglio 1881 e, dopo 79 giorni di agonia, il presidente morì.
Garfield e Guiteau non rappresentano la sola coppia di vittima e carnefice nella storia della presidenza degli Stati Uniti. Garfield – insieme ad Abraham Lincoln, William McKinley e John F. Kennedy – fa parte della ristretta schiera dei quattro presidenti che non completarono il mandato alla Casa Bianca perché furono assassinati. A loro corrisponde l’altrettanto piccolo gruppo dei quattro esecutori di questi delitti, composto rispettivamente, oltre che da Guiteau, da John Wilkes Booth, Leon Czolgosz e Lee Harvey Oswald.
Guiteau e Garfield
Guiteau era un piccolo truffatore, mitomane e psicopatico. Viveva di espedienti, ma nutriva anche la sconfinata ambizione di compiere un grande gesto che lo avrebbe fatto passare alla storia. Gli sembrò che la campagna per le elezioni presidenziali del 1880, in cui Garfield e il democratico Winfield Scott Hancock si stavano contendendo la Casa Bianca, gli avrebbe offerto una opportunità di tal genere. Provò a farsi assegnare un incarico formale all’interno dell’organizzazione del partito repubblicano e, pur senza aver ottenuto alcun ruolo ufficiale, pronunciò qualche discorso a favore di Garfield.
Poi si prodigò a contattare il presidente e il suo entourage, rivendicando un suo presunto contributo fondamentale alla vittoria del candidato repubblicano, allo scopo di conseguire la nomina a console generale degli Stati Uniti in Francia, sfruttando il cognome di assonanza francese e spacciandosi per il lontano discendente di un ugonotto fuggito in America alla fine del Seicento dopo la revoca dell’editto di Nantes da parte di Luigi XIV.
Tutti i suoi sforzi si rivelarono vani. Con il continuo insistere sul fatto che, senza il suo aiuto, Garfield non avrebbe mai potuto conquistare la presidenza Guiteau finì per convincersi di essere stato determinante per la vittoria repubblicana nel 1880. Frustrato per non aver ottenuto quella che – a sua dire – era una ben meritata ricompensa, decise di vendicarsi uccidendo Garfield.
Il presidente era l’esponente di una fazione del partito repubblicano, gli Half-Breed, che progettava di sradicare la dilagante corruzione politica dell’epoca attraverso una legge che riducesse il numero delle nomine agli impieghi pubblici effettuate dalla Casa Bianca e introducesse le assunzioni nell’amministrazione federale sulla base della capacità di svolgere le mansioni richieste, attraverso valutazioni comparative e selezioni concorsuali.
In nome dell’unità del partito e per evitare una spaccatura interna che avrebbe favorito Hancock, nel 1880 la convenzione nazionale repubblicana decise di assegnare la nomination per la vicepresidenza a Chester A. Arthur, un esponente dell’altra fazione, gli Stalwart, che volevano conservare il sistema vigente perché traevano vantaggi, anche di natura economica personale, dal clientelismo. In particolare, proprio Arthur aveva abbondantemente lucrato sulla nomina al posto di amministratore della dogana del porto di New York, ricevuta dal presidente Ulysses S. Grant nel 1871, divenendo il percettore di un ampio giro di tangenti e l’esecutore di sequestri di merci poi rivendute illegalmente per trarvi un cospicuo profitto.
Quello tra gli Half-Breed e gli Stalwart fu solo un armistizio armato per affrontare la campagna elettorale del 1880. Dopo la sconfitta di Hancock, le due fazioni ripresero a scontrarsi, causando la paralisi dell’agenda legislativa del presidente.
L’assassinio di Garfield aprì le porte della Casa Bianca ad Arthur, che gli subentrò ex officio e mise fine al conflitto. Qualcuno ipotizzò perfino che fosse stato Arthur ad armare la mano di Guiteau per sbarazzarsi del rivale. Guiteau sembrò avvalorare questa ipotesi. Infatti, al momento dell’arresto, dichiarò di essere uno Stalwart e di aver ucciso Garfield per permettere ad Arthur di diventare presidente. Era un’altra delle sue millanterie per alimentare la propria vanagloria.
Dopo essersi vantato di aver portato Garfield alla Casa Bianca, si atteggiò a salvatore della patria, sia per aver liberato gli Stati Uniti da un presidente ingrato che non sapeva apprezzare i suoi sostenitori, sia per averlo sostituito con quello che dipingeva come un vero statista, appunto Arthur. Le sue affermazioni erano il prodotto della follia, come emerse chiaramente nel processo. Nel corso delle udienze Guiteau si difese recitando versi di poemi epici e offese sistematicamente tutti coloro contro cui poté inveire, dal giudice al pubblico ministero, compresi i suoi avvocati. Alla strategia di questi ultimi, incentrata sull’infermità mentale dell’imputato, preferì i consigli che sollecitò in maniera del tutto estemporanea al pubblico presente in aula.
Booth e Lincoln
Prima di Garfield a perdere la vita per mano di un attentatore era stato il repubblicano Abraham Lincoln. A ucciderlo fu John Wilkes Booth. Era il figlio di un famoso attore shakespeariano di origine britannica, Junius Brutus Booth, e aveva un fratello altrettanto celebre nel recitare in teatro, Edwin.
John soffrì profondamente il confronto con il padre e la rivalità con il fratello, a tal punto che durante la sua prima stagione sul palcoscenico, nel 1857, volle figurare in cartellone come J.B. Wiles, proprio perché il pubblico non lo associasse ai suoi familiari. Come Guiteau anche Booth era alla ricerca della fama e aspirava a passare alla storia.
Non gli mancavano notorietà e gloria nel calcare le scene. Nondimeno, il successo a teatro – accompagnato da una vasta popolarità tra il pubblico femminile non solo per la sua recitazione ma pure per la sua avvenenza – sembrò non bastagli.
Malgrado le ottime recensioni delle sue performance, riteneva di non essere considerato di valore pari a quello del padre e del fratello, quest’ultimo giudicato il più grande attore teatrale statunitense dell’Ottocento. Simpatizzante della causa della Confederazione durante la guerra civile, nonostante vivesse nel territorio dell’Unione, disprezzava gli abolizionisti che volevano liberare gli schiavi afroamericani e definì pubblicamente la secessione degli Stati del Sud un atto “eroico”. Era probabilmente in contatto con i servizi segreti sudisti, sebbene non esistano prove che fosse un agente confederato né che le autorità del Sud fossero a conoscenza dei suoi piani.
Mentre la guerra civile si stava concludendo con la vittoria dei nordisti, Booth rimase sconvolto da un discorso pronunciato da Lincoln l’11 aprile 1865, due giorni dopo la resa delle forze armate confederate ad Appomattox, nel quale il presidente auspicò la concessione del voto agli afroamericani “molto intelligenti” e ai neri che avevano combattuto nell’esercito unionista.
Così, insieme a un gruppetto di sostenitori della Confederazione, con i quali aveva originariamente progettato di rapire Lincoln, Booth decise invece di assassinare il presidente. Lo ferì a morte la sera del 14 aprile, mentre stava assistendo a uno spettacolo nel teatro Ford di Washington.
Nel frattempo, i suoi complici avrebbero dovuto uccidere il vicepresidente Andrew Johnson e il segretario di Stato William Seward. In questo modo, Booth sperava di gettare l’Unione nel caos, consentendo alla Confederazione di riprendere le ostilità e di sconfiggere il Nord. Tuttavia, gli altri congiurati non riuscirono nel loro intento.
Se Guiteau era un mitomane, Booth era un megalomane. Entrambi erano accomunati dalla volontà di cambiare il corso della storia e dall’essersi costruiti l’immagine del vendicatore. Per Booth, si trattò di riscattare la sconfitta subita dalla Confederazione sul campo di battaglia, ergendosi – come scrisse nel proprio diario – a strumento della punizione divina contro l’Unione. Però, Booth, che era un attore, fu capace di spettacolarizzare il suo gesto in modo più efficace.
Da vero protagonista di una tragedia, non più recitata ma reale, dopo aver sparato a Lincoln nel palco dove sedeva il presidente, spiccò un salto per atterrare sul palcoscenico e rivolto al pubblico, brandendo un coltello, gridò “Sic semper tyrannis” (così sempre ai tiranni). Era la stessa frase che – secondo la tradizione, ma senza un riscontro nelle fonti dell’epoca – aveva pronunciato Bruto dopo aver pugnalato Giulio Cesare nonché la stessa locuzione che campeggia ancora oggi nello stemma della Virginia, uno degli Stati della Confederazione.
Poi si dette alla fuga. Prima di venire ucciso il 26 aprile da soldati unionisti che gli stavano dando la caccia, alternò momenti di euforia, per il risalto che la sua presunta impresa stava avendo, a fasi di depressione, a causa della scarsa solidarietà dell’opinione pubblica. Pure questi cambiamenti di umore estremi e repentini denotavano una certa instabilità mentale.
Anche si questo avvenimento esiste una serie tv, prodotta da Apple TV. “Manhunt” ricostruisce con tensione quasi documentaria i giorni successivi all’assassinio di Lincoln, seguendo la caccia frenetica a John Wilkes Booth e mostrando come la giovane nazione americana cercò ordine, giustizia e un nuovo equilibrio politico
Czolgosz e McKinley
Anche Leon Czolgosz era animato da un progetto politico quando sparò al repubblicano William McKinley il 6 settembre 1901. Nato a Detroit da immigrati polacchi, si avvicinò all’anarchismo e abbandonò il precedente orientamento socialista dopo aver ascoltato un comizio di Emma Goldman.
Aveva, tuttavia, una personalità molto chiusa, tendeva a isolarsi e mostrava difficoltà a relazionarsi con gli altri. La sua asocialità era così accentuata da destare sospetti tra i suoi potenziali compagni di lotta, i quali ipotizzarono addirittura che fosse un infiltrato della polizia alla ricerca di informazioni sui movimenti sovversivi.
Czolgosz si rese conto delle profonde sperequazioni degli Stati Uniti all’inizio del Novecento, frutto di un capitalismo senza regole e privo di regolamentazioni.
Decise, pertanto, di passare all’azione e colpire McKinley. Ai suoi occhi, il presidente era la personificazione di un sistema che consentiva ai ricchi di accrescere i propri averi, sfruttando impunemente il lavoro dei diseredati. Czolgosz volle ergersi a giustiziere per conto dei poveri, sull’esempio di un altro anarchico, Gaetano Bresci, che l’anno precedente, il 29 luglio 1900, aveva ucciso il re d’Italia, Umberto I.
La questione dell’infermità mentale emerse anche nel processo a Czolgosz. La difesa, infatti, sostenne che solo un pazzo avrebbe potuto pensare di sparare quasi a bruciapelo al presidente in una sala gremita di pubblico, quale era quella in cui aveva colpito McKinley, dal momento che la propria cattura sarebbe stata certa e immediata. La tesi non fu accolta e Czolgosz venne condannato a morte.
L’assassino del presidente, però, aveva avuto in passato un esaurimento nervoso e aveva maturato una vera e propria ossessione per la necessità di provocare un radicale cambiamento sociale negli Stati Uniti. Insieme alla sua asocialità, erano elementi che inducono a ritenere che pure Czolgosz fosse per lo meno un po’ squilibrato, come ha suggerito James W. Clarke (American Assassins: The Darker Side of Politics (Princeton, NJ, Princeton University Press, 1990).
Oswald e Kennedy
Le teorie sull’omicidio del presidente democratico John F. Kennedy sono quanto mai numerose, soprattutto per quello che concerne chi fosse dietro al delitto. Si spazia dall’Unione Sovietica ad addirittura il vicepresidente Lyndon B. Johnson, passando per la mafia, componenti deviate della Cia e dell’Fbi, esuli cubani anticastristi, suprematisti bianchi degli Stati del Sud, il regime di Fidel Castro e sostenitori del deposto presidente sudvietnamita Ngo Diem.
Se si ritengono attendibili le conclusioni della commissione d’inchiesta sull’omicidio di Kennedy, presieduta dal presidente della Corte Suprema Earl Warren, l’unico a sparargli a Dallas il 20 novembre 1963 fu Oswald. Una commissione di indagine della Camera dei Rappresentanti sugli assassinii non escluse che dietro all’uccisione del presidente ci fosse un complotto. Tuttavia, convenne che Oswald era stato il solo esecutore materiale. Fin dall’infanzia Oswald denotò disturbi mentali che associavano comportamenti violenti, atteggiamenti narcisistici e una tendenza al delirio di onnipotenza. Da adulto sviluppò un senso di frustrazione quasi continuo per l’incapacità di realizzare quanto si era proposto.
Si arruolò nei marines, ma venne ripetutamente punito per insubordinazione e perse la qualifica di tiratore scelto che si era originariamente guadagnato. Deluso dagli Stati Uniti, si traferì in Unione Sovietica. Però, a suo giudizio, le autorità di Mosca non apprezzarono adeguatamente la sua diserzione perché rifiutarono di conferirgli la cittadinanza sovietica. Tentò allora il suicidio, un atto disperato da cui fu salvato e che gli fruttò la concessione dell’asilo politico. Considerò un fallimento l’impiego di operaio in una fabbrica di prodotti elettronici, che gli era stato procurato affinché potesse guadagnarsi da vivere.
Decise, quindi, di tornare negli Stati Uniti, aspettandosi un’accoglienza da eroe. Invece della gloria trovò lavori occasionali che non era in grado di conservare. Fantasticava di compiere un grande gesto rivoluzionario che lo avrebbe fatto passare alla storia. Fondò a New Orleans la sezione locale di un gruppo filocastrista, il Fair Play for Cuba Committee, senza riuscire a raccogliere nemmeno un iscritto. Cercò di assassinare il generale Edwin Walker, un noto anticomunista e anticastrista, ma gli provocò solo ferite superficiali. La sua ultima occasione per raggiungere la fama divenne così quella di assassinare Kennedy.
La trasposizione televisiva e i fatti storici
La sceneggiatura di Death by Lightning si basa su un volume di Candice Millard (Destiny of the Republic: A Tale of Madness, Medicine, and the Murder of a President, New York, Doubleday, 2011). Millar è una giornalista e costruisce il libro presentando la vicenda quasi nei termini di un romanzo poliziesco. Inoltre, è particolarmente interessata a dimostrare l’arretratezza della medicina statunitense dell’epoca, rispetto a quella europea. Secondo la sua ricostruzione, Garfield sarebbe morto non tanto a causa dei colpi di pistola quanto per la sepsi sviluppata in seguito a maldestri tentativi di estrarre uno dei due proiettili che lo aveva raggiunto, conficcandosi nell’addome.
Willard Bliss, il medico che gli prestò i primi soccorsi, introdusse un dito sporco nella ferita per provare a estrarre il proiettile che era rimasto nel corpo del presidente ma non aveva leso organi vitali. L’altro era stato deviato da un braccio ed era fuoruscito. Con il suo intervento, secondo Millard, “quasi sicuramente” Bliss provocò un’infezione che andò peggiorando con il tempo.
Infatti, nei giorni seguenti, i curanti seguitarono a tentare di localizzare la pallottola con strumenti che non erano stati sterilizzati, ignorando le conclusioni a cui erano giunti i clinici europei sui germi e sulla diffusione delle infezioni. Inoltre, Destiny of the Republic si dilunga sulla figura di Alexander Graham Bell, più noto come primo beneficiario di un brevetto per il telefono nel 1876, che tentò pure lui di aiutare a salvare la vita di Garfield, fornendo un primitivo metal detector di sua invenzione per identificare dove si trovasse il proiettile.
Nonostante ricerche accurate, Millard finisce per cadere in sprazzi di storia controfattuale, ipotizzando che Garfield sarebbe stato un grande presidente se non fosse stato ucciso. Oltre a rispecchiare questi specifici contenuti dello studio di Millard, la sceneggiatura di Death by Lightning aggiunge anche un pizzico di anacronistico protagonismo femminile, declinato soprattutto attraverso la figura della moglie di Garfield, Lucretia, e paga così dazio al rilievo che le produzioni televisive odierne quasi impongono di dare alle donne.
Allo scopo di valorizzare il ruolo di Lucretia non solo privato ma anche pubblico, viene addirittura inventato di sana pianta un suo colloquio con Guiteau il giorno dell’esecuzione. Nella conversazione, Lucretia assicura all’assassino del marito, ormai materialmente a un passo dal patibolo, la damnatio memoriae per propria mano.
La vedova del presidente informa Guiteau che ha impedito la pubblicazione dell’autobiografia scritta in carcere dall’omicida e che quindi lo farà dimenticare dalla storia. In realtà, il libro – The Truth, and the Removal – fu dato alle stampe nel 1882, l’anno in cui Guiteau venne impiccato. La produzione assegna una scena da protagonista, storicamente improbabile, anche alla figlia di Garfield: la ragazza, poco più che adolescente, quasi aggredisce verbalmente il padre per difendere il diritto dei cinesi a immigrare negli Stati Uniti contro chi ne vorrebbe vietare l’ingresso accusandoli di sottrarre posti di lavoro agli americani.
I meriti di Death by Lightning al di là delle forzature del copione
La miniserie di Netflix non si limita a riportare alla luce una vicenda largamente dimenticata. Nello smentire l’ipotesi di una congiura ordita da Arthur ai danni di Garfield e nel mostrare che Guiteau era uno squilibrato che mise in atto per conto proprio i suoi propositi omicidi invita anche a riflettere su come le tesi di cospirazioni politiche negli Stati Uniti siano state spesso destituite di fondamento.
Come ha sostenuto Robert A. Goldberg (Enemies Within: The Culture of Conspiracy in Modern America, New Haven, CT, Yale University Press, 2001), fino dai tempi dei processi alle “streghe” istruiti dai coloni puritani del Massachusetts alla fine del Seicento in quella che era ancora l’America del Nord inglese, le ipotesi di complotto sono diventate una “tradizione nazionale” negli Stati Uniti nel tentativo, attraverso l’elaborazione di narrazioni fittizie, di razionalizzare vicende inspiegabili e incomprensibili. L’omicidio di Garfield è uno di questi casi. Sembrerebbe impossibile che un pazzoide frustrato come Guiteau avesse potuto assassinare da solo il presidente. Eppure fu proprio così.
Inoltre, la vicenda narrata da Death by Lightning non è stata un episodio isolato per quanto ha riguardato gli inquilini della Casa Bianca vittime della paranoia di singoli individui. Oltre ai casi di Booth, Guiteau, Czolgosz e Oswald, ce lo ricorda un altro avvenimento, questa volta riguardante un tentato omicidio: il 30 marzo 1981 John Hinckley Jr. ferì gravemente il presidente repubblicano Ronald Reagan nel tentativo di ucciderlo. Hinckley non aveva nessun mandante intenzionato a cambiare il corso della politica statunitense né aveva disegni ideologici personali da attuare. Nella sua follia voleva molto più semplicemente assassinare Reagan in modo da riuscire a fare colpo sull’attrice Jodie Foster, per la quale nutriva un’incontrollabile attrazione.
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STEFANO LUCONI insegna Storia degli Stati Uniti d’America nel dipartimento di Scienze Storiche, Geografiche e dell’Antichità dell’Università di Padova. Le sue pubblicazioni comprendono La “nazione indispensabile”. Storia degli Stati Uniti dalle origini a Trump (2020), Le istituzioni statunitensi dalla stesura della Costituzione a Biden, 1787–2022 (2022), L’anima nera degli Stati Uniti. Gli afro-americani e il difficile cammino verso l’eguaglianza, 1619–2023 (2023). La corsa alla Casa Bianca 2024. L’elezione del presidente degli Stati Uniti dalle primarie a oltre il voto del 5 novembre (2024).
