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La Federal Reserve non tocca i tassi ma alza le stime dell’inflazione: “Impatto guerra incerto”

Il Federal Open Market Committee (Fomc), l’organismo responsabile della politica monetaria degli Stati Uniti, ha optato per tenere i tassi d’interesse al 3,50%-3,75%, come previsto dagli analisti.

La Federal Reserve non tocca i tassi ma alza le stime dell’inflazione: “Impatto guerra incerto”

Non era attesa una variazione, e infatti i tassi d’interesse di riferimento statunitensi sono rimasti invariati. A deciderlo come avviene periodicamente è stato il Federal Open Market Committee (Fomc), l’organismo della Federal Reserve responsabile della politica monetaria degli Stati Uniti, che ha dunque optato per tenere i tassi d’interesse al 3,50%-3,75%, come previsto dagli analisti. In questa occasione si è registrato un solo voto contrario (erano due il 28 gennaio): quello di Stephen J. Miran che avrebbe preferito un taglio di un quarto di punto. Christoph J. Walter, che nella precedente riunione aveva votato a favore di una riduzione del costo ufficiale del credito a brevissimo termine, ha fatto convergere il suo voto con quello della maggioranza.

“Le conseguenza della guerra in Medio Oriente sono incerte”

In questa riunione, una delle ultime presieduta dal presidente uscente Jerome Powell che a partire da giugno sarà sostituito dal trumpiano Kevin Warsh, più che un ritocco dei tassi era atteso un aggiornamento delle valutazioni sulla situazione economica alla luce del conflitto in Medio Oriente e della conseguente crisi energetica che potrà avere impatti significativi sull’inflazione. E invece è cambiata di poco anche la diagnosi dell’economia, nel comunicato ufficiale: la banca centrale americana ha semplicemente notato che l’inflazione è poco variata, mentre a gennaio aveva preferito sottolineare che aveva mostrato segni di stabilizzazione. Inevitabile comunque il riferimento alla guerra: “Le implicazioni degli sviluppi in Medio Oriente per l’economia degli Stati Uniti sono incerte”.

Le nuove proiezioni macroeconomiche: inflazione prevista in rialzo al 2,7% nel 2026

Le proiezioni macroeconomiche mostrano una crescita più rapida, rispetto a dicembre, per quest’anno (2,4% contro il 2,3%), per il prossimo (2,3% dal 2%) e per il 2028 (2,1% dall’1,9%). La crescita di lungo periodo, che può essere considerata come un obiettivo implicito, è stata alzata al 2% dall’1,8%. Anche l’inflazione è ora prevista in rialzo: 2,7% (dal 2,4% di dicembre) per quest’anno, 2,2% per il 2027 (dal 2,1%) e 2% invariato per il 2028. Nell’orizzonte di politica monetaria, dunque, l’obiettivo verrebbe raggiunto, un segnale che l’attuale orientamento appare appropriato, come ha confermato il presidente Jerome Powell in conferenza stampa. In leggero rialzo anche l’inflazione core: 2,7% (dal 2,5%) per quest’anno; 2,2% (dal 2,1%) per il prossimo, e 2% invariato per il 2028. Quasi invariata la disoccupazione, rivista solo al 4,3%, dal 4,2% per l’anno prossimo.

Le dichiarazioni di Powell

“I valori elevati degli ultimi mesi – ha detto il presidente Powell in conferenza stampa – riflettono l’inflazione nel settore dei beni, aumentata dagli effetti dei dazi. Le misure a breve termine delle aspettative di inflazione sono cresciute nelle ultime settimane, probabilmente riflettendo le perturbazioni nel mercato del petrolio; le aspettative di più lungo periodo restano coerenti con l’obiettivo del 2%. Nel breve periodo – ha poi aggiunto l’economista – l’aumento dei prezzi dell’energia farà salire l’inflazione complessiva; è ancora troppo presto per conoscere la portata e la durata dei potenziali effetti sull’economia”.

“La crescita dell’occupazione – ha ancora detto il numero uno della Federal Reserve – è rimasta contenuta. Una parte significativa del rallentamento del ritmo di crescita dei posti di lavoro nell’ultimo anno riflette una diminuzione della crescita della forza lavoro, dovuta a una minore immigrazione e a una riduzione della partecipazione al mercato del lavoro, anche se la domanda di lavoro si è indebolita a sua volta. Altri indicatori, tra cui le offerte di lavoro, i licenziamenti, le assunzioni e la crescita dei salari nominali, mostrano nel complesso pochi cambiamenti negli ultimi mesi”.

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