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La Ditta ex Pci è con Conte: il livore anti-Renzi è la sua bussola

Nell’eterno conflitto tra conservatori e innovatori, non stupisce che tutta la ditta ex Pci – da D’Alema a Bersani, da Zingaretti a Bettini e Orlando – si schieri a difesa di Conte, campione di immobilismo e di trasformismo, che il segretario del Pd aveva addirittura indicato come guida del fronte progressista – Stupisce invece che si confondano cause ed effetti della crisi politica, che ha la sua origine nell’immobilismo del Governo Conte 2 di fronte alla pandemia e all’irripetibile occasione del Recovery Plan

La Ditta ex Pci è con Conte: il livore anti-Renzi è la sua bussola

“C’è un mistero in più da dipanare, dentro questa crisi affrettata e confusa, ed è l’irresistibile fascino che Giuseppe Conte esercita sugli eredi della “Ditta”, quell’entità cui usava riferirsi Pierluigi Bersani per indicare lo zoccolo duro della dirigenza ex Pci che, oltre a lui, comprendeva e comprende Massimo D’Alema, Achille Occhetto, Goffredo Bettini, Nicola Zingaretti, Andrea Orlando e tanti altri”. È quanto scriveva ieri “La Repubblica”, ma in realtà non c’è nessun mistero nel posizionamento politico della Ditta ex-Pci e ha ragione “Il Foglio”, che sempre ieri apriva con un titolo che più eloquente di così non avrebbe potuto essere: “La Ditta per Conte: Bersani, D’Alema e Occhetto cercano vendetta contro Renzi e fomentano il compagno Giuseppi (Conte). Delusione in vista”.

Non c’è nulla di strano in quanto sta succedendo: è il livore contro Matteo Renzi, che a suo tempo la rottamò senza tanti complimenti, ad animare lo spirito di rivincita della Ditta dei Bersani e dei D’Alema, ma anche dei Bettini e degli Orlando. E chissà se l’ambiguità sui fatti di Washington di Conte, che non ha mai chiamato in causa Donald Trump, li farà arrossire. Più complesso sarebbe analizzare l’antirenzismo di Nicola Zingaretti, che sembra il frutto di un evidente complesso di inferiorità verso il suo predecessore, e di Dario Franceschini, le cui mosse sono da tempo unicamente orientate alla conquista del Quirinale e quindi alla necessità di assecondare Conte e soprattutto i Cinque Stelle, i cui voti nell’elezione del prossimo Presidente della Repubblica peseranno.

Ma lo scontro tra Renzi e la Ditta non può essere classificato solo come scontro di personalità e desiderio di rivincita: è invece l’espressione dell’eterno conflitto che una volta divideva socialisti e comunisti e in tempi più recenti continua a lacerare la sinistra tra innovatori e conservatori, tra chi pensa che l’interpretazione di un mondo che cambia richieda una nuova cultura politica e che resta aggrappato al continuismo con il passato. Renzi non proviene dalla tradizione comunista, è politicamente un diverso dagli ex Pci e, al di là del suo carattere spesso insopportabilmente ruvido, ha proprio questo peccato d’origine, che la Ditta non gli perdonerà mai.

Commettendo non pochi errori nella sua effervescente esperienza politica, Renzi è semplicemente uno che – come hanno fatto con esiti alterni Bill Clinton e Barack Obama, Tony Blair ed Emmanuel Macron – s’è chiesto, nel suo piccolo, perché la sinistra è minoranza sociale e politica e che cosa avrebbe dovuto fare per modernizzarsi e per guidare le trasformazioni di un Paese come l’Italia. La sciagurata sconfitta del referendum costituzionale e gli avvenimenti politici successivi l’hanno azzoppato e lui ci ha messo del suo per complicarsi la vita, ma il problema di come modernizzare l’Italia e di come modernizzare tutto lo schieramento riformatore resta e solo chi nasconde la testa sotto la sabbia può far finta di non vederlo. Ma non sarà il conservatorismo di sinistra che alligna nella Ditta a dare una risposta a queste domande.

Tutto il resto e quanto sta succedendo in questi giorni viene di conseguenza, come il sostegno della Ditta a un premier come Conte che ha avuto la disinvoltura di guidare senza alcun imbarazzo un governo sovranista con Lega e Cinque Stelle e un governo europeista con Pd, Iv, Leu e Cinque Stelle, che nemmeno ora prende le distanze da Donald Trump ma che soprattutto dimostra di non saper portare il Paese fuori dalla palude dell’immobilismo malgrado la tragedia della pandemia e l’occasione storica del Recovery Plan.

Tuttavia, il mistero vero non è la seduzione che Conte esercita sulla Ditta ex Pci e sui corifei radical chic dei tanti talk show, ma come sia possibile scambiare cause ed effetti e non capire che l’irrequietudine di Renzi è solo l’effetto e non la la causa della crisi politica, la cui radice sta in tutta evidenza nell’immobilismo e nella completa assenza di visione e di carica riformatrice del Governo Conte 2 e del premier che lo dirige. Se non si parte da qui e non ci si allarma di fronte a un Paese che rischia di affondare per l’inettitudine di buona parte della sua classe dirigente non si comprende nulla dell’attuale vicenda politica e si corre solo il rischio di darne una lettura caricaturale. E spiace vedere che gli eredi di un partito, il Pci, che è nato il 21 gennaio di 100 anni fa e che nella storia italiana ha rappresentato miserie e splendori ma è stato un indubbio baluardo della democrazia, fatichi tanto a capirlo al punto di andare a rimorchio dell’avvocato, capitato per caso sulla poltrona di Palazzo Chigi.

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