L’esistenza in Italia di una “questione salariale” è all’attenzione di economisti e politici più avvertiti da almeno un paio di decenni. Ma nessuno ha avuto la forza e la lucidità per affrontare il problema alla radice: i partiti politici hanno cercato di venire incontro ai lavoratori proponendo bonus o sgravi fiscali che peraltro sono risultati sempre modesti; i sindacati sono stati presi più dal loro ruolo politico che li portava ad essere interlocutori del governo invece che delle imprese, ed hanno trascurato di riformare il loro modus operandi finendo così per non avere la possibilità di difendere i salari dei lavoratori.
Marco Leonardi e Leonzio Rizzo, professori universitari l’uno a Milano e l’altro a Ferrara, hanno scritto un agile volume, Il prezzo nascosto pubblicato da Egea, che, partendo dagli effetti della fiammata inflattiva del 21-22, seguita dalla depressione del Covid, ha riportato all’attenzione della opinione qualificata il problema della perdita del valore reale del salario in quanto gli incrementi retributivi registrati negli ultimi tre anni non sono riusciti a coprire la perdita del potere d’acquisto causata dall’aumento dei prezzi di tutti i beni essenziali.
E nemmeno l’intervento dello Stato con un taglio degli oneri sociali e la riduzione di una aliquota dell’Irpef è bastato a riequilibrare il valore reale del salario, a parte i redditi bassi, sotto i 25-35 mila euro. Tutti gli altri e cioè il ceto medio che è stato escluso dagli sgravi fiscali, ha avuto perdite significative del loro potere di acquisto, cioè delle cose che potevano comprare prima della crisi del 2019.
Il libro offre importanti spunti di riflessione sulla ragioni per le quali in Italia, a differenza di tutti gli altri Paesi occidentali, il salario non ha recuperato la perdita derivante dal picco di inflazione di oltre il 20% che si è verificato dopo la pandemia. Un picco inflazionistico dovuto da un lato alla abbondante liquidità messa in circolo dalla Bce e dallo Stato nel periodo più buio della crisi, e dall’altro alla impennata del prezzo dell’energia ed in particolare del gas, in seguito all’attacco della Russia all’Ucraina.
Inoltre i due autori dimostrano che non tutti i cittadini hanno pagato lo stesso prezzo. Il carico maggiore è stato sopportato dai percettori di reddito fisso (lavoratori attivi e pensionati) sopra i 35 mila euro annuì. Si tratta del 17% dei contribuenti sui quali grava poco meno del 70% del carico Irpef complessivo. Gli altri godono di benefici vari in primo luogo della flat tax, senza considerare che la maggiore evasione si concentra proprio nel lavoro autonomo e nelle piccole imprese.
Quindi i problemi relativi ai nostri bassi salari sono di due ordini: da un lato le modalità della contrattazione sindacale e dall’altro un sistema fiscale che pesa tutto sul lavoro ed in particolare su quello dipendente.
Il volume di Leonardi e Rizzo critica apertamente i sindacati perché hanno perso di vista la questione salariale e hanno perso il contatto con i lavoratori. Si è trattato di una crisi in primo luogo culturale: a mio avviso i sindacati, tranne qualche rara eccezione, sono rimasti ancorati al contratto nazionale di categoria che assicurava loro una visibilità politica nazionale, perché pensavano ancora all’operaio massa, alla uniformità delle retribuzioni senza tener contro del merito e delle capacità dei singoli. Per lungo tempo tutti i principali sindacati hanno rifiutato il salario minimo nel timore che comportasse una perdita di peso del contratto nazionale, così come hanno visto con sospetto la contrattazione decentrata.
Ma oggi le grandi fabbriche degli anni ’50 non esistono più. I lavoratori sono diversi tra loro. Molti hanno ambizioni di una maggiore libertà e preferiscono non impegnarsi in azienda ma vogliono gestire in proprio il loro tempo di lavoro. Il risultato è stato che sono sorti centinaia di contratti “pirata”, alcuni dei quali certamente al ribasso, ma molti derivanti da oggettive esistenze aziendali come quello della Fiat del 2010 che per molto tempo ha dato anche maggiori soddisfazioni economiche ai lavoratori. Poi è arrivata una crisi devastante. Bisogna quindi – come indicano gli autori – riformare la contrattazione, approvare una legge sulla rappresentanza e fare un salario minimo per coprire i lavoratori marginali evitando così l’ennesimo intervento della magistratura che , sulla base di indicazioni costituzionali, pretende di fissare il livello del salario “dignitoso”.
Difficile dire se questi correttivi, pur necessari, siano sufficienti ad invertire una tendenza alla stagnazione salariale (che poi di fatto vuol dire arretramento rispetto agli altri Paesi) che risale a circa trent’anni fa. Gli assetti dell’economia privata italiana non consentono di pagare salari come quelli che pagano le imprese di maggiori dimensioni nel resto dell’Europa. Ma noi le grandi imprese non le abbiamo volute. Gli imprenditori hanno le loro colpe, ma la Cgil e il Pci per lungo tempo hanno considerato le aziende come il nemico di classe. Berlinguer ai cancelli della Fiat nell’80 è un episodio simbolico.
Poi c’è lo Stato che ha sperperato i denari dei contribuenti e, quando non ne aveva, ha acceso allegramente debiti su debiti per fare regali un po’ a tutte le categorie. Chi non ricorda le pensioni di anzianità con la punta dei pubblici dipendenti che potevano lasciare il lavoro dopo circa 18 anni di servizio? E poi ci sono i bonus e le esenzioni a pioggia per questa o quella categoria.
In questa situazione, una volta superata la scala mobile (dopo un decennio di battaglie) bisogna capire su quali teste deve scaricarsi l’aumento del prezzo dell’energia che noi importiamo quasi integralmente e dipendiamo quindi da altri paesi. Insomma chi deve pagare la tassa dello sceicco, come si diceva una volta, se dobbiamo proteggere tutti i lavoratori e tutte le imprese? E questo vale quando il Pil non cresce, come nel caso italiano. Il boom del dopo pandemia è una eccezione dovuta alle generose politiche governative e anche al rimbalzo collegato alla caduta del Pil durante il Covid superiore a quella di molti altri Paesi.
E a questo punto entra in gioco il problema del fisco. Nel libro si prende le mosse dal fiscal drag, ma poi lo sguardo si allarga alle distorsioni del nostro sistema fiscale che si sono accumulate nel tempo e che pur essendo ben note, nessuno ha avuto il coraggio di affrontare. Anzi, sono continuamente aumentate come lo sgravio approvato nell’ultima legge di Bilancio, sui rinnovi contrattuali che crea discriminazioni tra cittadini e distrugge la coerenza progressiva delle imposte dirette.
Il fiscal drag entra in azione nei periodi di alta inflazione perché i redditi nominali si gonfiano e pur non rendendo più ricchi i percettori, vengono tassati di più e spesso raggiungono aliquote più elevate. Lo Stato incassa e, come spesso è successo in passato, riduce il peso dei suoi debiti e rimette un po’ in ordine il bilancio pubblico.
Il fiscal drag è tanto più importante perché il nostro sistema fiscale colpisce soprattutto i lavoratori dipendenti e i pensionati. Per riequilibrarlo bisognerebbe alleggerire il carico sui redditi da lavoro e tassare di più le successioni (da noi quasi esenti da tasse), la casa e anche ritoccare l’Iva specie nelle aliquote più basse che creano confusione ed evasione. Bisognerebbe anche rivedere gli enormi privilegi della flat tax. Si può fare molto ma bisogna convincere i cittadini che non ci sono trucchi e che tutto quello che viene recuperato con le imposte indirette verrà restituito alleggerendo il carico sui salariati.
Certo tutto questo sarebbe più credibile se anche lo Stato mettesse un po’ di ordine nei suoi conti, limitando la spesa per pensioni (ma l’attuale governo ha fatto il contrario), mettendo un po’ di ordine nella finanza locale dove le Regioni spendono troppo e male, riducendo un po’ la sua burocrazia evitando di far chiedere ai cittadini un permesso per qualsiasi cosa vogliano fare.
La fiammata inflazionistica è durata poco. Ora siamo tornati ad una inflazione bassa, minore di quella media europea.
L’occupazione è aumentata e questo ha contribuito a sostenere il reddito familiare. Il problema dei salari sembra derivare da un complesso di fattori difficili da affrontare. Oggi molte aziende lamentano la difficoltà a trovare personale specializzato per le loro necessità e in vista dei notevoli investimenti che dovranno fare nelle nuove tecnologie. Come mai questa carenza di offerta di lavoratori non sposta in alto i salari? E poi c’è la crisi demografica che ci porterà nel giro di pochi anni ad una riduzione notevole del numero dei lavoratori.
Come affrontiamo il problema? L’immigrazione sarà necessaria ma dovrà essere gestita con grande attenzione per inserire i nuovi arrivati nel mondo del lavoro. E poi bisogna far lavorare più le donne e i giovani dando loro una formazione adeguata. Problemi enormi, ed è chiaro che il recupero dei salari rispetto all’inflazione è solo un aspetto del problema che ha consentito di riportare all’attenzione generale la questione delle retribuzioni. In definitiva, bisogna discutere di quale politica generale occorra fare per evitare, ad esempio, che i nostri giovani più qualificati vadano all’estero dove trovano non solo retribuzioni migliori ma anche un ambiente più stimolante e trasparente, mentre da noi il nostro “familismo amorale” la fa ancora da padrone (si vedano i concorsi universitari e quelli per i notai).