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“Il Giappone può diventare un ponte nel nuovo corso euroatlantico Usa-Ue, ecco perché”: parla l’economista ed ex ministro Takenaka

Intervista esclusiva all’economista giapponese HEIZO TAKENAKA, già ministro per la Politica economica e fiscale: “Con Trump la diplomazia è passata da un approccio basato sulle regole a uno più incentrato sulla forza. Ciò evoca nuove forme di imperialismo”. Il ruolo del Giappone guidato oggi dalla premier conservatrice Takaichi in un mutato contesto geopolitico tra dazi Usa, reazioni Ue, mosse della Cina e IA

“Il Giappone può diventare un ponte nel nuovo corso euroatlantico Usa-Ue, ecco perché”: parla l’economista ed ex ministro Takenaka

Non sono bastate le ultime parole del segretario di Stato Marco Rubio per convincere l’Europa che il vecchio corso delle relazioni euroatlantiche sia definitivamente tramontato. “Vogliamo che l’Europa sia forte, siamo parte di un’unica civiltà, la civiltà occidentale. Il nostro destino è intrecciato al vostro”, ha dichiarato in chiusura della 62esima Conferenza sulla sicurezza di Monaco. Lo shock dei dazi contro gli amici europei è stato, tuttavia, troppo forte per non creare una frattura, così come la pretesa territoriale avanzata sulla Groenlandia.

L’idea che gli interessi di europei e americani non siano più perfettamente coincidenti è diventata addirittura il motore politico per una nuova fase dell’integrazione comunitaria. La National security strategy (Nss) voluta da Donald Trump riflette le sue conseguenze verso tutti i partner degli Usa nel mondo: fuori dall’Europa il principale alleato degli americani è senza dubbio il Giappone. Le elezioni dello scorso 8 febbraio, dopo oltre un anno di instabilità politica, hanno consegnato il governo del Paese alla prima ministra Sanae Takaichi, leader del Partito Liberale Democratico.

Del futuro delle relazioni internazionali, in esclusiva per FIRSTonline, parla Heizo Takenaka, uno degli economisti più influenti in Giappone. Durante il governo di Junichiro Koizumi (2001-2006), da ministro per la Politica economica e fiscale, ha avuto un ruolo determinante nelle riforme strutturali della quinta più importante economia mondiale (“Koizumi-Takenaka Reform”). Professore emerito alla Keio University, è membro dell’Advisory Council dell’International Institute for Strategic Studies.

Professor Takenaka, l’Unione europea si sta riorganizzando per reagire alla nuova politica estera statunitense. Qual è la sua visione di quello che sta succedendo?

“Dopo la Seconda guerra mondiale, il mondo ha costruito un ordine fondato su regole condivise, sul libero scambio e sul multilateralismo. Gli Stati sovrani godevano di pari diritti e il ricorso alla forza per modificare lo status quo non era tollerato. Gli Stati Uniti sono stati la grande potenza che ha reso possibile questo assetto. Con l’avvento di Trump, la diplomazia ha subìto un notevole spostamento: da un approccio basato sulle regole ad uno maggiormente incentrato sulla forza. In una dinamica che richiama a nuove forme di imperialismo è chiaro che l’influenza delle grandi potenze, come gli Stati Uniti e la Cina, sia destinata ad aumentare”.

In che modo?

“L’ordine internazionale sta evolvendo verso una configurazione in cui la predominanza delle grandi potenze tende a rafforzarsi, in modo non dissimile dall’epoca dell’imperialismo del XIX secolo. I Paesi e le regioni che non rientrano tra le grandi potenze sono indotti ad avvicinarsi a uno dei poli maggiori, come Stati Uniti e Cina. Altrimenti rischiano di trasformarsi in aree cuscinetto tra di essi. In questo contesto, al Giappone, così come ad altri Paesi asiatici ed europei, si chiede di impegnarsi nella costruzione di nuove relazioni amichevoli, diverse da quelle del passato”.

Il secondo mandato di Donald Trump sta cambiando, più velocemente del previsto, la percezione del ruolo degli Usa nel mondo.

“Dalla fine della Seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti hanno svolto un ruolo cruciale quale pilastro della pace globale. Hanno, inoltre, sostenuto lo sviluppo economico mondiale come garanti del sistema di libero scambio. Questa combinazione di hard power e soft power, fondata sulla promozione della libertà, ha reso gli Stati Uniti oggetto di rispetto e ammirazione. Tuttavia, i recenti mutamenti interni stanno trasformando tale percezione. Il presidente Trump, leader attento alla logica dell’accordo e della negoziazione, potrebbe tuttavia giungere, in prospettiva, ad un compromesso pragmatico”.

Nell’opinione pubblica giapponese, qual è la lettura prevalente a proposito dei grandi cambiamenti che sono in atto?

“Si osserva che l’ordine tradizionale, ancorato al multilateralismo regolato e promotore del libero scambio e della globalizzazione, sta cambiando. Pur restando formalmente valido il principio di uguaglianza tra Stati sovrani, il sistema si sta spostando da una logica multilaterale verso una configurazione sempre più multipolare”.

Se il mondo sembra andare verso una nuova globalizzazione subordinata alle scelte geopolitiche, il Giappone, che è una media potenza, che strategia adotterà?

“Per le medie potenze è inevitabile attribuire priorità ai rapporti con le grandi potenze che adottano comportamenti di tipo imperialistico. Nel caso del Giappone, l’importanza dell’alleanza con gli Stati Uniti è indiscutibile. Al tempo stesso, Tokyo deve approfondire i legami con partner regionali come l’Asean, con l’Unione europea e impegnarsi nello sviluppo di relazioni con Paesi affini. Sul piano commerciale, esiste il Comprehensive and Progressive Agreement for Trans-Pacific Partnership, che comprende Giappone, Canada e diversi Paesi del Sud-est asiatico. L’ampliamento del numero dei Paesi aderenti a questo accordo rappresenta un’opzione realistica”.

I dazi statunitensi, seppur con intensità diverse, colpiscono tutte le economie del mondo. Ma il bersaglio principale di fatto è la Cina e la sua over-capacity industriale. Il Giappone rispetto a questa fase di competizione industriale ed economica con Pechino che cosa farà?

“Il Giappone rimane un alleato fondamentale per gli Stati Uniti. Rispetto ai rapporti con la Cina è urgente costruire nuove catene di approvvigionamento incentrate su Giappone, Corea del Sud e Taiwan. Un esempio concreto è rappresentato dalla filiera dei semiconduttori. Negli anni Ottanta, gli Stati Uniti criticarono l’industria giapponese dei semiconduttori: oggi, al contrario, sollecitano il Giappone ad assumere un ruolo centrale nella creazione di una nuova catena di fornitura nel settore”.

Il futuro degli equilibri internazionali si sposterà sempre di più dall’Occidente verso l’Asia e il Pacifico. Quale sarà il ruolo del Giappone?

“Il Giappone ambisce a fungere da ponte tra Europa e Stati Uniti da un lato, e gli altri Paesi asiatici dall’altro. Nel corso degli anni, il Paese ha maturato una significativa esperienza nella gestione dei disastri naturali, sviluppando competenze riconosciute nella previsione dei terremoti e nella ricostruzione post-catastrofe. In un contesto in cui i disastri naturali sono destinati ad aumentare a causa del cambiamento climatico, il ruolo del Giappone nella regione è destinato a rafforzarsi ulteriormente”.

Nel caso in cui ci fosse un intervento della Cina a Taiwan, quale potrebbe essere la reazione del Giappone?

“È opinione diffusa che un’emergenza a Taiwan equivarrebbe a un’emergenza per il Giappone. Tokyo si dichiara pronta a contribuire alla pace e allo sviluppo della regione in stretta cooperazione con gli Stati Uniti”.

La fatica delle democrazie di governare i processi economici e sociali mostra indizi sempre più evidenti. I riti, i tempi, le forme della democrazia sono assediati da tanti nemici. Anche la società giapponese è esposta a questo rischio?

“Sì, nel senso che si avverte una crescente domanda di una leadership forte, capace di superare le lentezze procedurali tipiche dei sistemi democratici. Inoltre, la complessità del contesto internazionale può alimentare facilmente dibattiti accesi improntati alla logica del prima il nostro Paese. Questa tendenza ha contribuito alla netta vittoria del primo ministro Takaichi nelle recenti elezioni generali, condotte con la promessa di rendere il Giappone forte e prospero“.

La competizione industriale lungo la frontiera tecnologica è stata una delle caratteristiche della forza economica del Giappone. In questo contesto, dove si colloca oggi il Giappone?

“L’importanza delle tecnologie avanzate è in costante crescita, il che richiede una politica industriale più proattiva. Tuttavia, in termini di entità degli investimenti in ricerca e sviluppo, Stati Uniti e Cina sono nettamente in vantaggio, rendendo irrealistico per il Giappone un confronto diretto su larga scala. Nel campo dell’intelligenza artificiale, però, il Giappone può offrire un contributo significativo, in particolare nell’integrazione con la robotica e nell’applicazione concreta delle tecnologie nel mondo reale”.

L’Europa è alle prese con scenari demografici in declino e con la connessa grande questione della produttività dell’economia. In Giappone cosa si sta facendo in questo senso?

“Anche il Giappone deve affrontare gravi sfide demografiche, tra cui il calo e l’invecchiamento della popolazione. Inoltre, la sua struttura energetica resta vulnerabile, a causa della storica dipendenza dalle importazioni di risorse naturali. In risposta, la nuova amministrazione Takaichi dovrebbe avviare la predisposizione di un quadro normativo volto ad affrontare il tema dell’immigrazione. È previsto, inoltro, il ricorso a risorse fiscali per stimolare gli investimenti e migliorare la produttività”.

Dal Giappone come si vede il futuro dell’Unione europea? L’Europa delle regole e del diritto, oggi che tipo di interlocutore è nel mondo della “forza” e delle ambizioni “neo-imperiali”?

“Al recente Forum di Davos, la presidente della Commissione europea ha rivolto un appello deciso all’unità europea. Pur criticando le derive imperialistiche degli Stati Uniti, è difficile prevedere un cambiamento di rotta di Trump nel breve periodo. In tale scenario, un’Europa coesa potrebbe acquisire un’influenza paragonabile a quella di una quasi-potenza imperiale. Il Giappone intende rafforzare ulteriormente il proprio rapporto con gli Stati Uniti e, al contempo, far evolvere ed espandere il Comprehensive and Progressive Agreement for Trans-Pacific Partnership. Vi è l’auspicio che anche l’Europa approfondisca il proprio coinvolgimento, eventualmente attraverso l’adesione o forme strutturate di partecipazione”.

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