Condividi

I prezzi di petrolio e gas si impennano e le banche centrali cambiano rotta: si va verso un rialzo dei tassi, scendono bond e oro. E il dollaro?

La coincidenza di tanti meeting di politica monetaria concentrati in questa settimana ha lasciato sul terreno un messaggio corale: occorre combattere l’inflazione in arrivo con i tassi, con un’attenzione per la crescita economica. La Fed alla fine è emersa come la meno “falco” delle sue controparti

I prezzi di petrolio e gas si impennano e le banche centrali cambiano rotta: si va verso un rialzo dei tassi, scendono bond e oro. E il dollaro?

Le principali banche centrali del mondo, che si sono riunite tutte questa settimana con una inusuale coincidenza, si sono ritrovate a cambiare in fretta e furia i loro indirizzi e a concordare nell’essere pronte ad affrontare qualsiasi impennata dell’inflazione con politiche più restrittive: l’escalation della guerra con l’Iran ha messo infatti a rischio le vitali infrastrutture energetiche del Medio Oriente e ha spinto al rialzo i prezzi dei carburanti. Tuttavia ci si trova in un contesto in cui la crescita economica mondiale, a causa delle bombe dei dazi sganciate da Trump, è ancora incerta e quindi le banche centrali dovranno manovrare con cura le loro politiche per evitare un rischio ben maggiore di stagflazione: alta inflazione e crescita modesta.

A partire da mercoledì gli attacchi iraniani hanno causato ingenti danni al più grande impianto di gas del mondo in Qatar e colpito altre infrastrutture del Golfo, in seguito agli attacchi israeliani contro i propri impianti del gas. Tali attacchi rendono più probabile che l’economia globale debba affrontare danni a lungo termine alle forniture energetiche. Il petrolio è tornato a sfiorare i 120 dollari al barile ieri, sebbene oggi si stia assestando sotto i 110 dollari.

Ma la sensazione è che ormai i buoi siano scappati lasciando un segno profondo, anche se la guerra dovessse insperabilmente terminare oggi: il conflitto ha sconvolto la catena di approvvigionamento energetico e l’ombra lunga della crisi energetica è ben lungi dall’essersi dissolta.

Con la rapida inversione di rotta delle banche centrali questa settimana, dalla prospettiva di tagli dei tassi a quella di un restringimento, tutti i mercati stanno reagendo, ma in particolare la pressione si ritrova sui mercati obbligazionari e sull’oro. Il dollaro invece, che dovrebbe salire in caso di rialzi dei tassi, sta invece scendendo perche la Fed si è rivelata essere la meno “falco” di tutte le sue controparti questa settimana.

Le banche centrali sono d’accordo: occorrerà controllare l’imminente rialzo dell’inflazione con i tassi

Questa settimana si sono incrociate le agende delle banche centrali di Stati Uniti, Giappone, Gran Bretagna, Canada e zona euro – di fatto il Gruppo dei Sette, oltre ad altre diverse banche di economie minori.

La scottatura del periodo della pandemia brucia ancora e dopo le critiche ricevute per aver agito troppo tardi per contenere l’impennata dei prezzi dopo il Covid, che poi si è ingigantita con l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022, questa volta i funzionari di politica monetaria si sono mostrati determinati a tenere a bada l’inflazione. Con un occhio di riguardo per la crescita economica, ancora discontinua, cercando di evitare una “stagflazione“, ovvero una combinazione di recessione e impennate dei prezzi.

La Federal Reserve Usa e la Banca del Canada mercoledì hanno entrambe optato per mantenere i tassi di interesse invariati, seguite da ieri Banca del Giappone, la Banca d’Inghilterra , la Banca Centrale Europea e le banche centrali di Svizzera e Svezia con la stessa intonazione. Tuttavia, hanno chiarito di essere in allerta, preoccupate che l’aumento dei prezzi dell’energia possa innescare un’ondata di inflazione nell’intera economia se, ad esempio, iniziasse a spingere le famiglie a chiedere salari più alti, temendo di perdere potere d’acquisto.

Bce: rischi al rialzo per l’inflazione e al ribasso per la crescita

“La guerra in Medio Oriente ha reso le prospettive significativamente più incerte, creando rischi al rialzo per l’inflazione e rischi al ribasso per la crescita economica” ha detto ieri la Bce. Nella conferenza stampa successiva alla decisione, la presidente della Bce Christine Lagarde ha anche detto che l’eurozona è resiliente e che la bassa inflazione attuale la pone “in una buona posizione” per affrontare quello che ha definito “un grave shock in corso”. La banca centrale ha rivisto al rialzo le sue previsioni di inflazione per quest’anno, portandole al 2,6%, al di sopra dell’obiettivo del 2%, e ha pubblicato scenari in base ai quali l’inflazione potrebbe tornare a diminuire se lo shock si rivelasse temporaneo, ma potrebbe risalire al 4,8% l’anno prossimo se le difficoltà dovessero persistere. In assenza di una rapida risoluzione del conflitto, è probabile che i responsabili politici della Bce avviino una discussione ad aprile e che, eventualmente, inaspriscano le politiche nella successiva riunione di giugno, secondo quanto riferito ieri a Reuters da alcune fonti.

Bank of England: la posizione giusta è quella di mantenere i tassi invariati

Commentando la decisione unanime del comitato di politica monetaria della Banca d’Inghilterra di mantenere i tassi d’interesse invariati, il governatore della BoE, Andrew Bailey, ha affermato che la banca dovrà reagire all’impatto persistente sull’inflazione nel Regno Unito. Tuttavia, ha ridimensionato le aspettative dei mercati riguardo a un netto inasprimento della politica monetaria, dato che gli operatori avevano già scontato due aumenti dei tassi di interesse di 25 punti base entro la fine dell’anno, rispetto a uno solo previsto prima della riunione. “Vorrei mettere in guardia dal trarre conclusioni affrettate su un nostro eventuale aumento dei tassi d’interesse”, ha dichiarato Bailey in un’intervista rilasciata alle emittenti britanniche. “Oggi abbiamo dato un messaggio molto chiaro: la posizione giusta è quella di mantenere i tassi invariati.”

A Tokyo, il governatore della Banca del Giappone, Kazuo Ueda, ha detto che la Boj non escluderebbe un aumento dei tassi a breve termine se l’impatto negativo sulla crescita derivante dall’impennata dei costi del petrolio si rivelasse temporaneo e non compromettesse il raggiungimento a lungo termine dell’obiettivo di prezzo fissato dalla banca. “Dobbiamo tenere presente che i recenti sviluppi si verificano in un momento in cui le aziende stanno già attivamente aumentando prezzi e salari, il che suggerisce che potrebbero trasferire i costi in modo più aggressivo rispetto a quanto accaduto dopo la guerra in Ucraina”, ha dichiarato Ueda in una conferenza stampa.

Anche il governatore della Banca del Canada, Tiff Macklem, ha espresso un parere simile: “Se i prezzi dell’energia rimarranno alti, non permetteremo che i loro effetti si estendano e si trasformino in inflazione persistente”, ha affermato.

L’unica ad avere già alzato i tassi questa settimana, ma era nelle previsioni, è la Reserve Bank of Australia che lo ha portato al livello più alto degli ultimi 10 mesi e ha avvertito di un rischio “sostanziale” per l’inflazione. Invece la banca centrale brasiliana, con uno dei tassi più alti tra le principali economie, ha optato per un prudente taglio di 25 punti base, portando il tasso di riferimento al 14,75%, un taglio inferiore a quanto inizialmente previsto.

La Fed: dalla prospettiva di due tagli nel 2026 allo stand by

La Federal Reserve Usa alla fine è emersa essere l’unica grande banca centrale che non dovrebbe aumentare i tassi quest’anno. Prima dell’inizio della guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran, alla fine di febbraio, gli investitori si aspettavano due tagli dei tassi da parte della Fed quest’anno. Ora ritengono che uno di questi sia una prospettiva lontana e le previsioni per le altre principali banche centrali si sono fatte ancora più restrittive.

Rendimenti dei titoli di Stato in rialzo ovunque

La revisione restrittiva dei tassi ha innescato un crollo nei mercati obbligazionari globali e un conseguente rialzo dei rendimenti, soprattutto sulle scadenze brevi, le più sensibili al rialzo dei tassi ufficiali. I titoli di Stato britannici a breve termine ieri hanno registrato una delle loro peggiori giornate da quando sono iniziate le rilevazioni, mentre il rendimento dei titoli del Tesoro statunitensi a due anni è a un certo punto balzato di oltre 20 punti base. Stamane i rendimenti dei titoli di Stato australiani di riferimento hanno raggiunto il livello più alto degli ultimi quasi 15 anni, mentre i rendimenti dei titoli biennali neozelandesi hanno toccato il massimo da circa un anno.

In Europa il rendimento del Btp a 2 anni ha visto un aumento di oltre il 2% stamane a 2,89%, l’analoga scadenza del bund tedesco ha un rendimento in rialzo del 2,4% a 2,43% e quella del francese Oat a 2,78%, anch’essa con un rialzo del 2,4%.

In rialzo anche i rendimenti della parte a lunga della curva. I rendimenti dei Gilt inglesi a 10 anni sono aumentati al 4,848%, in crescita di oltre 10 punti base rispetto alla chiusura della vigilia (+2,17%), dopo aver toccato un picco al 4,909%, nuovo massimo delle ultime 52 settimane. I Treasury decennali americani hanno visto il rendimento risalire al 4,279%, ai massimi degli ultimi due mesi e il Bund tedesco a 10 anni si conferma vicino ai massimi biennali al 2,944%.

Oro verso il terzo calo settimanale consecutivo. Giù anche l’argento

Con la riduzione delle prospettive di un taglio dei tassi di interesse nel breve termine, l’oro si avvia a registrare la maggiore perdita settimanale degli ultimi sei anni. Il metallo prezioso ha perso valore ogni settimana da quando Stati Uniti e Israele hanno attaccato l’Iran il 28 febbraio scorso accumulando un -10%. Sebbene l’oro sia spesso considerato un bene rifugio contro l’inflazione, l’aumento dei tassi di interesse tende a ridurne l’attrattiva, poiché il metallo non offre alcun rendimento.

Stamane i prezzi dell’oro sono leggermente saliti grazie agli acquisti tecnici, ma si avviano verso il terzo calo settimanale consecutivo. L’oro spot è salito dello 0,6% a 4.675,23 dollari l’oncia stamane, ma con una correzione settimanale del 7%, rispetto agli oltre 5.000 dollari toccati nei giorni scorsi. Stesso movimento per l’argento che ha addirittura perso oltre il 10% in una settimana attestandosi attorno ai 73 dollari.

Il dollaro invece scende. Perchè?

Un discorso a parte merita il dollaro che, dopo essere salito a massimi plurimensili questa settimana, rispolverando il suo ruolo di asset rifugio e tutto sommato in modo coerente con l’aria di restrizioni monetarie, oggi invece perde terreno proprio perchè la Fed è risultata alla fine la meno “falco” di tutte le altre in prospettiva. Così l’euro, lo yen, la sterlina e il franco svizzero si avviano a chiudere la settimana in rialzo contro il dollaro. L’euro, pur leggermente indebolito oggi a 1,1572 dollari, è in rialzo dell’1,3% dall’inizio della settimana. Lo yen, scambiato a 158,47 per dollaro, ha guadagnato lo 0,8% e la sterlina, che si aggira intorno a 1,3420 dollari, è in rialzo dell’1,5%.

L’indice del dollaro ha guadagnato meno dello 0,1% oggi, attestandosi a 99,35, e si avvia a chiudere la settimana con un calo dell’1,1%, il maggiore da fine gennaio. Ciononostante, molti analisti ritengono improbabile un prolungato ribasso. “Più a lungo si protrarrà la guerra, più il dollaro statunitense si apprezzerà, perché beneficerà della domanda di beni rifugio derivante dalla maggiore incertezza e anche dal fatto che gli Stati Uniti sono un esportatore di energia”, ha detto a Reuters Carol Kong, strategist valutario presso la Commonwealth Bank of Australia.

Commenta