Di fronte alle minacce di Donald Trump di applicare nuovi dazi-ricatto ai Paesi europei pur di avere possesso della Danimarca, si stanno pensando diverse strade da intraprendere come ritorsione soprattutto di tipo commerciale. Ma la leva potrebbe essere anche di tipo finanziario: uno studio di Deutsche Bank accende un faro su un plafond di ben 8.000 miliardi di dollari di asset statunitensi che sono nelle mani di Paesi europei, ma che potrebbero essere almeno in parte smantellati, sostenendo la moneta unica.
L’Europa è il principale creditore degli Stati Uniti con 8.000 miliardi dollari di asset
Sabato Trump ha annunciato un dazio del 10% sui beni provenienti da otto paesi europei a partire dal 1° febbraio, che salirà al 25% a giugno, a meno che non si raggiunga un accordo per “l’acquisto della Groenlandia”. Trump ha lanciato la minaccia dopo che i paesi hanno dichiarato che avrebbero condotto esercitazioni simboliche di pianificazione militare della Nato nel territorio semi-autonomo danese. Il Presidente del Consiglio europeo Antonio Costa ha dichiarato domenica in un post sui social media che le nazioni dell’Unione sono unite nel sostenere Danimarca e Groenlandia e sono pronte “a difendersi da qualsiasi forma di coercizione”.
Fervono dunque gli incontri per decidere quali possano essere le mosse di ritorsione, se i colloqui diplomatici in corso non dovessero sortire effetti positivi. L’Europa potrebbe colpire gli Stati Uniti con 93 miliardi di euro di dazi dal 6 febbraio, oppure, come suggerisce il presidente francese Emmanuel Macron l’Ue potrebbe attivare il suo strumento di ritorsione commerciale più potente, il cosiddetto Strumento anticoercizione (Aci) finora mai utilizzato.
Ma accanto a ciò Deutsche suggerisce sotto traccia un’altra mossa di tipo, invece, finanziario. Gli analisti del colosso bancario hanno osservato che l’Europa è il principale creditore degli Stati Uniti: i Paesi europei detengono 8.000 miliardi di dollari in obbligazioni e azioni statunitensi, quasi il doppio rispetto al resto del mondo messo insieme, e potrebbero prendere in considerazione l’idea di riportare a casa una parte di quel denaro.
“Con la posizione netta degli investimenti internazionali degli Stati Uniti a livelli negativi record, l’interdipendenza reciproca dei mercati finanziari europei e statunitensi non è mai stata così elevata”, ha affermato George Saravelos, responsabile globale della ricerca FX di Deutsche. “Si tratterebbe di un’arma di capitalizzazione, invece che di flussi commerciali, che sarebbe di gran lunga la più destabilizzante per i mercati, sostenendo l’euro. Gli sviluppi degli ultimi giorni potrebbero incoraggiare ulteriormente il riequilibrio del dollaro”.
“Non siamo così sicuri che l’impatto sull’euro sarà così negativo come comunemente si suppone” aggiunge Saravelos e aggiunge che i nuovi dazi imposti da Trump ai paesi europei potrebbero anche fungere da catalizzatore per una maggiore coesione politica europea, suggerendo inoltre che qualsiasi ricaduta negativa sull’euro rispetto al dollaro questa settimana potrebbe essere di breve durata, ha affermato.
Nonostante stamane la moneta unica abbia aperto in ribasso rispetto al dollaro, ha poi recuperato terreno e nella mattinata europea si è stabilizzato attorno a 1,1622 dollari. “L’aspetto chiave da monitorare nei prossimi giorni” è se l’Unione Europea attiverà il suo strumento anticoercitivo, ha affermato Saravelos. “Il movimento dell’euro/dollaro è stato relativamente contenuto, poiché gli investitori sono consapevoli che un’ulteriore escalation potrebbe in ultima analisi pesare anche sull’Usd, con la narrativa “Sell America” ancora in agguato sullo sfondo”, ha detto Kristoffer Kjær Lomholt, co-responsabile della ricerca sul reddito fisso e sui cambi presso Danske Bank.