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Geraci: “La Cina non farà sconti a Biden, anzi”

Secondo Michele Geraci, ordinario di Economia a Nottingham e docente di Finanza a Shangai, la Cina non è più dipendente dalle tecnologie Usa e punta ad avere con Washington una “relazione distaccata”

Geraci: “La Cina non farà sconti a Biden, anzi”

Quale piega prenderanno le relazioni tra Cina e Stati Uniti dopo la battaglia elettorale? Come festeggiano a Pechino la probabile sconfitta di Donald Trump, che ha osato sfidare a suon di dazi il Drago? “Ufficialmente non dicono nulla. Al contrario di noi occidentali, loro non tifano e non si espongono. La mia impressione è che loro si trovino meglio con Trump che con i liberisti commerciali della sinistra Usa, ma sarà, chiunque vinca le elezioni, una relazione distaccata”. La grande stagione dell’economia globale, insomma, è alle spalle. È l’opinione di Michele Geraci, ordinario di Economia all’università di Nottingham e docente a contratto in Finanza alla New York University di Shangai, già artefice del memorandum of undestanding tra Italia Cina finito in un cassetto(“Lo chieda a Di Maio e a Scalfarotto”). Un profondo conoscitore della realtà cinese, che ci parla da Shanghai, dove è impegnato in una serie di incontri con la nomenklatura occupata a trasmettere in periferia i messaggi del recente plenum del partito. Una testimonianza di prima mano per orientarci in una materia chiave per i prossimi anni.

Eppure, Professore, le Borse festeggiano la fine della guerra dei dazi e la ripresa del dialogo.

“Di sicuro questo non emergerà da prese di posizione ufficiali. La linea cinese è di non intervenire in casa altrui, cosa che li autorizza a chiedere agli altri un atteggiamento simile su quel che accade a casa loro. È un’arma che loro vogliono poter usare contro quelle che ritengono nostre ingerenze negli affari loro. Detto questo, il giorno del voto americano ho avuto incontri con vari think tank e diverse strutture governative. Quello che ho captato è che la Cina avrebbe preferito continuare a trattare con Trump. Per vari motivi. Ma è un interesse vivo, non spasmodico, marginale rispetto agli obiettivi per i prossimi anni”.

Un atteggiamento a sorpresa. Perché la svolta?

“I cinesi sono pronti al decoupling: i dazi sono importanti ma non decisivi. La loro posizione è di attesa: o si tratta con Usa ed Europa oppure ci sono altri mercati da coltivare. In Asia, Oceania o in Africa”.

Perché meglio Trump di Biden?

“Loro pensano che Biden sia più ideologico, Ci sono due modi per attaccare la Cina: o sui commerci come ha fatto Trump oppure in modo ideologico, il che è più complicato. L’America di Biden non sembra in grado di accettare pacificamente che in Cina ci sia un partito comunista con una concezione della democrazia molto diversa. Lo scontro, prima o poi, ci sarà e riguarderà l’ideologia. Con Trump, invece, il problema è commerciale, riguarda i dazi, gli spazi di mercato e altre materie su cui prima o poi ci si mette d’accordo. Basta comprare roba americana, aprire i mercati agli investimenti, trattare sulle tecnologie. Insomma, si tratta sul denaro e non sulle idee. E poi…”.

Dica, Professore…

“Conviene a tutti crearsi un mostro. Xi Jinping attacca Trump quale grande inquinatore. E così rafforza la sua leadership sfruttando l’immagine del nemico protezionista e dannoso per l’ambiente. Tutti noi, in realtà, facciamo uso della propaganda, basti pensare all’immigrazione. Ma questo funziona particolarmente bene in un Paese nazionalista. Xi gode a fare il liberista, fa gli accordi commerciali con la Svizzera o l’Islanda. Ma bada a coltivare il sentimento anti-Usa, molto popolare tra gli studenti, come ho modo di verificare”. 

Intanto, cresce la sfida tecnologica. L’America è stata raggiunta?

“No, gli Usa son ancora in testa. Ma sono stati superati in più settori: batterie, produzione di energia, pagamenti elettronici; il 5G c’è da un anno ma la lista è lunghissima, a partire dall’intelligenza artificiale. Inoltre, c’è una grande differenza rispetto alla Silicon Valley. Il finanziamento dipende dallo Stato, così come i profitti. I soldi affluiscono alle strutture pubbliche non solo alle società: il sistema ti fa far soldi se li condividi. Questa è la differenza: la tecnologia va bene perché l’economia va bene, e non viceversa”.

La pandemia è finita?

“Sì, ma non la vigilanza. Qui io faccio un tampone ogni 3-4 giorni. Uso costantemente la mascherina e funziona la app per il tracciamento. Oggi l’economia funziona al 100% anche grazie al revenge spending”.

Cioè?

“L’effetto congelamento. Hanno perso tre mesi poi sono ripartiti… L’avevo detto a Conte di copiare il sistema. Ma da noi era in pratica impossibile un lockdown più severo. Adesso non so come ne usciremo”.

Per un regime è più facile...

“Ma non è un effetto regime comunista. Semmai è un tratto del confucianesimo, senso di patriottismo e di collaborazione. Il popolo ha fiducia nel governo e in quello che gli dà. Anche perché Xi Jingping promette il raddoppio del Pil in 15 anni. E riscuote più fiducia dei leader occidentali: non è il comunismo della Ddr”.

Di qui il reltivo disinteresse per gli Usa.

“L’America è importante, per carità. Ma non è considerata essenziale per centrare gli obiettivi di crescita. Presto ci diranno ‘noi andiamo avanti per conto nostro’, magari assieme al Giappone, ma soprattutto grazie la mercato interno. In dieci anni il contributo dell’export al Pil è sceso dal 30 al 18 per cento. Da noi è rimasto al 30. Per questo un accordo con la Cina conta di più per noi che per loro”.

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