E alla fine il macronismo ha dovuto, almeno in parte, cedere alle istanze dei partiti di sinistra, che messi insieme hanno oltre 230 seggi su 577 all’Assemblée Nationale e senza i quali dunque il nuovo governo di Sebastien Lecornu non può partire. Il premier francese, nuovamente incaricato da Emmanuel Macron dopo le dimissioni di una settimana fa, ha così nel suo discorso di politica generale mandato un segnale di apertura al fronte socialista annunciando che la discussissima riforma delle pensioni, sulla quale la sinistra aveva annunciato le barricate, sarà rinviata alle prossime elezioni presidenziali nel 2027. Non se ne farà dunque niente in questa ultima finestra di mandato di Macron, sebbene il fronte centrista da lui guidato – ma minoritario in Parlamento – stesse specularmente insistendo per portare a casa una riforma che contribuirebbe ad alleggerire il pesante debito pubblico francese.
Oltre a mettere in stand by le pensioni, Lecornu ha anche annunciato 29 misure fiscali, che prevedono alleggerimenti contributivi per chi guadagna meno e un aumento delle imposte per i redditi più alti. Qualcosa che assomiglia alla cosiddetta Tassa Zucman sui patrimoni milionari, ma che non è esattamente quello. Ora la palla passa ai partiti, ma la sensazione è che la mano tesa di Lecornu possa non essere sufficiente. Il fronte di sinistra infatti è spaccato tra chi, come il sindaco di Saint-Denis e segretario del Partito Comunista Fabien Roussel riconosce nelle parole del premier “una prima vittoria”, e chi come il coordinatore del partito di Melenchon, Manuel Bompard, non ne vuole comunque sapere: “Si tratta solo di un temporeggiamento, invito i socialisti a non votare la fiducia al nuovo governo”. Il PS però, attraverso le parole di Boris Vallaud, si è detto disposto ad accettare la sfida del dibattito parlamentare. Una posizione fredda la stanno invece assumendo, paradossalmente, proprio i riformisti del centro, i grandi sostenitori del macronismo e della necessità di provvedimenti strutturali che mettano una volta per tutte a posto i disastrati conti pubblici: esponenti come Eric Ciotti dell’UDR, imputano questa volta a Lecornu di “essere ostaggio del Partito socialista”.
La mancata riforma delle pensioni, ha spiegato Lecornu nel suo intervento, costerà 400 milioni di euro nel 2026 ma soprattutto 1,8 miliardi nel 2027, “e dovrà dunque essere compensata con altri tagli”, ha avvisato, anche perché il governo non ha alcuna intenzione di sforare il 5% del rapporto deficit/Pil. Per quanto riguarda la tassazione delle grandi fortune, Lecornu ha riconosciuto “delle anomalie” e ha auspicato una tassazione eccezionale su questi patrimoni nella prossima manovra di bilancio, ma i socialisti chiedono invece una riforma strutturale di giustizia fiscale. Lecornu, più che una vera e propria Tassa Zucman, sta invece ipotizzando una imposta minima del 20% sui patrimoni superiori a 250.000 euro per la singola persona o 500.000 per una coppia, e una tassa sulle holding patrimoniali, quelle spesso costituite ad hoc per aggirare il Fisco. Queste due misure dovrebbero portare benefici ai conti pubblici per 2,5 miliardi.