“Sono bastati quattro anni per far passare di moda l’Esg (Environment, Social, Governance), ovvero il tentativo di dare un nuovo volto al capitalismo spingendo le imprese a farsi carico di interessi più generali di quelli dei propri azionisti e in grado di conciliare moralità, sostenibilità ambientale e sociale e profitti” commenta amaramente l’economista bocconiano Tito Boeri nell’editoriale che apre l’ultimo numero della rivista Eco che coniuga l’acronimo Esg come “errori e scetticismo generalizzato”. Secondo Boeri le ragioni che spingerebbero a un rilancio di un capitalismo basato sulla sostenibilità variamente declinata ci sarebbero ancora tutte ma sono stati fatti troppo errori che hanno finito per spiazzare l’Esg. Quali sarebbero questi errori? Secondo Boeri sono almeno cinque: 1) il conflitto tra investitori perché l’Esg ha rappresentato soprattutto un investimento in immagine per le imprese ma i benefici reputazionali “non sono stati distribuiti equamente tra gli azionisti” mentre i costi lo sono; 2) la confusione concettuale perché trattare sotto la stessa sigla Esg obiettivi diversi (rendimento finanziario, valori etici, resilienza di lungo termine, ambiente, inclusione sociale) “è stato un errore”; 3) incoerenza nelle valutazioni delle agenzie di rating che finiscono per diventare un “labirinto per gli investitori”; 4) il tabù dei trade-off: per anni si è raccontato che non ci fosse alcuna contrapposizione tra il cercare di massimizzare i profitti e il perseguimento di finalità sociali e ambientali ma in realtà spesso non è così”; 5) il rischio di comportamenti anticompetitivi perché molti fondi Esg sono gestiti da grandi asset manager con partecipazioni incrociate che possono provocare effetti anticompetitivi “mascherati da obiettivi Esg”.
Boeri pensa che tutta la strategia della sostenibilità vada ripensata per ridare credibilità all’Esg ma non sarà facile.