Il primo turno delle elezioni presidenziali in Portogallo ribalta i pronostici e consegna al socialista António José Seguro una vittoria netta ma non decisiva. Con il 95% delle circoscrizioni scrutinato, Seguro supera la soglia del 30% dei consensi e si guadagna l’accesso al ballottaggio dell’8 febbraio contro il leader dell’ultradestra André Ventura, fermo poco sopra il 24%.
Un esito che sorprende alla luce dei sondaggi della vigilia, che indicavano Ventura in testa, e che segna la prima volta, nella storia democratica recente del Paese, di un candidato dell’estrema destra ammesso al secondo turno presidenziale.
Resta invece fuori dai giochi il candidato liberale João Cotrim Figueiredo, terzo con il 15,5% dei voti, troppo distante per inserirsi nella sfida finale. Ancora più severo il giudizio delle urne sul socialdemocratico Luís Marques Mendes, sostenuto dal primo ministro Luís Montenegro, che si ferma al quinto posto con il 12,09%, superato anche dall’indipendente Henrique Gouveia e Melo, l’ammiraglio a cui fu affidata la gestione della campagna vaccinale contro il Covid, fermo al 12,34%.
Seguro e la rivincita socialista
Per il Partito socialista è una notte di riscatto politico dopo le difficoltà delle legislative del 2025. Seguro supera la soglia simbolica del 30% e riporta il PS al centro della scena istituzionale. La sua campagna ha puntato su un registro pragmatico e su temi concreti: la crisi del servizio sanitario, il caro vita, le disuguaglianze sociali e l’emergenza abitativa. Un messaggio che guarda al centro senza rinnegare i valori tradizionali della sinistra e che, alla prova delle urne, si è dimostrato capace di intercettare un elettorato più ampio rispetto alle attese.
In vista del ballottaggio, il segretario generale del Partito comunista, Paulo Raimundo, e il Blocco di Sinistra hanno annunciato il loro sostegno a Seguro. Per conquistare la presidenza, però, il candidato socialista dovrà allargare ulteriormente il perimetro del consenso, intercettando anche i moderati che guardano con diffidenza alla destra reazionaria di Ventura.
Il primo ministro Luís Montenegro ha scelto invece una linea di neutralità, rifiutando di schierarsi: “il partito socialdemocratico non appoggerà nessuno dei due candidati. Non daremo alcuna direttiva. Ricordo che il mio partito è stato scelto per guidare il Paese e che governiamo la maggior parte dei consigli comunali. Accetto il verdetto dei portoghesi sulla nostra candidatura di Marques Mendes. Mi assumo la responsabilità di questo risultato”.
Ventura e la normalizzazione dell’ultradestra
Il secondo posto non frena l’ascesa di Ventura e del suo partito, Chega, ormai protagonista stabile del panorama politico. La sua campagna è stata incentrata soprattutto sull’immigrazione e sulla promessa di “rimettere ordine” nel Paese, con toni sempre più duri nel finale. Ventura si dice “molto fiducioso” e rivendica la leadership dell’intero fronte di destra, invitando gli altri partiti conservatori a non ostacolarlo in vista del ballottaggio. “Questo voto è una sveglia per la destra. Dobbiamo unirci per impedire che il nuovo Presidente della Repubblica sia un socialista. Il paese mi ha dato la leadership della destra” ha ribadito Ventura.
Il peso politico del Quirinale portoghese
Formalmente il presidente della Repubblica ha un ruolo in gran parte cerimoniale, ma nei momenti di crisi può sciogliere il parlamento, indire elezioni anticipate o rimuovere il primo ministro. È per questo che il confronto dell’8 febbraio assume un valore che va ben oltre la funzione istituzionale. Il voto servirà a scegliere il successore di Marcelo Rebelo de Sousa, giunto al termine del secondo mandato, e diventa un test cruciale sull’orientamento democratico del Paese.
Un Paese davanti alla storia
Con un’affluenza superiore al 50%, la più alta degli ultimi quindici anni per una presidenziale, il Portogallo entra in tre settimane di campagna ad alta tensione. Da un lato la sfida populista e reazionaria, dall’altro la difesa di un impianto democratico nato con il 25 aprile 1974. Il ballottaggio non deciderà solo un nome, ma il segnale politico che Lisbona invierà all’Europa e a se stessa. La battaglia vera, ora, è appena cominciata.
