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Elezioni Ecuador: chi è Daniel Noboa, 35 anni, che vince e conferma la Destra al potere

Nel Paese sudamericano vince per la terza volta di fila il centrodestra, stavolta lo fa col figlio del “magnate delle banane” Alvaro Noboa, da cui ha ereditato due imprese a Panama (la legge ecuadoregna lo vieta). Dovrà affrontare due emergenze: criminalità e povertà

Elezioni Ecuador: chi è Daniel Noboa, 35 anni, che vince e conferma la Destra al potere

L’Ecuador avrà un terzo governo di destra di fila, anche se questa volta il presidente ha un profilo inedito: l’outsider Daniel Noboa a 35 anni diventa il capo di Stato più giovane della storia del Paese sudamericano. Succede a Guillermo Lasso, che travolto da due casi di impeachment ha indetto elezioni anticipate, il cui ballottaggio è così stato vinto dall’imprenditore ed ex deputato col 52% dei voti, davanti alla candidata del centrosinistra Luisa Gonzalez. Dopo il decennio socialista con la presidenza di Rafael Correa, oggi in asilo in Belgio dopo essere stato condannato per corruzione, in Ecuador si consolida dunque la destra e lo fa in realtà con un figlio d’arte: Daniel è infatti figlio di Alvaro Noboa Pontòn, ex politico sconfitto ben cinque volte alle presidenziali (di cui tre proprio da Correa), e conosciuto in Ecuador come il “magnate delle banane”. 

Ecuador: Noboa in carica per soli 18 mesi

Peraltro il passaggio di consegne tra i Noboa non è stato solo politico: Noboa senior ha lasciato parte del suo impero economico al figlio in paradisi fiscali, per la precisione a Panama, secondo quanto emerse dai Pandora Papers. La legge ecuadoregna vieta di fare questo, ma a quanto pare l’immagine di Daniel Noboa non è stata macchiata e nemmeno gli ha impedito di correre per la guida del Paese: sarà anzi lui il presidente per il prossimo anno e mezzo, quando si tornerà di nuovo alle urne per la scadenza naturale della legislatura. Noboa si presenta così come un profilo liberale, che difenderà innanzitutto lo stretto rapporto con gli Stati Uniti e la dollarizzazione dell’economia ecuadoregna: il tema in Sudamerica è molto caldo, visto che il 22 ottobre si vota in Argentina e il candidato dell’estrema destra Javier Milei vorrebbe portare anche Buenos Aires sulla stessa strada dell’Ecuador e di El Salvador, ad oggi gli unici due Paesi latinoamericani a non avere più una valuta propria. 

La dollarizzazione della povertà

In questi Paesi però la dollarizzazione non sta funzionando, anzi Noboa dovrà prima di tutto mettere le mani nelle politiche economiche e affrontare la recrudescenza della povertà, che è tornata a salire al 27%, avvicinando di nuovo i massimi storici raggiunti durante la pandemia, quando superò il 30%. In Ecuador la maggioranza degli impieghi (52%) sono precari o in nero, una percentuale maggiore ad esempio di quella pur alta del vicino Brasile (40%). La ricetta Noboa in questo senso è di proteggere appunto la dollarizzazione, sostenere il credito alle piccole e medie imprese, concedere incentivi fiscali e soprattutto tornare ad attrarre investimenti esteri. Il giovane rampollo, formato ad Harvard negli Stati Uniti, ha promesso anche la creazione di molti posti di lavoro e di facilitare l’accesso alle università, che considera un argine alla violenza che sta letteralmente dilagando nel Paese. 

Noboa dovrà affrontare l’emergenza narcotraffico e la violenza dilagante

Durante la campagna elettorale è infatti stato brutalmente assassinato un candidato nel bel mezzo di un comizio e il tasso di omicidi in tutto il Paese è esploso toccando il massimo di sempre: nel 2022 sono stati registrati 26 omicidi ogni 100 mila abitanti, contro i 7,8 del 2020. L’escalation è dovuta soprattutto al narcotraffico, il cui business in Ecuador è in ascesa, il che comporta guerriglie e regolamenti di conti persino nelle carceri, al punto che Noboa è arrivato a proporre le navi-prigione, per isolare ulteriormente i criminali più pericolosi. Il nuovo presidente promette dunque il pugno duro contro la criminalità, in piena collaborazione con Washington, che tiene sempre più d’occhio l’Ecuador come Paese di transito del traffico soprattutto di cocaina, tornato negli ultimi tempi a livelli preoccupanti. Basti pensare che nella vicina Colombia la produzione ha raggiunto il primato dai tempi di Pablo Escobar, e l’export (illegale) di cocaina rende ormai più di quello del petrolio

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