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Economia, ombre sulla ripresa globale post-Covid

Dalla Cina agli Usa fino all’Europa le previsioni di medio termine sull’economia sono meno entusiasmanti del rimbalzo di quest’anno e dell’anno prossimo e riportano all’ordine del giorno la necessità di costruire un nuovo modello di sviluppo che aggredisca i problemi epocali del nostro tempo

Economia, ombre sulla ripresa globale post-Covid

Stanno esaurendosi gli interventi statali di sostegno a famiglie e imprese, il Covid sembra tutt’altro che sconfitto e i grandi investimenti in infrastrutture annunciati sia in U.S.A. che in Europa appaiono ancora lontani. Il risultato è che la ripresa economica avviatasi all’inizio dell’anno inizia a mostrare un rallentamento preoccupante.

Lo confermano gli ultimi dati provenienti dalla Cina: la crescita del Pil nel terzo trimestre è minore di tre punti percentuali rispetto al precedente, anche per gli altri paesi si rileva un medesimo andamento, in U.S.A. le previsioni di crescita del PIL a fine anno sono state abbassate da +6,7% a +5,7%.



Un insieme di fattori congiunturali e di più lungo termine tendono a mettere in dubbio la forza e la continuità di un rilancio dell’economia che era stato preannunciato con molto ottimismo.

Ci aspetta probabilmente una fase complessa in cui si dovrà fare i conti con un passato recente troppo frettolosamente dimenticato e con un futuro incerto.

Sullo sfondo sembra riemergere la minaccia, mai seriamente affrontata e discussa, della stagnazione secolare.

LA VISIONE A BREVE TERMINE

Al momento la maggior parte dei commentatori tende a motivare il rallentamento della crescita dandone un’interpretazione di carattere congiunturale. 

Variante Delta che non ha colpito allo stesso modo tutti i paesi, livelli disomogenei di vaccinazione tra paesi ricchi e paesi poveri, supply chain a scartamento ridotto, scarsità di materie prime, vengono individuati come gli elementi chiave di questa fase di rallentamento. 

Intanto, mentre si fanno evidenti i mismatch tra domanda e offerta di lavoro, i livelli di occupazione appaiono ancora lontani da quelli precrisi Covid 19.

Negli Usa sono stati persi fino a 22 milioni di posti di lavoro e tuttora 8,4 milioni di americani stanno attivamente cercando un lavoro mentre altri 5 milioni hanno rinunciato a cercarlo. Nell’Eurozona ci sono oltre 14 milioni di disoccupati.  La maggior parte dei nuovi occupati ha contratti a termine e i salari non stanno salendo. Se la gente non lavora e non ha soldi in tasca difficilmente potrà spendere e tende a risparmiare ciò che ha.

Inoltre, l’incremento del tasso di inflazione che i banchieri centrali stanno ora valutando più lungo di quanto sinora prospettato, erode il potere di acquisto di aiuti di stato e salari. 

PREVISIONI NON TRANQUILLIZANTI

Il CBO (Congressional Budget Office), un’istituzione bipartisan del Congresso americano, ha pubblicato nel luglio scorso le sue nuove stime per gli anni a venire. 

Esse coprono l’arco di un decennio: dal 2021 al 2031 e per questa ragione appiano piuttosto interessanti.

Secondo il CBO in U.S.A., una volta attenuati gli effetti delle politiche di sostegno messe in atto dal Governo (solo quelle già legiferate sono incluse nelle stime), assisteremo ad un declino significativo della crescita del PIL reale: +1,5% nel 2023, + 1,1% nel 2024, +1,3% nel 2025, per poi muoversi tra il +1,4 e il +1,6% nel quinquennio 2026 – 2031 (ma siamo ormai lontani e le stime perdono di forza).

Nel 2019, l’anno prima della pandemia, il PIL reale U.S.A. era cresciuto del +2,1% e l’anno precedente (il 2018), di quasi il +3%. Per vedere dati di crescita minori, del tipo di quelli prospettati dal 2024 in poi, dobbiamo tornare nei dintorni della grande crisi finanziaria del 2007.

Ecco, passato l’effetto degli aiuti di stato è lì che si stima, l’economia americana atterrerà.

Sarà diverso per gli altri paesi?

L’Italia: dalla grande crisi finanziaria è stata di fatto quasi sempre in stagnazione, salvo un paio di rimbalzi nel 2010 e nel 2017 (in cui per effetto di Industria 4.0 ha segnato un +1,7%). Nel 2018 la crescita era stata di appena un +0,9%, fino a declinare a +0,3% nel 2019. 

Si prevede che la ripresa post Covid farà crescere il Pil del 2021 di +5,9% e quello del 2022 di +4,1%. Si tratta comunque per ora di un rimbalzo come ha sottolineato il Presidente del Consiglio Mario Draghi. Successivamente anche nel nostro paese è previsto un calo significativo. Le previsioni del Fondo Monetario Internazionale indicano un +3,8% di crescita nel 2023, che scende a +1,6% già nel 2024 per poi fermarsi negli anni successivi a +0.9 nel 2025 e a +0,8% nel 2026.

Alla Germania va un po’ meglio. Il FMI prevede +3,3% quest’anno e +4,6% l’anno prossimo (altre fonti stimano tassi di crescita più contenuti), poi ricomincia il declino: + 1,5% nel 2024, + 1,2% nel 2025, +1,1% nel 2026.

Questa tendenza si riscontra in tutti i principali paesi.

IL PASSATO RITORNA

La rapida reazione seguita alla crisi determinata dal lockdown ha forse appannato la percezione di quelle forze in azione dalla fine del secolo scorso che tendono a portare l’economia verso una stagnazione secolare.

Esse sono ancora al lavoro e non si potrà evitare di farci i conti.

Ci riferiamo all’invecchiamento della popolazione che caratterizza tutti i paesi industrializzati (Cina compresa) e influenza, con il declino del rapporto occupati/popolazione, sia le dinamiche della produttività e degli investimenti, che il rapporto tra consumi e risparmi.

Analogamente non sembra destinata ad invertirsi la ridistribuzione del reddito e della ricchezza. Il Covid ha colpito brutalmente le categorie a più basso reddito. Affermava il Washington Post che la ripresa ha lasciato indietro i lavoratori di colore e quelli a più bassa scolarizzazione. Oggi negli U.S.A. ci sono, rispetto a prima della pandemia, quasi cinque milioni di disoccupati dai 25 anni in su senza diploma o laurea.

Permane inoltre, l’influenza delle attuali tecnologie, che hanno creato monopoli il cui potere di dominare l’andamento dell’economia reale e di quella finanziaria è assai evidente.

I grandi player digitali hanno subito messo i piedi nel piatto dello smart working e la pandemia ha consentito loro di orientare e modellare ancora meglio le direttrici di crescita future. Le loro strategie e gli investimenti correlati, stanno andando nello stesso senso dei programmi di recovery messi in atto dai singoli paesi?

Infine, i tassi di interesse a zero. Sono stati indispensabili sino al 2019 per tenere in vita un’economia statica, oggi servono a sostenere la ripresa, i mercati finanziari si sono ad essi abituati e ogni qualvolta sorge il timore di un loro rialzo le reazioni delle borse appaiono devastanti perché il rapporto rischio/rendimento tende a deteriorarsi come pure il costo della leva finanziaria.

VECCHIE RICETTE

La politica fiscale, da anni invocata come necessario affiancamento a quella monetaria è entrata in campo, per iniziativa dei vari governi nazionali, in misura così massiccia da far temere il rischio di una ripresa endemica dell’inflazione. Eppure, le previsioni lo si è visto, sono di rallentamento progressivo dello sviluppo, a meno che il sostegno statale non diventi parte integrante del futuro scenario economico. Con conseguenze preoccupanti sui disavanzi pubblici.

È naturale che i governi dei paesi più industrializzati, di fronte alla recessione, siano corsi a rispolverare la cassetta degli attrezzi Keynesiana, da molto tempo riposta in soffitta.

Quel che viene da chiedersi è se quegli strumenti siano ancora validi e sufficienti.

Oggi non ci troviamo di fronte, a differenza dell’immediato dopoguerra, a città, fabbriche, ponti distrutti e da ricostruire. Gli asset che escono dal lockdown sono intatti e non richiedono quell’ingente massa di investimenti (e l’enorme quantità di lavoro) che allora rappresentarono il fattore determinante della ripresa economica. 

Ogni dollaro (o euro) di investimento produce inoltre minori effetti sull’occupazione rispetto al passato, perché c’è bisogno di meno lavoro per far funzionare una fabbrica automatizzata.

Da ultimo, a livello globale, non esistono oggi quelle solide alleanze internazionali che hanno sostenuto e consentito lo sviluppo di allora. Stiamo invece assistendo ad un ripiegamento dei paesi nei propri confini e ad una fase preoccupante di rinascita di conflittualità che potrebbe seppellire il fenomeno della globalizzazione come finora conosciuto. 

Forse ha ragione L. H. Summers quando invita i suoi colleghi economisti a sviluppare una new old Keynesian economics?

Che altro non significa se non affrontare con determinazione un contesto economico che la pandemia ha drammatizzato, ma non certo modificato nelle sue componenti di fondo. 

CREARE UN NUOVO MODELLO

Ci troviamo di fronte, in altri termini, ad un sentiero stretto e accidentato che stiamo affrontando probabilmente in modo non del tutto adeguato.

I programmi varati per sostenere la ripresa post Covid, nella loro vastità, corrono il rischio di far pensare a una certa mancanza di chiarezza sulle tendenze reali e sulle conseguenze che esse potranno avere sul benessere futuro.

Con un eccesso di zelo e la confidenza (gradualmente calante) di poter spingere ai massimi il debito pubblico, si sono delineati piani di intervento spesso volti ad affrontare tutto ciò che nel passato era stato rinviato.

I segnali di incertezza nella ripresa, nonostante le misure impiegate, ci mostrano probabilmente che più che al passato di dovrà pensare al futuro.

Puntando su un numero di obiettivi limitati ma discriminanti, che consentano di ripensare al processo economico correggendone l’attuale funzionamento.

Le grandi misure deliberate dovrebbero andare in questa direzione, piuttosto che rischiare di diventare una stampella perenne ad un’economia che ristagna. 

Alcuni spunti per aprire un dibattito potrebbero riguardare un’attenta riconsiderazione del declino della classe media e di conseguenza anche una profonda ristrutturazione del mondo dei servizi. Nel suo insieme, dalle forme più avanzate sino al “lavoro a gettone” (gig economy). Dei servizi troppo poco ci si è occupati sebbene rappresentino la tendenza emergente del nuovo millennio. Accanto a questo è indispensabile perseguire una rinnovata centralità dell’industria manifatturiera in Occidente, troppo frettolosamente trasferita in Far East (con conseguenze devastanti anche sull’ambiente). Va inoltre salvaguardata la libera concorrenza nei singoli mercati, per consentire una rigenerazione del tessuto imprenditoriale, la crescita degli operatori efficienti, la possibilità di garantire sicurezza e visione di lungo termine a nuove iniziative e investimenti. 

Infine si dovrebbe trovare il coraggio e la determinazione per rompere quel circolo vizioso creato dalla finanziarizzazione dell’economia a scapito di quella reale, che racchiude in sé gran parte degli ingredienti della stagnazione secolare: focalizzazione sui profitti a breve termine e buy back piuttosto che investimenti, marginalizzazione del lavoro e disuguaglianze crescenti, ingiustificata distruzione di modelli economici sostenibili e apprezzati dai consumatori (si pensi a tutto il mondo retail). Le grandi forze al momento ampiamente fuori controllo, che hanno cambiato il volto dell’economia reale, ne stanno anche modificando i contesti sociali e i riferimenti culturali. È urgente individuare oggi le risorse in grado di domare e incanalare questi spiriti voraci. Da qui l’azione degli economisti e della politica dovrebbe ripartire.  

*** L’autore ha recentemente pubblicato il libro “La stagnazione secolare. Ipotesi a confronto” edito da goWare

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