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Dollaro in forma smagliante a un anno dai dazi record di Trump e dal “Liberation Day”: asset rifugio con la guerra, cosa dicono gli analisti

Il biglietto verde lo scorso anno aveva perso quasi il 10% a causa delle bordate di Trump ai suoi partner commerciali imponendo dazi e a Jerome Powell minacciando l’indipendenza della Fed. Attenzione alle riserve delle banche centrali

Dollaro in forma smagliante a un anno dai dazi record di Trump e dal “Liberation Day”: asset rifugio con la guerra, cosa dicono gli analisti

A un anno di distanza dai drastici dazi imposti dal presidente statunitense Donald Trump nel “Giorno della Liberazione” il dollaro appare in una condizione smagliante, dopo aver rispolverato la sua reputazione di bene rifugio di fronte alla guerra in Medio Oriente.

Il dollaro ha guadagnato circa l’1,6% nei primi tre mesi di quest’anno, la sua migliore performance trimestrale dalla fine del 2024, sostenuto dal fatto che in questa guerra, a forte connotazione energetica, gli Stati Uniti sono esportatori netti di prodotti derivanti dal petrolio. Oggi, dopo il nuovo messaggio di Trump che ha allontanato le speranze di una fine vicina del conflitto con l’Iran, l’indice del biglietto verde contro le sue principali controparti è ancora in rialzo sopra quota 100 (+0,63%).

Si tratta di un movimento in netto contrasto rispetto a un anno fa, quando il dollaro era crollato sia a causa dei dazi imposti da Trump e all’incertezza che ne è derivata successivamente, sia per i continui attacchi di Trump alla Federal Reserve mentre già si profilava un suo allontanamento dagli alleati e dalle istituzioni internazionali. Nel “Liberation day” Trump annunciò dazi record contro oltre 50 Paesi, che spazzarono via diecimila miliardi di dollari di capitalizzazione in Borsa nel giro di tre giorni. Il 2 aprile 2025 sarebbe dovuto essere il giorno, secondo Trump, della rinascita dell’industria americana. Con le tariffe gli Stati Uniti sarebbero diventati “ricchi sfondati” e le imprese che avevano “abbandonato” gli Usa avrebbero fatto marcia indietro, aveva promesso il tycoon.

L‘indice del dollaro, che misura il valore del biglietto verde rispetto a un paniere delle principali valute mondiali, era sceso di quasi il 10% lo scorso anno, registrando il peggior risultato dal 2017. Ma nonostante il rialzo di quest’anno, gli analisti dicono che il biglietto verde dovrà comunque affrontare pressioni al ribasso nel lungo termine, finché persisteranno i dubbi sul suo predominio nel commercio e nella finanza globali.

Occhio alla posizione del dollaro nelle riserve delle banche centrali mondiali

L’attenzione è anche rivolta alle riserve delle banche centrali che vengono monitorate attentamente dagli analsiti per individuare eventuali segnali di un allontanamento dei paesi dal dollaro. Gli ultimi dati Cofer del Fmi relativi all’ultimo trimestre del 2025 confermano un calo molto graduale della quota del dollaro nelle riserve valutarie globali. Questa quota è diminuita negli ultimi anni e valute come l’euro e lo yuan sono state considerate le principali beneficiarie delle difficoltà del dollaro. Anche l‘oro ha visto crescere significativamente la sua quota nelle riserve delle banche centrali.

Tuttavia gli analisti per lo più non prevono che il dollaro perda presto la sua posizione di principale valuta di riserva mondiale, data la supremazia degli Stati Uniti nell’economia globale, nel commercio e nei mercati del debito. Le recenti variazioni sono state troppo esigue per incidere significativamente sulla posizione complessiva del dollaro, dicono gli analisti. Il valore degli asset statunitensi detenuti da investitori stranieri ha di gran lunga superato quello degli asset detenuti da investitori statunitensi all’estero, grazie a un lungo flusso di investimenti esteri che ha rafforzato la valuta statunitense. Se questo flusso di investimenti verso gli Stati Uniti dovesse rallentare, potrebbe pesare sul dollaro.

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