I più grandi gruppi della difesa europei sono pronti a restituire agli azionisti circa 5 miliardi di dollari in dividendi quest’anno, dopo l’impennata della spesa militare globale seguita alla guerra in Ucraina.
Secondo un’analisi dell’ultimo decennio condotta da Vertical Research Partners per il Financial Times, la maggior parte dei rendimenti eccezionali di quest’anno per otto delle più grandi aziende europee del settore della difesa si concretizza in dividendi più elevati.
La ricerca, incentrata sui maggiori operatori del settore della difesa (ma con l’esclusione di Airbus, viste le sue vaste attività commerciali) mostra che i pagamenti sono destinati a raggiungere il livello più alto degli ultimi 10 anni.
Non solo. Anche con profumate cedole, la ricerca mostra che anche gli investimenti nel settore della difesa europeo sono aumentati in modo significativo dall’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, avvenuta circa quattro anni fa, poiché le aziende hanno ampliato la produzione.
La ricerca di Vertical mostra che l‘investimento medio del paniere di aziende europee analizzate (misurato come spesa in conto capitale più spesa in R&S in percentuale sui ricavi) dovrebbe salire al 7,9% nel 2025. Nel 2021, l’anno prima dell’inizio del conflitto in Ucraina, questa cifra era del 6,4%.
Mentre gli investitori seguono con attenzione i nuovi timidi progressi nelle trattative per arrivare a una pace in Ucraina, oggi in borsa i titoli della difesa sono in calo. A Milano Leonardo perde il 4,11% a 47,42 euro, ma nell’ultimo anno ha portato a casa un rialzo dell’82%. A Francoforte il colosso RheinMetall quota 1.496,00 euro in calo del 3,11%, mentre su anno ha guadagnato quasi il 150%. A Parigi Thales è a 224,50 euro, in calo oggi dell’1,79%, mentre su anno ha guadagnato il 63%.
Il settore difesa negli Usa è più indietro
Al contrario, i rendimenti per gli azionisti delle sei maggiori aziende di difesa degli Stati Uniti (Lockheed Martin, General Dynamics, Northrop Grumman, RTX Corporation, L3Harris Technologies e Huntington Ingalls) sono diminuiti, dopo che nel 2023 avevano raggiunto un picco di 10 anni. Allo stesso tempo, anche gli investimenti – spese in conto capitale e ricerca e sviluppo autofinanziati, calcolati in percentuale sul fatturato – sono scesi leggermente. Boeing è esclusa, date le sue importanti attività aerospaziali civili.
Il settore è stato criticato, in particolare negli Stati Uniti, per i dubbi sul fatto che stia investendo i proventi del boom per incrementare la produzione di nuove armi e non semplicemente spendendo quei guadagni in riacquisti di azioni. Donald Trump ha esortato i leader della difesa a investire nella produzione, incrementando i profitti per gli azionisti. Questa settimana discuterà di questi temi con le aziende in Florida.
I suoi commenti seguono quelli del segretario al Tesoro statunitense Scott Bessent, che a ottobre aveva affermato che le aziende del settore difesa del Paese erano “tristemente indietro in termini di consegne, quindi potremmo dover, in quanto loro più grande cliente… spingerle a fare un po’ più di ricerca e un po’ meno riacquisti di azioni”. Rob Stallard, analista di Vertical Research, sottoliena che l’accusa secondo cui l’industria della difesa statunitense avrebbe sottoinvestito o starebbe “traendo profitto” “non è supportata dai fatti”. “Negli ultimi due anni, i riacquisti azionari e i dividendi in percentuale sulla capitalizzazione di mercato [delle aziende statunitensi] si sono quasi dimezzati.”