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Ddl Capitali: sì della Camera a voto maggiorato e doppia votazione per la lista del Cda con l’occhio alle Generali

Il provvedimento, che regola la governance delle società quotate, passa ora all’esame finale del Senato che probabilmente lo ratificherà entro fine mese

Ddl Capitali: sì della Camera a voto maggiorato e doppia votazione per la lista del Cda con l’occhio alle Generali

La Camera dei deputati ha approvato ieri il Ddl capitali che cambia la governance delle società quotate e che passa ora al Senato per la definitiva approvazione, probabilmente entro la fine di febbraio. Due i punti cruciali del provvedimento, apprezzato anche da Assonime, che è molto diverso da quello immaginato inizialmente dal Mef sulla scia del lavoro avviato a suo tempo dal premier Mario Draghi e dall’allora titolare del dicastero, Daniele Franco, e inizialmente recepito dal ministro Giancarlo Giorgetti.

Ddl Capitali: le due novità principali del provvedimento

La prima novità di rilievo riguarda il premio ai soci più fedeli nel tempo: chi detiene le azioni di una società da 10 anni avrà maggiori diritti di voto in assemblea e cioè dieci voti anziché due come sono le azioni possedute. Quella del voto maggiorato è una regola in vigore sui mercati più avanzati, da Londra all’Olanda, ma che fa storcere il naso ai fondi internazionali che di solito non restano a lungo in una società. La norma è però temperata dal fatto che la maggiorazione dei diritti di voto non è automatica ma richiede l’approvazione dell’assemblea dei soci.

Ma la norma più controversa è quella che riguarda la disciplina più restrittiva dell’adozione della lista del Cda uscente per la nomina dei nuovi amministratori, che richiederà un quorum dei 2/3 e che necessiterà di una doppia votazione: prima sulla lista e poi sui singoli consiglieri. La norma, caldeggiata dalla premier Giorgia Meloni, fa piacere al costruttore e finanziere romano Francesco Gaetano Caltagirone che, dopo la schiacciante sconfitta subita nell’ultima assemblea delle Generali dove i fondi internazionali hanno premiato il management guidato da Philippe Donnet, spera rifarsi nel 2025. Ma anche in questo caso i fondi, che guardano prima di tutto ai risultati di una società, storcono il naso. La strada è però segnata: il Governo preferisce premiare gli azionisti anziché i manager, anche se la prassi internazionale dice il contrario.

Difficilmente il Senato tornerà sulla questione ma in futuro la partita potrebbe riaprirsi quando il Governo, come ha promesso, presenterà il nuovo Tuf (Testo unico della finanza) dopo quello ideato da Draghi e da Ciampi alla fine degli anni Novanta.

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