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Caldaie a gas, salta lo stop europeo. Ma per i consumatori non è una buona notizia

La Commissione Europea ci ripensa. Cancella l’obbligo di abbandonare completamente entro il 2040 l’uso diretto del gas per i riscaldamenti a favore di sistemi elettrici a pompa di calore e dei pannelli solari. L’obbligo avrebbe creato qualche problema di adattamento per i cittadini, ma avrebbe imposto un drastico taglio alle tasse sull’elettricità. Insomma, per i consumatori sarebbe stato un affare.

Caldaie a gas, salta lo stop europeo. Ma per i consumatori non è una buona notizia

Tutti liberi di usare il gas per riscaldarsi, ma anche di installare nuove caldaie, anche dopo il 2029. La Commissione dell’Unione Europea, infatti, ci ripensa e cambia rotta. Nella nuova bozza di regolamento EcoDesign, in consultazione fino al prossimo 23 gennaio, salta il massimo rigore sancito appena due anni fa, nel 2023, contro l’uso diretto del gas metano nei riscaldamenti a favore dei sistemi elettrici a pompa di calore, preferibilmente ibridi grazie alla combinazione con pannelli solari o altre energie rinnovabili, salvando il gas solo se usato ad integrazione di questi sistemi.

Una misura che avrebbe prodotto lo stop assoluto entro la fine del 2029 alla fabbricazione alla vendita delle caldaie a gas, anche quelle più “pulite” a condensazione. Con l’obbligo di una progressiva dismissione degli impianti a gas esistenti, da completare entro il 2040 sia per le abitazioni che per gli altri immobili, come le fabbriche e gli uffici.

Un dietro-front che frena l’efficienza energetica

L’arma assoluta, per rendere imperativo quest’obbligo, sarebbe stata la semplice introduzione di una soglia minima di efficienza energetica stagionale obbligatoria per gli apparecchi di riscaldamento: uno stringente 115% a partire dal 2029 che avrebbe messo istantaneamente fuori mercato anche le più moderne ed efficienti caldaie a gas a condensazione a favore dei sistemi a pompa di calore di ultima generazione. Una partita di rilevante impatto ambientale, se pensiamo che il riscaldamento degli edifici e la produzione di acqua calda sanitaria rappresentano nell’Unione Europea oltre due terzi dell’energia finale consumata dalle famiglie.

E invece no. La Commissione Europea ci ha ripensato. Con la nuova bozza EcoDesign i parametri minimi di efficienza sono stati corretti al ribasso rispetto ai criteri fissati nel 2023, tornando a livelli solo di poco più stringenti rispetto a quelli di 20 anni fa. Risultato: rientrano in gioco non solo le moderne caldaie a condensazione ma anche quelle costruite con le vecchie tecniche tradizionali, che molte amministrazioni locali hanno comunque messo fuorilegge. Un passo indietro che appare peraltro in contrasto con l’obiettivo tuttora indicato dalla direttiva europea EPBD (Energy performance of buildings) che impone di completare l’abbandono delle caldaie alimentate direttamente con combustibile fossile entro il 2040.

L’ennesimo pasticcio normativo comunitario, insomma. Che vede peraltro il nostro paese ai vertici della classifica dei pasticcioni. Perché mentre la morte delle caldaie a gas rimane indeterminata, rimane comunque fermo il principio sancito dall’Unione Europea del divieto dall’inizio di quest’anno di ogni forma di incentivazione al loro acquisto e al loro impiego. L’Italia ha recepito solo in parte: dall’1 gennaio scorso sono state cancellate anche le detrazioni fiscali per le caldaie a gas a condensazione più efficienti, ma sono rimaste le agevolazioni previste dal meccanismo del conto termico. Risultato: l’Italia si è guadagnata l’ennesima apertura da parte della UE di una procedura di infrazione, in buona (si fa per dire) compagnia con Estonia e Ungheria, anch’esse inadempienti sull’intero pacchetto europeo sull’efficienza energetica.

Ma perché tutto ciò rischia comunque di danneggiare i consumatori finali, le famiglie, ma anche le imprese? La risposta è negli equilibri di convenienza economica tra l’uso diretto del gas nelle caldaie e l’uso dell’elettricità nelle pompe di calore. E qui tutto si gioca un po’ nella tecnologia ma molto, moltissimo, nel fisco. Così ingordo nell’elettricità da ostacolare non poco la transizione ecologica verso le pompe di calore, che vedono crescere più rapidamente, rispetto alle caldaie a gas, la loro efficienza energetica ma non abbastanza da rendere sempre e comunque conveniente la loro installazione, nonostante gli incentivi fiscali saldamente in vigore a loro favore.

Il riequilibrio negato delle tasse tra elettricità e gas

L’elettricità è mediamente troppo cara in Unione Europea in rapporto al gas proprio a causa delle tasse. E l’Italia in tutto ciò s’offre di una doppia penalizzazione: non solo il gap tra i due vettori energetici è tra i più alti nella UE, ma da noi i prezzi sia del gas che dell’elettricità sono tra i più alti in assoluto. Va detto che in Europa sono molti gli Stati che tassano l’elettricità più del gas rispetto al contenuto energetico, in contrasto con l’impegno corale di incentivare l’adozione di tecnologie più efficienti, a partire proprio dal riscaldamento domestico.

Più è alto lo scostamento fiscale tra elettricità e gas più è lenta la transizione verso le pompe di calore. Lo dimostra con dovizia di cifre l’ultima analisi sulla tassazione delle diverse tecnologie energetiche diffusa da EHPA (European Heat Pump Association). Ne risulta che in Norvegia, Svezia e Finlandia, con un rapporto inferiore a due nella tassazione tra elettricità e gas le pompe di calore stanno sostituendo i riscaldamenti tradizionali molto più velocemente. L’Italia, dove le tasse pesano nell’elettricità più del doppio rispetto al gas, si colloca a metà classifica, con la modesta vendita di 13 sistemi a pompa di calore per 1.000 famiglie nel 2024.

Che fare? Ridurre drasticamente le tasse sull’elettricità non è semplice. Più praticabile, intanto, la strada di riequilibrare la tassazione tra i due vettori energetici, come ho fatto ad esempio l’Olanda nel 2024 con un ribilanciamento che ha visto l’aumento di circa il 18% della tassazione sul gas a fronte di una diminuzione equivalente per l’elettricità.

Da noi per la verità qualcosa si è fatto, anche se non propriamente sul versante fiscale. Già nel 2014 l’ARERA (l’Autorità per l’energia) deliberò l’introduzione sperimentale della tariffa D1. Dedicata agli utenti domestici che adottavano la tecnologia delle pompe di calore la nuova formula tariffaria aboliva gli scaglioni di consumo che legava i costi alla progressività dei kilowattora consumati, rendendo più piatta la curva dei costi ed eliminando nei fatti il principale disincentivo all’elettrificazione dei consumi domestici. Alla fine del 2016 la D1 è diventata TD ed è automaticamente applicata a tutti gli utenti domestici, risolvendo almeno in parte il problema del disincentivo alla transizione. Rimane però il problema dell’elevata tassazione generale sull’elettricità. Un macigno ancora da rimuovere.

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