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Big Tech Usa, regole sì ma guerra no perchè aiuta solo la Cina

L’audizione degli Over the Top davanti al Congresso testimonia che i legislatori americani non hanno capito nulla del Big Tech e con le loro mosse improvvide anzichè tagliare le unghie ai giganti di Internet rischiano solo di fare il gioco dei cinesi – Ecco perchè

Big Tech Usa, regole sì ma guerra no perchè aiuta solo la Cina

La demagogia non salverà Trump

Non è un bel periodo per il presidente USA Donald Trump, che dopo i pessimi dati del PIL ha visto anche una casa di rating infierire con un più che ovvio outlook negativo su quel rating AAA che pare vacillare da qui ai prossimi sei mesi se il trend dei dati macroeconomici non dovesse rapidamente cambiare rotta, mentre il totale del debito governativo è atteso nel 2021 ad un nuovo massimo del 130% rispetto al PIL. L’indebolimento del dollaro Usa quindi non sorprende nessuno, come neanche i toni del Segretario di Stato Usa, Mike Pompeo, che rispolvera la retorica anticomunista nei confronti di una Cina sempre più aggressiva ma che paradossalmente e nonostante il peggioramento delle relazioni vede con piacere un ampio numero di grandi e piccole aziende entrare nei listini azionari USA in controtendenza al braccio di ferro tra le due superpotenze.

E se già avevamo parlato del caso TikTok ormai apertamente, è evidente che tra furti digitali e violazioni della proprietà intellettuale il futuro degli scambi commerciali è strettamente legato alle nuove tecnologie legate alla comunicazione digitale, ora poi che Huawei ha superato Samsung e Apple diventando leader mondiale nella vendita di smartphone, proprio nel periodo pandemico più devastante per il pianeta. Le molteplici minacce alla supremazia USA nel 5G, si riflettono nella guerra commerciale iniziata due anni fa, e di fronte all’appello della demagogia politica spicciola, portano entrambi i partiti americani a non considerare il quadro nel suo complesso, ed a mettere in scena un vero e proprio teatrino contro le BigTech USA.

I legislatori USA non capiscono nulla di Big Tech

Per essere più chiari si è trattato nei giorni scorsi di un’audizione in videoconferenza al Congresso di nella quali gli amministratori delegati di Amazon, Apple, Alphabet e Facebook, dovevano rispondere per violazione della Sezione 230 del Communications Decency Act (CDA) del 1996, quindi quella parte della legislazione USA sull’uso di internet che riprende regole etiche, ad esempio sulla manipolazione di dati personali, che devono essere rispettate nella comunicazione digitale insieme all’eguale rispetto delle regole sulla concorrenza e del mercato.

Jeff Bezos, Tim Cook, Sundar Pichai e Mark Zuckerberg hanno risposto per oltre cinque ore alle richieste di chiarimenti sulle loro pratiche commerciali ed alle accuse non tanto velate di occultare mire monopolistiche predefinite. La battaglia va avanti da oltre un anno e nonostante i milioni di documenti consegnati alle autorità queste sembrerebbero risentite del fatto che nonostante il COVID le Big Tech abbiano comunque prosperato e trainato o meglio sostenuto i mercati finanziari americani.

Ma evidentemente c’è un errore macroscopico di fondo a non volere vedere la realtà di colossi dell’IT che hanno raggiunto una capitalizzazione di oltre 5 trilioni di dollari USA e che intercettano con i loro servizi oltre metà della popolazione mondiale, proprio quei servizi chiesti spesso e volentieri dalla popolazione per affrontare un’emergenza dove senza il digitale le piccole e medie imprese sarebbero state tagliate fuori dal mercato e non avrebbero potuto evolvere: con l’e-commerce, e spesso radicalmente modificando e reinventando la propria attività produttiva e distributiva, per adattarla rapidamente all’emergenza ed alla richiesta dei consumatori. Quelle stesse famiglie che sempre grazie ai servizi digitali han potuto raccogliere il testimone di una rivoluzione digitale e di un’intelligenza artificiale che non è solo “dark web” ma anche e soprattutto smart working, telemedicina, connessione tra continenti ovvero soluzioni inclusive e sostenibili per una società che è inevitabilmente cambiata nelle sue dinamiche sociali.

In totale le cosiddette FANGMAN (Facebook, Amazon, Netflix, Google, Microsoft, Apple e Nvidia) hanno una capitalizzazione di mercato è pari a 7,2 trl di dollari USA pari al PIL di Giappone e Gran Bretagna e se i risultati di Amazon, Apple e Facebook. E di Alphabet (Google) hanno superato le attese, gli effetti della pandemia si sono fatti sentire sui ricavi pubblicitari per tutti. Perché ciò che i legislatori non capiscono che questi colossi ora sono i nuovi “media”, trattano attività finanziarie come banche implementando l’inclusione finanziaria che grazie a loro è passata da poco più del 60% di 20 anni fa a superare l’85%, secondo l’FSB.

Quindi ben venga la vigilanza, l’aggiornamento delle normative, e gli accordi sul Fisco ma una guerra interna in questo momento negli Stati Uniti d’America non porterà che le Big Tech cinesi ad approfittare della situazione per reclamare non solo spazio valutario a scapito del dollaro Usa ma anche spazi di mercato beffandosi di qualsiasi regola di concorrenza, come dimostrato dal sorpasso di Huawei.

Gli investimenti fatti da Amazon sulla sicurezza dei dipendenti e delle infrastrutture logiche illustrati da Jeff Bezos di Amazon, la resistenza di Apple nonostante i negozi chiusi e il consolidamento dei numeri per Facebook nonostante i numerosi boicottaggi da parte di alcune grosse corporates che accusano Facebook di non fare abbastanza per depurare le notizie dai messaggi d’odio e di incitamento alla violenza .Nonostante le migliaia di addetti dedicati a questa ingrata attività come ben raccontato nel reportage sugli “spazzini del web” o “content moderator” realizzato da Hans Block e Moritz Riesewieck ed intitolato “The Cleaners”.

Il vero nemico è la demagogia politica che non capisce di IT. Oppure ne capisce bene le potenzialità…

Insomma per chi non l’avesse capito qui non c’è in gioco la competizione tra Big corporates ma la competizione tra superpotenze ove la tecnologia informatica ha modificato assetti e modalità belliche. Vi sono 4 Paesi: Cina, Russia, Iran e Corea del Nord che per frenare la penetrazione dei servizi offerti dalle Big Tech americane hanno riscritto l’utilizzo di internet e dei servizi nei loro Paesi con sistemi “proprietari” ove la popolazione è facilmente controllabile e monitorata 24 h.

Quindi da un lato gli AD di imprese dalle quali dipendono le dinamiche future degli scambi commerciali per garantire una ripresa post pandemica non si piegano alla politica, che ha sempre fini propri, e dall’altro lato vi sono superpotenze avverse agli USA che hanno scelto il “sovranismo tecnologico” come arma di rafforzamento del proprio autoritarismo. I mezzi di influenza globale son gli stessi e il mondo è diviso tra esigenza di trasparenza e livelli di competizione a garanzia di un pluralismo della tecnologia che di fatto resta una chimera perché di mezzo c’è la sicurezza globale e dei cittadini.

E se non bastasse il monito di Zuckerberg, che verso la fine dell’udienza, ha reiterato la sua difesa sulla non manipolazione dei dati personali, fa riflettere il suo puntare il dito verso la Cina e sulle sue continue violazioni in tal senso.

E ciò che è rimasto alla fine negli spettatori è la sensazione che ci sia un’incomprensione di fondo ed una forte contraddizione nell’azione che vede l’antitrust americana combattere con coloro che a poche ore dalla pubblicazione dei risultati trimestrali hanno potuto apportare alla capitalizzazione di Borsa un incremento di oltre 200 miliardi di dollari usa, con effetto evidentemente positivo per gli azionisti americani. Ciò per dire che i Big Tech devono essere certamente rispettosi di normative e regolamenti, ma metterli alla sbarra accusando un intero comparto, che non solo non è maturo ma in continua evoluzione, dove i più forti concorrenti d’oltreoceano giocano senza regole risulta miope oppure a semplice scopo intimidatorio!

Intanto nel mese di Luglio prosegue la serie positiva dei dati societari cinesi che tornano ai massimi del maggio del 2019, una crescita degli utili societari a due cifre soprattutto per i Big Tech cinesi che segna definitivamente l’uscita dal tunnel pandemico della Cina rispetto ad USA ed Europa.

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