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Banche e assicurazioni: si riaccende il risiko. E stavolta la protagonista assoluta è Generali

In Italia torna a imperversare il risiko bancario e tra le ipotesi sul destino della quota del Leone in mano a Mps-Mediobanca, le mosse di Unicredit e il riassetto di Delfin, gli occhi sono sulle Generali, la cassaforte italiana che fa gola a tutti

Banche e assicurazioni: si riaccende il risiko. E stavolta la protagonista assoluta è Generali

Si riaccende il risiko bancario-assicurativo italiano. E quella che nei primi mesi dell’anno era solo una fiammella, nelle prossime settimane potrebbe diventare un vastissimo incendio capace, ancora una volta, di rimescolare gli equilibri della finanza italiana. Basti pensare agli effetti del ritorno di Luigi Lovaglio alla guida di Mps-Mediobanca e ai suoi progetti su Banco Bpm, al riassetto in corso in casa Delfin, alle intemperanze di Unicredit che, mentre cerca di trovare il bandolo della matassa su Commerzbank in Germania, fa le sue mosse anche sullo scacchiere italiano. Tutte operazioni che, per aspetti diversi, hanno un minimo comune denominatore: Generali, che potrebbe diventare la grande protagonista di questa nuova fase del risiko. Non a caso, il titolo triestino è vicino ai massimi storici, dopo aver superato quota 38 euro per azione (è a 38,6 euro), con il mercato che comincia a posizionarsi in attesa delle possibili novità che potrebbero arrivare da Trieste.

Risiko, parte due: Generali e la quota Mps-Mediobanca

Quanto Generali sia strategica nel panorama italiano lo mostra chiaramente il suo azionariato, con Mps-Mediobanca al 13,2%, Delfin al 10%, Unicredit sopra il 9%, Caltagirone al 6,26%, Benetton al 4,86%. I big italiani ci sono tutti, tranne uno – Intesa, ma ci ritorneremo -, affiancati dai grandi fondi internazionali. Senza contare che si parla di una colosso assicurativo da 4,7 miliardi di utili nel 2025, che nel piano industriale al 2027 ha promesso agli azionisti oltre 7 miliardi di cedole (+30%) e che già il prossimo maggio distribuirà dividendi per 2,5 miliardi.

Lo scorso anno, mentre Unicredit cercava di acquisire Banco Bpm e Mps si lanciava all’assalto di Mediobanca, la compagnia triestina rimaneva lì, mai protagonista, ma comunque sulla scena, nonostante il fallimento dell’operazione con Natixis. Perché la cassaforte del Paese, che ha in pancia miliardi di debito pubblico italiano, ha sempre fatto gola a molti, primo fra tutti quel Francesco Gaetano Caltagirone che proprio attraverso il 13,2% del Leone in mano a Mps tramite Mediobanca sperava di arrivare dritto al controllo di Trieste. E invece l’ultima assemblea di Rocca Salimbeni, che ha dato la maggioranza a Luigi Lovaglio e alla lista Plt, gli ha imposto uno stop che potrebbe suonare come un de profundis sulle sue aspirazioni assicurative. Anche perché, se si vuole credere al Financial Times, sulla quota di Generali, il ceo di Mps avrebbe altri piani: nelle ipotesi del quotidiano inglese, smentite immediatamente a dir la verità, Lovaglio vorrebbe cedere il 13,2% di Generali, che vale 7,4 miliardi di euro, per finanziare l’acquisizione di Banco Bpm, che al suo interno ha però un socio di peso come Crédit Agricole, oltre il 20% del capitale e per nulla intenzionato a farsi da parte, tanto più dopo aver fatto sedere quattro esponenti in consiglio.

Generali e la partecipazione di Unicredit

Se a Siena si riflette sul da farsi dopo il terremoto di qualche settimana fa, a Piazza Gae Aulenti si scalpita. Andrea Orcel, alle prese con la durissima partita tedesca di Commerzbank, una settimana fa ha lasciato di stucco il mercato (non che sia la prima volta). All’assemblea Generali è infatti emerso che Unicredit non solo non ha ridotto la sua presenza nel capitale del Leone come promesso dal manager lo scorso giugno, ma per di più ha incrementato la sua quota all’8,7%. Una percentuale già salita al 9% e che potrebbe avvicinarsi al 10% per effetto dei ritocchi automatici dovuti al buyback. Superato anche il 10% servirà il via libera dell’Ivass. Nel frattempo però il numero uno della banca milanese cercherà di sfruttare gli ottimi rapporti con il ceo di Generali Philippe Donnet per rafforzare l’alleanza industriale tra le due società – già proficua nell’Est Europa –, ma anche di accreditarsi come interlocutore chiave per chiunque abbia intenzione di fare anche solo un pensierino sulla compagnia assicurativa. Sempre che non sia proprio Orcel il primo a farcelo.

Generali e il riassetto di Delfin

In questo contesto si inserisce anche il riassetto della holding Delfin, dove Leonardo Maria del Vecchio punta a diventare il socio di maggioranza relativa, acquistando le quote dei fratelli Luca e Paola e arrivando al 37,5%. Potrà farlo grazie a un finanziamento bancario da 10 miliardi di euro in via di approvazione da parte di Bnp Paribas, Crédit Agricole e Unicredit. Un maxi prestito basato anche sulla flessibilità nella gestione delle partecipazioni in caso di situazioni avverse. E tra queste partecipazioni ci sono, guarda caso, il 17,5% di Mps, il 2,7% di Unicredit e il 10,05% di Generali

Manca solo Intesa

Alla finestra, ancora una volta, resta Intesa Sanpaolo. Fuori dalla prima ondata del risiko, la banca guidata da Carlo Messina sembra intenzionata a non prendere parte nemmeno alla seconda. “Siamo sempre stati interessati a crescere nell’asset management, ma asset manager che siano bancari: l’asset manager assicurativo è un’altra cosa” aveva risposto lo scorso 2 febbraio il ceo, replicando a chi gli chiedeva se Intesa fosse interessata alle Generali: “Se facciamo delle operazioni le facciamo per avere il controllo pieno e per comandare. Non ci piace fare acquisizioni di quote di minoranza”, aveva aggiunto. Dichiarazioni supportate dai risultati conseguiti da Intesa Vita nel 2025: 19,8 miliardi di premi vita, con 182 miliardi di riserve tecniche. 

Non è detto però che lo status quo non possa cambiare, soprattutto se Unicredit dovesse rafforzarsi ulteriormente nelle Generali. Siamo sicuri che, in quel caso, Intesa resterebbe a guardare di fronte alle mosse della sua concorrente diretta o che direbbe no a un possibile ingresso di lunga durata, magari sollecitato da Palazzo Chigi? Il meglio, probabilmente, deve ancora venire. 

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