Il Cda della Fondazione Banca D’Asti ha bocciato la vendita della banca fuori dal Piemonte, una linea che era stata invece promossa dal presidente Livio Negro, ha scritto oggi La Stampa. Gli otto consiglieri del Cda hanno dunque deciso a larga maggioranza di congelare il mandato, affidato a Equita, per la valorizzazione della partecipazione nella banca conferitaria, mettendo di fatto in minoranza Negro.
Risale all’inizio di aprile la scelta di Negro di promuovere una strategia di diversificazione del portafoglio puntando alla vendita della parte di quota che supera i limiti previsti dal protocollo Acri-Mef, il quale, aggiornato il 28 ottobre, introduce coefficienti che adeguano i limiti di concentrazione ai rialzi dei titoli bancari. Per la Fondazione Asti, ciò significa che la partecipazione in Cr Asti non può superare il 44% del patrimonio complessivo. Oggi però il 31,8% detenuto in Cr Asti pesa circa 174 milioni di euro, pari al 79% del patrimonio. La riduzione dell’esposizione è quindi considerata inevitabile sul piano tecnico.
Tuttavia le istituzioni locali – che rappresentano la comunità di riferimento della fondazione – non intendono aprire il capitale a nuovi soci non territoriali e stanno lavorando a una soluzione tutta interna: chiedere alle fondazioni già presenti nel capitale di Cr Asti di farsi carico della quota eccedente. I nomi che circolano sono Fondazione Cr Cuneo e Fondazione Crt.
Gli interessi arrivati dall’esterno
Il mese scorso Banco Bpm aveva presentato una manifestazione di interesse per una quota della Cassa di Risparmio di Asti, di cui detiene già il 9,9%. Giuseppe Castagna avrebbe voluto infatti garantirsi una quota di controllo, acquisendo una partecipazione dalla Fondazione Asti che da mesi valuta un’aggregazione della partecipata con un altro soggetto bancario, per far confluire l’istituto in un gruppo più grande. Alla base di ciò c’è il protocollo Acri-Mef che impone all’ente di ridurre la sua quota che varrebbe circa 174 milioni di euro. Ma anche Unicredit aveva presentato un’offerta per la maggioranza della banca astigiana, così come Credem, l’istituto emiliano controllato dalla famiglia Maramotti. In apparenza, le tre proposte si equivalgono: scambio carta contro carta, valutazioni economiche allineate, nessuno scarto clamoroso nelle metriche, ma con differenze riguardo i tempi di esecuzione: sarebbero più lunghi per Credem.
