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Adam Smith a 300 anni dalla nascita: cosa resta della grandezza di un genio che aveva fede nell’uomo e nel progresso

Pubblichiamo il testo dell’intervento della Professoressa Maria Cristina Marcuzzo, accademica dei Lincei, svolto nella Biblioteca della Camera dei deputati in occasione dei 300 anni dalla nascita di Adam Smith. E’ un viaggio nel pensiero del padre dell’economia moderna e nella sua visione umanistica che va al di là dei numeri

Adam Smith a 300 anni dalla nascita: cosa resta della grandezza di un genio che aveva fede nell’uomo e nel progresso

Vorrei anzitutto ricordare che mentre sappiamo il luogo della nascita di Adam Smith, che è Kirkaldy, una piccola cittadina sulla costa orientale della Scozia, non sappiamo il giorno preciso della sua nascita; sappiamo solo che avvenne poche settimane dopo la morte del padre, un impiegato delle dogane, che avvenne tra il gennaio del 1723 e il 5 giugno di quello stesso anno quando Adam Smith fu battezzato.

Nel celebrare l’anniversario della nascita di un grande autore di un passato così lontano, viene naturale porsi alcune domande. La prima domanda è quale sia in generale il modo migliore di affrontarne l’opera e il pensiero, come mostrare la sua rilevanza e la significatività, per giustificarne la rivisitazione. Ci sono infatti modi diversi di argomentarla. La più frequente è quella di dimostrare l’importanza per l’oggi, ma vi è anche naturalmente l’importanza che deriva per gli elementi che ci offre per conoscere e capire meglio, dall’interno, il periodo storico in cui quel pensiero si situa, ma c’è anche quella di sostenerne il carattere universale di contributo alla conoscenza

La seconda domanda è come si affronta il pensiero che si palesa in testi di secoli fa, in cui linguaggio e categorie sono necessariamente diverse da quelle che impieghiamo oggi. Qui quello che conta è la capacità di ricostruire il contesto e l’apparato concettuale impiegato dall’autore. Il confronto e il rispetto dei testi, sottraendoci alla tentazione di tradurre i concetti in una forma più consona al nostro apparato di pensiero, è un esercizio di rigore filologico che va perseguito con convinzione.

La terza domanda è che i grandi autori sono stati studiati e interpretati per un lunghissimo tempo ed è inevitabile che nel rivisitarne il pensiero dobbiamo tener conto di quanto la letteratura a torto o a ragione ci ha consegnato. Come scegliere interpretazioni che ci sembrano convincenti e scartare quelle che non lo sono. In ogni caso non si può e non si deve ignorare quanto è già stato scritto.

In questo breve intervento proverò a dare qualche risposta a queste domande, senza pretesa di esaustività o peggio ancora di verità, ma come modo di aprire alla discussione.

L’importanza di Adam Smith non solo per l’economia politica

I contributi di Smith riguardano molti campi: retorica, filosofia morale, giurisprudenza, economia politica. Di solito l’attenzione è rivolta su quest’ultimo campo, quello a cui Smith deve la sua fama. Tuttavia, è importante sottolineare che, le sue riflessioni su questo tema fanno parte di una più ampio studio sul comportamento dell’uomo e sulla società.

Quindi la rilevanza del pensiero di Smith sta nella discussione offerta sulle diverse motivazioni dell’azione umana, in cui ha dato un contributo importante nell’evidenziare il nesso tra perseguimento di interesse individuale e regole morali, quelle che nella visione di Smith – che rimane valida ancora oggi – sono necessarie per il buon funzionamento della vita comune in società.

Questa visione emerge dalle due opere principali di Smith, La Teoria dei sentimenti morali e La Ricchezza delle nazioni, che vanno lette come testi complementari e non alternativi.

Nelle Teoria dei sentimenti morali troviamo l’affermazione che “la parte principale della felicità umana deriva dalla consapevolezza di essere amati”; la simpatia, cioè la capacità di condividere i sentimenti degli altri, ci porta a giudicare le nostre azioni sulla base dei loro effetti sugli altri oltre che su noi stessi. Secondo Smith, gli individui valutano le proprie azioni assumendo il punto di vista di uno spettatore imparziale che, dotato della conoscenza di tutti gli elementi che conosce, giudica tali azioni come un cittadino medio. Le istituzioni giuridiche, il cui funzionamento è indispensabile per garantire la sicurezza degli scambi di mercato, trovano in questo principio di comportamento morale il loro necessario supporto concreto.

Se mettiamo quanto detto a confronto con il famoso brano della Ricchezza delle nazioni, “Non è dalla benevolenza del macellaio, del birraio o del fornaio che ci aspettiamo la nostra cena, ma dal loro interesse”, che è stato interpretato come la sola spiegazione del comportamento umano alla base dell’economia di mercato, lo comprendiamo nel giusto contesto.

Il presupposto – vitale per il funzionamento di un’economia di mercato – è quello di una società fondata sull’accettazione generale del principio morale della simpatia e dotata delle istituzioni amministrative e giuridiche necessarie per affrontare i casi in cui la moralità comune viene violata.

Il liberalismo di Smith era pragmatico e progressista

Se leggiamo le due opere in contesto, vediamo che Adam Smith ha messo in evidenza la complessità dell’agire umano, non la sua semplificazione nell’idea che il perseguimento dell’interesse individuale sia il motivo principale dell’azione, che invece va temperata dall’idea della convivenza sociale. Anche la convinzione sull’efficienza del libero mercato è una semplificazione, visto il ruolo assegnato alla figura dello “spettatore imparziale”.

Questa sottigliezza smithiana, il rifiuto di tesi nette senza qualificazioni e specificazioni, rende l’interpretazione delle sue opere difficile e interessante allo stesso tempo.

Vorrei ricordare due esempi di questioni interpretative del testo della Ricchezza delle nazioni, che hanno particolare interesse.

Il primo di questi esempi riguarda il liberalismo di Smith. Va sottolineato che quello di Smith era un atteggiamento progressista nei confronti dei grandi temi politici del suo tempo, come il conflitto per l’indipendenza delle colonie americane.

Smith non era un liberale dogmatico, ma pragmatico: fortemente critico non solo nei confronti delle istituzioni feudali e delle politiche caratteristiche dello Stato assolutista, ma anche nei confronti delle concentrazioni capitalistiche di potere economico, e diffidente nei confronti della propensione dei “mercanti” a stabilire il monopolio.

Un’altra questione nasce dal confronto tra il primo e il quinto libro de La Ricchezza delle nazioni, in merito alla posizione apparentemente contraddittoria assunta da Smith nei confronti della divisione del lavoro. Nel primo libro, la divisione del lavoro è esaltata come fondamento per l’aumento della produttività, quindi per il benessere della popolazione e per lo stesso progresso civile; nel quinto libro, in un passo spesso citato come precursore della teoria marxiana dell’alienazione, Smith sottolinea le caratteristiche negative del lavoro frammentato, che può rendere l’uomo un bruto, ma mantiene fiducia nel ritenere che la divisione del lavoro, attraverso l’aumento della produttività e l’estensione del mercato, sia il motore del progresso e in ultima analisi del benessere allargato.

In Smith c’è la fede sostanziale nell’uomo e nel progresso delle società umane

La tesi di una contraddizione tra la Teoria dei sentimenti morali a della Ricchezza delle nazioni, una improntata al principio della simpatia e l’altra dell’interesse, ha prevalso per un certo periodo in letteratura, costituendo quello che è stato etichettato come Das Adam Smith Problem.

Secondo questa tesi, la difesa del libero perseguimento dell’interesse personale all’interno di un’economia di mercato proposta da Smith ne La Ricchezza delle nazioni corrisponderebbe alla posizione matura dell’economista scozzese. Si ritiene che Smith l’abbia raggiunta dopo aver rifiutato la posizione inizialmente difesa ne La Teoria dei sentimenti morali, secondo la quale il comportamento solidale tra i membri di una comunità è necessario per la sopravvivenza stessa dell’entità collettiva.

Questa tesi appare insostenibile quando si ricorda che La Teoria dei sentimenti morali fu ripetutamente ristampata, sempre sotto il controllo dell’autore, che approfittò dell’opportunità offerta dalle ristampe per introdurre modifiche nell’opera, anche dopo la pubblicazione de La Ricchezza delle nazioni. Smith avrebbe avuto una personalità schizofrenica se avesse presentato contemporaneamente ai suoi lettori due opere in contraddizione tra loro!

Secondo Smith, “la simpatia, cioè la capacità di condividere i sentimenti degli altri, ci porta a giudicare le nostre azioni sulla base dei loro effetti sugli altri oltre che su noi stessi….

Questo tipo di atteggiamento morale è un prerequisito per la sopravvivenza stessa delle società umane: La società […] non può sussistere tra coloro che sono sempre pronti a farsi del male e a ferirsi a vicenda”.

Il perseguimento dell’interesse individuale non va quindi perseguito ad ogni costo, la libertà non va intese prova di regole e di limiti, sia nell’agire economico che nell’agire sociale. Non c’è dunque contraddizione tra i due principi.

In conclusione, una fede sostanziale nell’uomo, sebbene riconosciuto come un essere essenzialmente imperfetto, e nella possibilità di progresso delle società umane, è il messaggio positivo che rende l’opera del pensatore scozzese un punto di riferimento centrale per la riflessione sull’uomo e sulla società allora come oggi.

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