Giorgia Meloni è giustamente orgogliosa del record di durata del suo Governo e ricorda alcuni effetti positivi che la stabilità del Governo italiano, in un momento di grande incertezza politica in quasi tutti i Paesi occidentali, ha portato sia in politica estera sia sul piano della nostra affidabilità finanziaria. E tuttavia non si può non ricordare che l’azione politica non è stata brillante come la stessa premier aveva preannunciato nel suo discorso di insediamento.
Difficile dire se il bicchiere sia mezzo pieno o mezzo vuoto. Quello che non si può contestare è che vere riforme del sistema economico non ne sono state fatte. Alcune delicate partite a cominciare da quella dell’energia (con l’urgente rilancio del nucleare) sono state gestite in maniera fiacca, per non parlare delle crisi industriali con il caso emblematico dell’ex Ilva di Taranto dove ormai possiamo dare per persa l’area a caldo. Poco o nulla è stato fatto sullo snellimento burocratico, sull’introduzione di criteri meritocratici nel settore pubblico, sugli investimenti in ricerca specie sulle nuove frontiere della tecnologia. Forse il consenso per vere riforme non c’è nel Paese e la Lega di Salvini lo ha sempre ricordato.
Un certo attivismo si è avuto sul sistema fiscale quando ad ogni legge di Bilancio si sono trovate un po’ di risorse per dare qualche bonus ai lavoratori, in particolare a quelli che stanno sotto una certa soglia di reddito. E tuttavia questa politica delle mance non sembra essere stata particolarmente apprezzata dai lavoratori e dalle imprese perché si è trattato in genere di provvedimenti dalla durata limitata e quindi soggetti alla necessità di rinnovo ad ogni nuova legge finanziaria.
E questo irrigidisce anche le opportunità di scelta politica nelle leggi di Bilancio perché si devono in primo luogo sistemare le partite che vengono a scadenza. Lo scorso anno, ad esempio, la manovra cercò di sostenere i redditi dei lavoratori concedendo una tassazione agevolata (al 5%) per gli aumenti retributivi derivanti da rinnovo contrattuali, e una riduzione delle tasse al 15% per il lavoro notturno e gli straordinari. Ora queste agevolazioni sono in scadenza. Cosa si può fare? Non rinnovarle vuol dire aumentare le tasse per i lavoratori, ma rinnovarle vuol dire utilizzare le scarse risorse disponibili per provvedimenti “ vecchi” che la gente dà già per acquisiti. Politicamente un boomerang.
Oltre tutto questi provvedimenti, insieme a molti altri bonus, alla flat tax e all’eccesso di detrazioni, stanno rendendo il sistema fiscale più confuso e anche ingiusto. Altro che riforma organica! In realtà la progressività è attenuata dai troppi cespiti tassati con aliquote secche alla fonte, mentre si parla a vanvera da parte dell’opposizione di imposta patrimoniale che da sola non serve a ripristinare la progressività.
Tra breve il Governo dovrà presentare la sua proposta di legge di Bilancio per il prossimo anno che, come si sa, sarà un anno elettorale e quindi ci sarà una spinta da parte di tutti i partiti, sia di maggioranza sia di opposizione, per spendere di più e cercare di gratificare le proprie clientele elettorali. Il Governo dovrà in primo luogo sanare le scadenze dei regali concessi in passato. Ma nel farlo potrebbe cercare di impostare qualche politica strutturale nella speranza che i cittadini elettori siano stanchi dei finti regali e vogliano vedere qualcosa di più solido e duraturo.
