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È morto Ratko Mladić, il “boia di Srebrenica”: era condannato all’ergastolo per genocidio e crimini contro l’umanità

L’ex comandante militare dei serbo-bosniaci aveva 84 anni e stava scontando all’Aia l’ergastolo per genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra. Guidò l’assedio di Sarajevo e il massacro di oltre 8mila uomini e ragazzi bosgnacchi a Srebrenica. Dopo sedici anni di latitanza, era stato arrestato nel 2011 e condannato definitivamente nel 2021

È morto Ratko Mladić, il “boia di Srebrenica”: era condannato all’ergastolo per genocidio e crimini contro l’umanità

È morto all’età di 84 anni Ratko Mladić, l’ex comandante militare dei serbo-bosniaci soprannominato “il boia di Srebrenica” e “il macellaio della Bosnia”. Il decesso è avvenuto nell’ospedale penitenziario dell’Aia, dove stava scontando la condanna all’ergastolo per genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra commessi durante il conflitto in Bosnia-Erzegovina. La notizia è stata riferita dall’emittente pubblica serba Rts e confermata dalla sottosegretaria serba ai Diritti umani e alle minoranze Lidija Pavićević, informata dal figlio dell’ex generale, Darko Mladić.

Negli ultimi anni le sue condizioni di salute erano progressivamente peggiorate. Costretto a letto da tempo, nell’aprile scorso era stato colpito da un ictus. La famiglia e i legali avevano ripetutamente chiesto la scarcerazione per ragioni umanitarie, sostenendo che fosse ormai un malato terminale e che non esistesse alcun pericolo di fuga. Il figlio, che continuava a chiamarlo “il generale”, chiedeva che gli fosse consentito di trascorrere fuori dal carcere gli ultimi giorni. Il Meccanismo residuale internazionale per i tribunali penali aveva respinto le richieste, ritenendo che Mladić ricevesse nella struttura tutte le cure palliative necessarie. Non è quindi mai tornato libero. È morto sotto la custodia delle Nazioni Unite, dove era stato trasferito dopo l’arresto del 2011, che aveva posto fine a sedici anni di latitanza.

Chi era Ratko Mladić

Nato nel 1942 nell’allora Jugoslavia, Mladić costruì la propria carriera nell’Armata Popolare Jugoslava. Con la dissoluzione del Paese e l’inizio delle guerre balcaniche divenne capo di Stato maggiore dell’Esercito della Republika Srpska, assumendo il comando militare delle forze serbo-bosniache durante la guerra combattuta tra il 1992 e il 1995. Il suo nome resta legato soprattutto a due delle pagine più atroci della storia europea del dopoguerra.

La prima è l’assedio di Sarajevo, accerchiata per quasi quattro anni e sottoposta al fuoco dell’artiglieria e dei cecchini. Oltre 10mila civili furono uccisi mentre la quotidianità della città veniva trasformata in una lotteria mortale. La seconda è Srebrenica. Nel luglio del 1995, dopo l’attacco all’area dichiarata protetta dalle Nazioni Unite, le forze serbo-bosniache separarono uomini e ragazzi bosgnacchi dalle loro famiglie. 8.372 persone furono uccise sistematicamente e sepolte in fosse comuni. I tribunali internazionali hanno riconosciuto quella strage come genocidio, il più grave massacro compiuto in Europa dalla fine della Seconda guerra mondiale.

Mladic intento a “rassicurare” le donne a Srebrenica

Per questo Mladić fu chiamato il “macellaio della Bosnia” e il “boia di Srebrenica”. Definizioni terribili, ma ancora insufficienti a restituire ciò che accadde. Dietro quei soprannomi non c’era una figura leggendaria e neppure un soldato trascinato dagli eventi. C’era un comandante con responsabilità precise, alla guida di una macchina militare impegnata in persecuzioni, deportazioni, omicidi, trasferimenti forzati e attacchi contro la popolazione civile.

Sedici anni in fuga e la condanna all’ergastolo

Il Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia incriminò Mladić già nel luglio 1995 insieme al leader politico serbo-bosniaco Radovan Karadžić. Nel novembre successivo venne aggiunta l’accusa relativa all’attacco contro Srebrenica. Mentre le prove si accumulavano e veniva emesso un mandato di cattura internazionale, l’ex comandante scomparve.

Per sedici anni riuscì a sottrarsi alla giustizia, protetto da una rete di fedelissimi, apparati e familiari. Nel corso del tempo venne segnalato sulle coste del Montenegro, a Belgrado, in Grecia, in Russia e persino in un bunker vicino a Sarajevo. Sulla sua testa furono poste ricompense milionarie, mentre la mancata cattura diventava un ostacolo politico nei rapporti tra la Serbia e l’Unione europea.

La latitanza terminò il 26 maggio 2011 nel villaggio serbo di Lazarevo. Invecchiato e nascosto dietro il nome di Milorad Komadić, Mladić venne identificato definitivamente attraverso il test del Dna. Pochi giorni dopo fu trasferito all’Aia. Il processo cominciò nel maggio 2012. I giudici ascoltarono più di 500 testimoni ed esaminarono oltre 10mila elementi di prova, compresi 18 quaderni autografi nei quali emergevano l’ostilità di Mladić verso la comunità musulmana e il suo risentimento nei confronti dell’Occidente.

Il 22 novembre 2017 arrivò la condanna all’ergastolo. Il tribunale lo riconobbe responsabile del genocidio di Srebrenica, della persecuzione della popolazione non serba, dell’assedio di Sarajevo, degli attacchi contro i civili e della presa in ostaggio di personale delle Nazioni Unite. Venne assolto soltanto dall’accusa di genocidio riferita al complesso delle operazioni compiute in altre zone della Bosnia, perché non fu dimostrato oltre ogni ragionevole dubbio che il genocidio rappresentasse l’obiettivo specifico di tutte quelle azioni. Le violenze, tuttavia, furono comunque definite “orrori”.

La sentenza diventò definitiva l’8 giugno 2021, quando venne respinto l’ultimo appello. Come precisò il procuratore Serge Brammertz dopo il verdetto di primo grado, quella decisione “non è un verdetto contro tutti i serbi”. La responsabilità penale riguardava Mladić e le azioni che aveva ordinato, sostenuto o contribuito a realizzare.

La condanna di Mladić

Da Milošević a Karadžić, gli altri registi della guerra

Mladić fu il principale comandante militare delle forze serbo-bosniache, ma la guerra e il progetto di persecuzione delle comunità non serbe non furono opera di un solo uomo. Al vertice politico della Republika Srpska sedeva Radovan Karadžić, mentre Slobodan Milošević rappresentava l’altra figura centrale del sistema di potere costruito attorno al nazionalismo serbo durante la disgregazione della Jugoslavia.

Milošević è morto. Karadžić, invece, sta ancora scontando la propria pena. L’ex presidente della Republika Srpska è stato riconosciuto responsabile della campagna di terrore contro Sarajevo, delle persecuzioni, degli stermini, delle deportazioni, della presa in ostaggio dei militari delle Nazioni Unite e del genocidio di Srebrenica. Condannato inizialmente a 40 anni di carcere nel marzo 2016, nel 2019 ha ricevuto in appello l’ergastolo. Dal 2021 è detenuto nel Regno Unito. Come Mladić, ha sempre respinto le accuse e cercato di attribuire le atrocità a iniziative individuali. Le sentenze internazionali hanno stabilito il contrario, ricostruendo l’esistenza di un apparato politico e militare e di iniziative criminali organizzate.

Con la morte di Mladić scompare l’uomo che fu il braccio armato di quel sistema. Non scompaiono le sentenze, le fosse comuni, i nomi delle vittime e le responsabilità accertate dalla giustizia internazionale. Il generale che per sedici anni aveva provato a cancellare le proprie tracce muore identificato, processato e condannato. Non lascia una leggenda militare, ma un ergastolo e una parola che nessuna retorica potrà più eliminare dalla sua biografia: genocidio.

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