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Big Pharma Usa: un mese d’oro anche oltre l’exploit di Moderna. Ecco perchè e che cosa ci dobbiamo aspettare

Per le grandi aziende farmaceutiche è partitol il conto alla rovescia che porterà alla scadenza di molti dei loro farmaci storici il che significherebbe un calo dei ricavi. Me molte trategie sono già in corso. Eccole

Big Pharma Usa: un mese d’oro anche oltre l’exploit di Moderna. Ecco perchè e che cosa ci dobbiamo aspettare

L’impennata della società farmaceutica Moderna sull’onda dell’annuncio del suo nuovo farmaco, ha riacceso i riflettori sul settore dove emergono diverse altre variazioni positive. In effetti per le Big Pharma Usa si sta aprendo un periodo di grandi scommesse e sfide: da una parte l’imminente scadenza di storici brevetti che le hanno rese famose, dall’altra la collaborazione/competizione con le colleghe cinesi sono due dei fattori chiave che stanno spingendo a far sì che vengano al più presto lanciati nuovi farmaci e dall’altra vengano incrementate le operazioni di Merger & Acquisitions.

Moderna è balzata del 160% grazie al suo nuovo farmaco

Poco dopo Ferragosto anche chi era sotto l’ombrellone non ha potuto non registrare la straordinaria notizia riguardante Moderna e dei risultati positivi del test condotto insieme a Merck sul nuovo vaccino sperimentale contro il melanoma Intarin: oltre all’evidente innovazione in grado di prolungare la vita delle migliaia di persone a cui ogni anno viene diagnosticato questo tumore della pelle potenzialmente letale, la buona notizia ha riguardato anche il titolo Moderna che quel giorno è balzato fino a +160%. Decisamente più contenuto ma comunque significativo il rialzo di Merck che sale dell’11%.

E’ stato un mese eccellente per le Big Pharma Usa

Le quotazioni si sono poi ridimensionate, seguendo le turbolenze dei mercati di questi giorni, ma resta il fatto che nell’ultimo mese le Big Pharma Usa hanno mostrato performance eccellenti. Il titolo Moderna mostra comunque un rialzo del 156% chiudendo ieri, dopo prese di beneficio a 139 dollari. Dopo il fenomeno Moderna, il titolo della borsa di New York che ha dominato l’ultimo mese è stato senza dubbio Amgen (+18,03%), tallonato da ottimi recuperi di Merck (+14,95%) e Pfizer (+14%). Vediamo perchè.

Amgen nel secondo trimestre ha visto ricavi cresciuti del 10% a 10,1 miliardi di dollari, superando ampiamente le previsioni di Wall Street fisse a 9,42 miliardi, con un miglioramento delle stime di profitto (Eps adjusted) per l’intero anno portandole a una forchetta di 22,30-23,50 dollari per azione. Anche Merck ha battuto le attese nel secondo trimestre registrando vendite per 16,61 miliardi di dollari (rispetto ai 16,36 stimati). Di conseguenza, ha alzato le stime di vendita annuali per il 2026 fino a un massimo di 67,3 miliardi di dollari. A inizio agosto, Pfizer ha alzato le stime di ricavi per l’intero anno a una forchetta di 60,5 – 62,5 miliardi di dollari con massiccio piano pluriennale di efficientamento che mira a tagliare altri 1,5 miliardi di dollari di costi operativi entro il 2029, rassicurando la borsa sulla tenuta dei margini futuri, trovando alternative ai suoi prodotti per il Covid.
Per Eli Lilly +4,34% nell’ultimo mese, il successo è legato a doppio filo con l’inarrestabile boom dei suoi prodotti per combattere il diabete e l’obesità, Mounjaro e Zepbound, che hanno mostrato numeri stratosferici. La trimestrale ha mostrato un incremento dei ricavi totali del +48% a 23 miliardi di dollari. La società ha anche ritoccato verso l’alto le previsioni di vendita annuali, portandole tra gli 85 e gli 87 miliardi di dollari. Per Johnson & Johnson (+3,68% nel mese) gli analisti hanno riacceso i fari sulla sua ricca pipeline nel campo dell’immunologia e dell’oncologia. In particolare, cresce l’ottimismo per l’approvazione regolatoria di Icotyde, un trattamento orale contro la psoriasi che gli esperti stimano possa generare fino a 10 miliardi di dollari di vendite potenziali.

Le Big Pharma sull’orlo del “patent Cliff ” con la scadenza di brevetti storici

A parte le loro performance, le Big Pharma si trovano nella situazione di dover mettere il turbo nelle loro strategie perché a partire già da quest’anno per fino al 2030 inizia il conto alla rovescia per il cosiddetto “patent cliff”, cioè la scadenza di brevetti storici con un ammontare stimato tra i 200 e i 300 miliardi di dollari di ricavi annui a rischio. Solo nel mercato statunitense, l’impatto complessivo previsto supera i 230 miliardi di dollari entro il 2030, mentre a livello globale alcune stime estese parlano di cifre che toccano i 400 miliardi di dollari. Alla scadenza della protezione brevettuale (che tipicamente garantisce un’esclusiva commerciale di circa 20 anni dal deposito), i farmaci generici e i biosimilari possono entrare liberamente sul mercato. Questo causa un crollo immediato dei prezzi e una conseguente perdita drastica di quote di mercato per i produttori originari. Tra i più famosi gli analisti citano il farmaco di punta di Merck contro il cancro, Keytruda, che genera più della metà del fatturato dell’azienda e perderà l’esclusiva nel 2028. Aziende concorrenti come Eli Lilly, Gilead, Bristol Myers Squibb e Pfizer perderanno anche l’esclusiva su alcuni dei loro farmaci di maggior successo.

Tre strategie diverse nelle carte delle Big Pharma

Per compensare il potenziale crollo dei ricavi, le aziende farmaceutiche stanno attuando tre strategie principali. Il primo riguarda la corsa alle M&A, utilizzando le riserve di liquidità accumulate per acquisire aziende biotech e startup innovative più piccole. L’obiettivo è comprare “pipeline” di farmaci già in fase avanzata di sviluppo per sostituire i ricavi persi. Secondo i dati di Dealogic, il valore totale delle operazioni di fusione e acquisizione nel settore biotecnologico nel primo trimestre ha già raggiunto gli 84 miliardi di dollari, in aumento rispetto ai 44,4 miliardi di dollari dell’anno precedente, registrando il miglior inizio d’anno dal 2019, quando le operazioni avevano toccato i 147,7 miliardi di dollari. Se il ritmo attuale si mantiene, il valore totale delle fusioni e acquisizioni nel settore biofarmaceutico nel 2026 potrebbe superare i 250 miliardi di dollari, il che lo collocherebbe al secondo posto solo dopo i numeri del 2019.

La seconda strategia riguarda il fatto che alcune aziende stanno escogitando tentativi legali e regolatori per estendere le scadenze brevettando per esempio nuove formulazioni, combinazioni o metodi di somministrazione dello stesso principio attivo. Infine la terza strategia è proprio quella di accelerare lo sviluppo interno di terapie avanzate (come terapie geniche e mRNA come quella di Moderna) dove la concorrenza dei generici è tecnicamente più difficile da implementare.

In Italia, il “patent cliff” apre scenari di mercato profondamente diversi tra il comparto dei farmaci biosimilari (biologici) e quello dei farmaci equivalenti (generici di sintesi). Con una spesa farmaceutica nazionale che sfiora i 40 miliardi di euro, la scadenza dei brevetti rappresenta la principale leva per garantire la sostenibilità del Servizio Sanitario Nazionale.

La via della collaborazione con la Cina

C’è un’altra strada: la collaborazione tra case farmaceutiche statunitensi e cinesi. Sono già stati stipulati almeno 32 accordi di licenza, quest’anno fino alla fine di luglio, il che fa prevedere che il 2026 supererà il record di 45 dello scorso anno. Le aziende farmaceutiche occidentali stanno conducendo almeno 38 studi clinici di fase avanzata a livello globale su farmaci sviluppati in Cina.

Per le case farmaceutiche statunitensi, la crescente collaborazione con le aziende cinesi è una scelta ovvia. “In Cina si può andare due volte più veloci a metà del costo”, ha dichiarato ai giornalisti a luglio Rob Davis , amministratore delegato di Merck. Anche Jacob Van Naarden , responsabile oncologia e sviluppo commerciale di Eli Lilly, apprezza ciò che vede: “C’è un’enorme innovazione che arriva dalla Cina”, ha affermato in un’intervista a giugno. “Ci riforniamo lì proprio come facciamo ovunque”.

Il vantaggio è reciproco: la vendita dei diritti sui farmaci alle aziende americane è diventata una fonte di reddito cruciale per le imprese cinesi in un contesto di finanziamento difficile. Secondo i dati di PharmCube, i finanziamenti di venture capital per le aziende biotecnologiche cinesi sono diminuiti del 70% rispetto al picco del 2021. Nel 2025, le aziende cinesi hanno rappresentato quasi la metà degli accordi globali di licenza farmaceutica , in termini di valore, secondo la banca d’investimento Locust Walk. Tali accordi hanno un valore potenziale di oltre 130 miliardi di dollari , secondo quanto affermato dal governo cinese. “Lo definirei un rapporto simbiotico”, afferma Sam Fazeli , analista farmaceutico senior di Bloomberg Intelligence. “Le aziende farmaceutiche hanno bisogno di asset, hanno bisogno di farmaci. Questa è un’ottima fonte di farmaci e asset”.

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