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Ex Ilva, ultima chiamata: la cordata di Federacciai è un atto di coraggio ma ora il Governo deve fare la sua parte

La partita dell’acciaio a Taranto entra in una fase decisiva: dalla cordata dei privati all’opzione Jindal, restano aperti i nodi su altoforni, occupazione e strategia industriale

Ex Ilva, ultima chiamata: la cordata di Federacciai è un atto di coraggio ma ora il Governo deve fare la sua parte

Un risultato Antonio Gozzi, presidente di Federacciai, lo ha già ottenuto. Quello di mettere in un angolo l’annosa questione del futuro di Taranto e costringere tutti i protagonisti a non poter rinviare all’infinito una scelta definitiva sull’impianto e sulla complessiva strategia italiana dell’acciaio. L’iniziativa messa in atto con l’intero schieramento degli industriali privati del settore ha fatto emergere che non è più tempo di diatribe ideologiche, di egoismi territoriali, di opportunità diffuse in diversi settori, e da ricorsi alla cassa integrazione distribuita a cascata e benvenuta alla luce di un altrettanto diffusa integrazione garantita dalla economia sommersa del terziario, del turismo e di quello dell’agricoltura.

Il primo messaggio di Gozzi è stato chiaro: siamo tutti insieme e siamo pronti a valutare un eventuale impegno nel salvataggio dell’area “a freddo” di Taranto. Il cuore della fabbricazione dell’acciaio (la fusione in altoforno) non ci interessa. Li ha chiamati a raccolta uno per uno. All’appello senza impegni concreti si sono aggiunte le singole opportunità dei protagonisti con i propri interessi economici.

Qualche esempio. Come avrebbe letto il Governo un disimpegno preventivo dei tre proprietari delle acciaierie insediate in Sicilia e in Basilicata, con produzioni esclusivamente di tondo per cemento armato o di travi, il cui futuro competitivo è legato in gran parte ai lavori ormai imminenti del ponte sullo Stretto? E se a disimpegnarsi fosse stato il maggior fornitore di materiale rotabile delle Ferrovie dello Stato e delle Municipalizzate? Così come non poteva girarsi dall’altra parte l’azienda che stava trattando l’allungamento di altri 60 anni della concessione insediativa di un proprio stabilimento strategico.

I paletti dei privati e il nodo dell’intervento pubblico

Ancor prima degli impegni sono arrivate le richieste: i cosiddetti paletti preventivi. Impegni pubblici e statali su politica del rottame, su quello degli impatti ambientali, sull’approvvigionamento energetico: le tre prime voci di costo della siderurgia privata italiana dei “prodotti lunghi”. Poi qui e là alcuni protagonisti “della cordata” si sono lasciati andare a richieste più impegnative come una forte capitalizzazione dello Stato alla società di gestione e un impegno ben preciso della parte pubblica nella gestione operativa. Tranchant su queste richieste è stato il direttore generale di Federmeccanica!

Ora attendiamo il passo ministeriale che non può essere quello di ripetere l’annoso balletto che ha accompagnato negli anni il lento declino dello stabilimento, definito da tutti strategico per il Paese.

Se si sta sul fronte dei cosiddetti bresciani, che rappresentano la parte più rigida della cordata, quale sarà il il destino dell’area fusoria di Taranto? Che fine farà la grande siderurgia del Paese? Come affrontare il problema di 4.800 dipendenti in esubero e di altrettanti 2.500 indiretti?

I Sindacati stessi risultano disarmati ed impotenti, logorati da anni di chiacchiere, promesse, impegni, mobilitazioni. In questi giorni non hanno trovato di meglio che riverniciare un vecchio slogan (Taranto è l’Italia) e richiedere un tavolo di confronto addirittura al Quirinale!

Il territorio, da Taranto alla Puglia, le sue Istituzioni, si sono limitati a rincorrere le vicende assecondando più i titoli delle cronache giornalistiche che non i nodi della intera vicenda. L’aria di alcune elezioni locali e quella non lontana del Parlamento nazionale inizia ad ammorbarsi con i rinvii, con i “Vedremo”…con le attese e le verifiche…anche alla luce della sentenza dei giudici milanesi che hanno decretato la morte dell’altoforno e colpito al cuore l’intero complesso tarantino. Ecco perché il ricorso che hanno presentato i Commissari potrebbe essere funzionale all’attesa dell’evoluzione dei fatti e delle cose.

Taranto tra cordata privata e opzione Jindal

Il gruppo dei privati, chiarissimo nei paletti ma ancora vago negli impegni, si troverebbe a dover ricercare, di volta in volta, sui mercati internazionale le tonnellate di bramme necessarie a far funzionare i treni per i coils e per le lamiere. Una operazione non facile, complessa e non programmabile, e soprattutto scarsamente remunerativa per la catena del valore aggiunto da riservare a Taranto e agli stabilimenti collegati di Novi, di Racconigi e di Marghera.

Lo stesso Marcegaglia ha messo le mani avanti. Pronto ad impegnarsi, qualora l’operazione andasse a buon fine, a far trasformare 100 mila tonnellate semilavorato “in conto trasformazione”. Chi è del mestiere sa che da una operazione simile i margini di utile per chi trasforma sono risicatissimi. Addio utili, ammortamenti, revamping, gestione.

Sull’altro fronte rimane il colosso anglo-indiano del Gruppo Jindal. Noi – dicono e scrivono – siamo pronti a rilevare l’intero stabilimento di Taranto (area a caldo e fusoria compresa) e gli stabilimenti della filiera. Gli impianti sotto fermo giudiziario per il momento non sono funzionali al nostro progetto. L’acciaio e le bramme necessarie al funzionamento dei reparti a freddo viene garantito dai nostri stabilimenti e soprattutto dall’impianto del vicino Oman.

Poi, a bocce ferme, si potrà valutare un nuovo altoforno di ultima generazione, affiancandogli un mega forno elettrico in grado di compensare l’intera potenzialità degli impianti di laminazione e di finitura. Un forno elettrico gigantesco che si aggiungerebbe a quello in programma a Piombino da parte di Metinvest e Danieli. Due giganti affamati di rottame e di preridotto, installati in stabilimenti attrezzati di porto e di trasporti logistici all’avanguardia! Un plotone di esecuzione per le decine di miniacciaierie private italiane sparse qua e là sul territorio e nelle vallate del Nord.

La gara che inevitabilmente il Ministero dovrà aprire a breve per assegnare Taranto dovrà chiarire il tutto, dare prospettiva al vincitore con la trasparenza degli atti, con le certezze dei termini in coerenza con gli impegni di ammodernamento del Paese.

Se poi aggiungiamo i progetti ormai avanzati delle infrastrutture Medio Oriente – Mediterraneo in oleodotti e in gasdotti con il prossimo futuro sfruttamento dell’immenso bacino d’acqua sotto il Sahara libico si capisce che la partita di Taranto va giocata con saggezza ed abilità.

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