Guai a illudersi. Nella migliore delle ipotesi ci vorranno anni per tornare ad un equilibrio tra offerta, domanda e prezzi dei prodotti petroliferi. Anni, e solo se tutto andrà per il verso giusto, per spegnere quelle le pressioni al rialzo dei costi energetici in tutto il mondo che stanno frenando vistosamente il benessere delle economie. Insomma, Hormuz continuerà a tenerci sulle spine anche nell’ipotesi, altamente incerta, di un accordo duraturo per la fine delle ostilità tra America e Iran con un parallelo di componimento delle tensioni su quel quadrante che hanno Israele e i suoi interessi come epicentro. E se invece il conflitto tra Usa e Iran dovesse riaccendersi, come da tutti temuto con solide giustificazioni, le terapie anticrisi che hanno finora arginato lo shock petrolifero potrebbero lasciare posto ad un vero crac.
Il duro altolà viene dell’Agenzia internazionale per l’energia (Iea) nel suo ultimo rapporto mensile “The Energy Mix”, datato 29 giugno, che snocciola numeri e cifre davvero inquietanti.
Tutti i numeri dell’onda lunga
I prezzi del petrolio sono diminuiti notevolmente nelle ultime settimane grazie alle petroliere che riescono finalmente ad uscire dallo stretto, che rimane tuttavia accidentato. Le pericolose sequenze di mine devono essere bonificate, le procedure di sicurezza continuano a drenare attenzioni e risorse, i contratti assicurativi si decongestionano ma non del tutto. L’effetto di trascinamento di tutto ciò sarà comunque lungo. E comunque i grandi consumatori di prodotti petroliferi continuano a tarare al ribasso la loro disponibilità. Tant’è che l’ultima previsione della Iea segna una diminuzione della domanda globale di petrolio di quasi 5 milioni di barili al giorno nel secondo trimestre di quest’anno rispetto allo stesso periodo del 2025.
La strategia di emergenza che grandi paesi consumatori sono riusciti a mettere in atto consola e inquieta allo stesso tempo. Vero è che alcuni grandi produttori del Golfo hanno utilizzato percorsi alternativi per la loro offerta vai passando lo stretto. È anche vero che tutto ciò, combinato con le impennate dei listini, gonfiato molte casse petrolifere, in particolare quelli degli Stati Uniti, in prima fila tra coloro che dalla situazione hanno tratto corposi extraprofitti. Ben accompagnati, a quanto si sa, dai russi, grazie alle loro rotte di esportazione parallele e non del tutto censite con cui sono riusciti a scavalcare almeno parzialmente le misure sanzionatorie.
Una tensione ad ampio spettro: dai listini alle riserve
Ma è anche vero che per arginare la crisi il mondo ha attinto in maniera corposa alle riserve petrolifere, cosa che comprensibilmente non potrà ripetersi né durare a lungo anche perché il saldo delle riserve prelevate e quelle rimpinguate rimane tuttora negativo. Sul breve termine il momentaneo sblocco di Hormuz sta fornendo segnali positivi. Negli scenari globali c’è poco da consolarsi. Tutto il mondo e destinato comunque a soffrire.
Sono molti i numeri che avvalorano l’allarme della Iea. “La bolletta energetica delle importazioni del sud-est asiatico – si legge nel rapporto della IEA – dovrebbe salire a 400 miliardi di dollari entro il 2050, pari al 5% della sua economia”. La domanda globale di petrolio è prevista quest’anno in calo di 1,1 milioni di barili al giorno su base annua rispetto agli oltre 110 milioni di barili al giorno ante-crisi Hormuz, con una correzione al ribasso di 700mila barili al giorno rispetto al precedente rapporto mensile della Iea.
Le prospettive così corrette? Le consegne del secondo trimestre 2006 sono crollate di 5 milioni di barili al giorno su base annua che saranno recuperati solo parzialmente nel 2027, che nelle previsioni segnerà un rimbalzo che non raggiungerà la metà, 2 milioni di barili al giorno. In tutto ciò l’offerta globale è destinata a scendere di quasi 4 milioni di barili al giorno, portandosi a circa 102 milioni di barili al giorno nel 2026 per poi recuperare quota 110, solo se tutto andrà davvero bene, solo nel corso del 2027. Non consolano le scorte. La loro diminuzione è accelerata maggio passando a 143 milioni di barili con una contrazione di 4, 6 milioni di barili al giorno rispetto a 74 milioni di barili (-2, 5 milioni di barili al giorno in aprile.
Nel frattempo “i minori utilizzi di greggio delle raffinerie in Cina, Medio Oriente, Eurasia e altrove in Asia, diminuiti di oltre 5 milioni di barili al giorno su base annua nel secondo trimestre del 2026, hanno trasmesso questo shock dell’offerta nei mercati dei prodotti” conferma l’Agenzia internazionale per l’energia. Insomma, le fosche previsioni di molti analisti si stanno avverando: la crisi di Hormuz avrà davvero un’onda lunga, comunque andranno le cose.
