Il private equity in Italia si conferma un acceleratore decisivo per la crescita delle medie imprese familiari. Non solo capitale, ma anche organizzazione, managerialità e apertura ai mercati internazionali. È questa la fotografia del nuovo studio dell’Area Studi Mediobanca realizzato con la Liuc Business School e la Aifi attraverso il Private Equity Monitor (Pem).
Il dato chiave è semplice: le imprese partecipate dai fondi sono già più solide della media, ma soprattutto crescono molto più velocemente nei due anni successivi all’ingresso dell’investitore.
Private equity e imprese familiari: cambia il modello di crescita
Negli ultimi vent’anni il rapporto tra private equity e imprese familiari italiane è cambiato: da operazione finanziaria a alleanza industriale per la crescita. I fondi non lavorano più solo sui costi, ma affiancano le imprese su sviluppo, internazionalizzazione e management. Anche le family business puntano sempre più a crescere in dimensione e complessità organizzativa.
Le priorità delle imprese familiari lo confermano chiaramente: il 46% punta all’introduzione di nuove competenze manageriali, il 34% alla crescita tramite acquisizioni e il 33% al passaggio generazionale. Accanto a queste strategie restano presenti, anche se meno diffuse, l’apertura del capitale a investitori finanziari (10%), a partner industriali (5%) e la possibile cessione dell’attività (7%).
Resta tuttavia un elemento strutturale di fragilità: molte imprese familiari italiane sono ancora caratterizzate da modelli di governance molto accentrati, con pochi manager esterni e una limitata propensione al cambiamento. In questo scenario il private equity interviene come acceleratore di evoluzione organizzativa, portando competenze, metodo e maggiore apertura gestionale.
Private equity in Italia: 20 anni di operazioni su 319 medie imprese
L’analisi Mediobanca–Private Equity Monitor (Pem)–Aifi analizzato nel dettaglio 319 medie imprese manifatturiere familiari italiane nel periodo 2001-2021, in cui sono entrati complessivamente 148 investitori finanziari.
Nel tempo, la struttura degli investimenti si è mantenuta piuttosto concentrata: la grande maggioranza, pari all’82,1%, è stata realizzata da fondi di private equity, mentre il 9,4% ha riguardato holding di investimento e la quota restante è composta da club deal e family office.
Anche la tipologia di operazioni mostra una chiara prevalenza di strategie di acquisizione: nel 62% dei casi si tratta di buy-out, cioè acquisizioni di maggioranza, mentre nel 31% dei casi l’intervento è finalizzato alla crescita dell’impresa. Più marginali risultano invece le operazioni di replacement (4%) e di turnaround (3%). Nella maggior parte dei casi, pari all’89%, l’ingresso avviene direttamente nel capitale, mentre nel 7% riguarda la cessione di rami d’azienda e nel 4% operazioni secondarie. In circa il 12% dei casi, inoltre, le imprese diventano protagoniste anche di acquisizioni successive all’ingresso del fondo.
Il mercato, nel frattempo, ha registrato una crescita costante che ha raggiunto il picco nel 2021 con 51 operazioni, in aumento del 42% rispetto al 2019 e 2020 e del 143% rispetto al 2018. Parallelamente, si è rafforzata la presenza degli investitori esteri, passati da circa un quarto del totale nel 2018 al 46% nel triennio 2019-2021.
Le imprese target: più redditizie, più esportatrici e meno indebitate
Il private equity segue una logica molto selettiva. Le imprese target partono infatti da condizioni migliori rispetto alla media. L’Ebitda margin è pari al 12,7% contro 8,5%, l’export arriva al 48,5% del fatturato contro 43,2%, mentre l’indebitamento è più basso con Pfn/Ebitda a 1,4x contro 2,9x.
Anche la dimensione è un fattore decisivo: il 43% ha meno di 30 milioni di fatturato, il 33% tra 31 e 60 milioni, solo il 10% supera i 100 milioni. Il ticket medio si aggira sui 55 milioni. I club deal e i family office puntano su imprese più piccole (30–40 milioni), mentre i fondi sovrani su aziende oltre i 100 milioni.
A livello territoriale, il 60% delle operazioni è concentrato in Lombardia (28,8%), Emilia-Romagna (15,7%) e Veneto(14,7%). Sul piano settoriale prevalgono industria (45%) e beni di consumo (55%).
Dopo l’ingresso del private equity crescita più rapida
L’effetto del private equity diventa ancora più evidente nei due anni successivi all’ingresso del fondo, quando le imprese accelerano nettamente la propria crescita rispetto a realtà simili non investite.
Il fatturato cresce infatti del 25% contro il 9,2%, mentre l’occupazione aumenta del 17,6% rispetto all’1,3% del campione di controllo. Ancora più marcata è la crescita della dimensione complessiva dell’azienda, che registra un +81,9% contro il +13,8%. Nonostante la forte espansione, la struttura finanziaria rimane equilibrata, con un rapporto tra debito e capacità di generare utili pari a 2,4x, al di sotto della soglia di attenzione fissata a 3x. Anche la provenienza degli investitori incide sui risultati: gli operatori esteri ottengono performance superiori rispetto a quelli italiani, con un +22,6% di fatturato contro +14%, +79,1% di attivo contro +51,2% e +18,8% di occupazione contro +12,1%.
Le differenze emergono anche in base al tipo di operazione: i family office si distinguono per la crescita dell’occupazione (+36,7%) e del fatturato (+61,1%), i fondi sovrani per l’espansione della dimensione aziendale (+112,1%), mentre i buy-out incidono soprattutto sulla crescita complessiva dell’attivo (+86,2%). Le operazioni di turnaround rappresentano invece l’unica eccezione negativa, con cali diffusi su fatturato (-20,2%), attivo (-31,8%) e occupazione (-48,7%).
Particolarmente dinamiche risultano le imprese più piccole, sotto i 30 milioni di fatturato, che registrano una crescita del 28,3% del fatturato, del 74,2% dell’attivo e del 18,6% dell’occupazione. Buoni risultati anche per le imprese inserite nei distretti industriali (+22,4%) e per quelle ad alta intensità tecnologica (+21,7% di fatturato e +96,8% di attivo).
Governance aziendale: board più grandi, più giovani e meno locali
L’effetto più strutturale riguarda la governance. I consigli di amministrazione passano da 3,5 a 4,9 membri, fino a 5,5 dopo due anni, mentre i board monocratici scendono dal 20,3% al 4,5%.
Cambia anche la composizione interna: una parte significativa degli amministratori è già presente al momento dell’ingresso (43,1%), ma nei due anni successivi la quota scende al 30%, segno di un ricambio progressivo e di un’apertura a nuove competenze.
L’età media dei board si riduce da 65 a 59 anni, fino a 58, con l’ingresso di manager più giovani rispetto a quelli in uscita (56 anni contro 69). Infine, le imprese diventano meno legate al territorio: gli amministratori locali passano dal 52,9% al 31,4% fino al 24,9%, indicando una crescente apertura verso profili esterni e internazionali.
