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Delfin, l’operazione di Leonardo Maria Del Vecchio è sostenibile finanziariamente? Tre domande su molti misteri

L’acquisto delle quote dei familiari Luca e Paola in Delfin da parte di Leonardo Maria Del Vecchio ha smosso le acque nella holding lussemburghese ma solleva dubbi e perplessità sulla sostenibilità di un’operazione finanziaria su cui ci sono ancora troppi misteri

Delfin, l’operazione di Leonardo Maria Del Vecchio è sostenibile finanziariamente? Tre domande su molti misteri

A norma di statuto Leonardo Del Vecchio jr può davvero rilevare le quote dei familiari Luca e Paola in Delfin anche senza il voto unanime della famiglia? La questione non è peregrina e bisognerà capire come si orienteranno in proposito le autorità del Lussemburgo dove la holding ha sede. Ma, al di là degli aspetti normativi che non sono affatto secondari, è la sostenibilità finanziaria di tutta l’operazione con cui Leonardo Maria Del Vecchio (LMDV), indebitandosi per 10 miliardi di euro con le banche (Bnp Paribas, Credit Agricole e Unicredit) e pagando interessi per nulla trascurabili è diventato l’azionista principale della holding lussemburghese con il 37,5% a suscitare le perplessità e i dubbi del mercato.

Senza addentrarci troppo nelle tecnicalità dell’operazione ci sono almeno tre domande sulla sua sostenibilità finanziaria che nascono spontanee anche nei profani.

La prima domanda è: perché spendere 10 miliardi senza poter cambiare la governance di Delfin? LMDV compra per la modica cifra di 10 miliardi di euro il 25% del capitale di Delfin presentando l’operazione – come ha fatto ieri anche il suo angelo custode Francesco Milleri- per un riassetto e una semplificazione del processo decisionale della holding. Ma la verità è che Delfin è blindata da uno statuto che, ad eccezione della distribuzione dei dividendi, prevede l’unanimità per ogni decisione rilevante e lascia completa autonomia al board e al suo presidente Milleri. Ma allora perché spendere la bellezza di 10 miliardi per contare come prima nella governance e a fronte di una compagine azionaria che passa sì da 8 a 6 soci ma senza garantire un equilibrio duraturo, come si è visto nelle votazioni di lunedì? Mistero.

Seconda domanda: i dividendi delle partecipazioni di Delfin basteranno a pagare gli interessi sul debito di LMDV? Leonardo Maria Del Vecchio risulta avere solo posizioni debitorie nei confronti del sistema bancario non avendo percepito dividendi per lo stallo in Delfin ed essendo il suo patrimonio, a quanto si sa, composto unicamente dalla partecipazione nella holding lussemburghese: Ma se questo è vero come lo è, come si spiega che un consorzio di primarie banche internazionali garantisca a LMDV un prestito monstre come quello previsto per l’operazione di lunedì e per finanziare i debiti già contratti per l’assunzione di diverse acquisizioni nei più svariati campi (dall’editoria alla ristorazione e via dicendo)? Stiamo parlando di un debito complessivo stimabile in 12 miliardi di euro che implica un tasso di interesse di circa 500 milioni l’anno che molto difficilmente il 37,5% di Delfin può ricavare dai dividendi senza dimenticare che – oltre agli interessi – LMDV dovrà poi rimborsare il capitale. C’è un pegno sul pacchetto del 25% di Delfin? Altro mistero.

Terza domanda: MIlleri avalla l’inversione a U della strategia di Delfin? Il Presidente Milleri si è espresso ieri favorevolmente sull’operazione di LMDV pur a rischio di un drenaggio quasi completo di risorse finanziarie e mettendo a rischio anche le partecipazioni finanziarie di Delfin nel Monte dei Paschi (17,5%), in Generali (10%) e in Unicredit (2,5%), chieste come garanzia dalle banche in caso di difficoltà di rientro. Sembra un’inversione a U della strategia fin qui seguita dal gran capo di Delfin: come si spiega? Sarebbe interessante saperlo.

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