Il caso Leonardo, con il braccio di ferro che si è consumato dentro la maggioranza di Governo e che ha portato al cambio della guardia al vertice, solleva una questione annosa sulle nomine nelle aziende pubbliche. Roberto Cingolani, capoazienda uscente del grande gruppo pubblico della difesa, era molto gradito dal mercato ma non era più nelle grazie della Presidenza del Consiglio. Ma a chi spetta scegliere l’Ad di un’azienda pubblica? Al mercato o al Governo se è l’azionista di controllo o almeno di riferimento? Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, che dovrebbe avere voce in capitolo, ha sostenuto ieri una tesi coraggiosa: “La politica non giudica l’operato di un amministratore delegato. Sono i numeri e sono i mercati a farlo”.
Leonardo, l’indipendenza di giudizio fa onore a Cingolani ma Palazzo Chigi non apprezza
Sarebbe bello che fosse così e se si guardasse solo a numeri e mercati il discorso su Leonardo sarebbe facile, visto che in tre anni la gestione Cingolani ha aumentato l’utile dell’85% e in Borsa il titolo ha guadagnato il 410%. In realtà le nomine apicali spettano al Governo e non stupisce che spesso la politica si comporti in modo miope sulle nomine, privilegiando la fedeltà dei manager al di là dei risultati che hanno o no raggiunto. Il caso Leonardo fa scalpore e il mercato nei giorni scorsi ha chiaramente bocciato il cambio della guardia preferendo la continuità. Ma agli occhi di Palazzo Chigi Cingolani si è rivelato troppo indipendente e la Presidenza del Consiglio non gli perdona il progetto Michelangelo Some, cioè lo scudo anti-droni scelto insieme ai partner europei anziché con l’amministrazione Trump che lo vede come fumo negli occhi, e il piano per il supercaccia Gcap di sesta generazione lanciato con inglesi e giapponesi. Apriti cielo. L’indipendenza di giudizio fa onore a Cingolani anche se gli è costata la poltrona. D’altronde è sempre andata così: tra il mercato e la politica vince sempre la politica. Per fortuna il successore di Cingolani è un ottimo manager e saprà riconquistare i favori del mercato. Così come sacrosante sono le conferme di Descalzi alla guida dell’Eni e di Cattaneo alla testa dell’Enel.
La Rai è il tempio della lottizzazione politica, ma il caso Mps dimostra che talvolta anche i privati prediligono il servilismo
I casi di eccellenti manager licenziati perché non graditi al Governo malgrado gli ottimi risultati raggiunti non si contano. Basterebbe pensare alla Rai, il tempio delle lottizzazioni dove i Caligola di turno sono speso riusciti a nominare i loro cavalli con supremo disprezzo dei conti, dell’audience e del ridicolo. Il prevalere della politica sul mercato è una prerogativa delle aziende pubbliche e i manager che accettano incarichi nelle società partecipate dal Tesoro sanno benissimo che devono mettere in conto il rischio politico che può sconvolgere le loro carriere. Del resto se l’azionista pubblico ha il controllo diretto o indiretto della società dove si devono nominare i vertici, c’è poco da discutere. E per la verità, se questo è un vizio delle aziende pubbliche, la cronaca di questi giorni ci racconta che clamorosi casi simili avvengono anche nelle aziende private: il licenziamento di Luigi Lovaglio dal Monte dei Paschi non l’ha voluto il Governo ma l’azionista Caltagirone, che ai suoi manager chiede soprattutto fedeltà indiscussa. Alla faccia dei risultati dell’ex Ceo del Monte.
Però attenzione: l’azionista di controllo, e dunque il Governo nel caso delle aziende pubbliche, ha tutto il diritto di nominare chi crede al vertice purché abbia i requisiti professionali indispensabili, ma se ignora o contrasta le indicazioni del mercato sono guai. Sono guai per la società, per gli azionisti e per i nuovi amministratori che sono costretti a navigare controvento. L’equilibrio suggerirebbe perciò di considerare le varie istanze sul tappeto ma la saggezza, si sa, non è di tutti, soprattutto quando si tratta di spartire poltrone. Che vogliono dire soldi e potere.
