Nella prima seduta del mese di febbraio la grande protagonista sulla scena italiana è Intesa Sanpaolo, che presenta al mercato il proprio Piano d’impresa al 2029 e trascina al rialzo tutto il comparto bancario-assicurativo a Piazza Affari. La banca guidata da Carlo Messina conferma un modello di business a basso assorbimento di capitale, orientato ai ricavi da commissioni e sostenuto da un profilo di rischio contenuto. L’obiettivo è un utile netto da 11,5 miliardi e ovviamente la Borsa approva, anche se i maggiori guadagni non li registra Intesa (+0,22%) ma Bper +3,5%, Pop Sondrio +3,5%, Banco Bpm +3,3%, Mps +3%. In scia bene anche le assicurazioni: Unipol +2,8%, Generali +1,7%. In generale è un lunedì sì per l’indice Ftse Mib di Milano, che sale dell’1% abbondante e riaggancia per un pelo quota 46.000 punti. In difficoltà da canovaccio dell’ultimo periodo i titoli della Difesa: Fincantieri -0,7%, Leonardo -0,6%. Nel resto d’Europa Parigi +0,8%, Francoforte +1%, Londra +1,1%, Madrid addirittura +1,3%.
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Anche Wall Street parte in territorio positivo
Da Oltreoceano invece non si segnalano (per ora…) giocate imprevedibili del presidente Donald Trump, in compenso arriva la notizia che l’indice Pmi manifatturiero accelera a gennaio a 52,4 punti, in un contesto di ripresa della produzione industriale iniziato nel 2022. In dettaglio, l’indice principale del rapporto, l’S&P Global US Manufacturing Purchasing Managers’ Index (PMI) destagionalizzato, ha registrato un valore di 52,4 punti a gennaio, in aumento rispetto al 51,8 del mese precedente e delle attese degli analisti. Forse anche questo fa iniziare bene Wall Street, che arriva a guadagnare fino all’1%. Da segnalare lo sprint di Oracle +1,8% dopo la notizia di altri 50 miliardi di dollari da raccogliere per il cloud legato all’Intelligenza artificiale. Bene anche il Nasdaq +0,7% in una giornata fin qui comunque un po’ contrastata per i titoli del tech: Microsoft -1%, Tesla -2,5%, Apple +2%, Amazon +2,5%, Nvidia -1%.
Euro-dollaro, spread e Bitcoin
Prosegue la sua caduta il Bitcoin, che è sempre meno sexy: la popolare criptovaluta ha perso molto terreno nel weekend e oggi si muove poco sopra i 77mila dollari. Erano 86mila solo giovedì scorso e 126mila ad ottobre 2025, quando era stato raggiunto il massimo storico rispetto al quale oggi il Bitcoin ha perso il 40%. Passando invece alle valute del mondo reale il dollaro recupera sensibilmente terreno rispetto all’euro: dopo aver toccato il cambio a 1,20 nei giorni scorsi, oggi si assesta in zona 1,18, sempre alto comunqu rispetto all’1,16 basso di inizio anno. Risale anche se in maniera davvero impercettibile e irrilevante lo spread Btp Bund, oggi poco sopra i 60 punti base col rendimento del nostro Btp decennale sul 3,47%. Il differenziale tra i titoli di Stato di riferimento italiani e tedeschi torna vicino al pareggio con il dato francese: oggi lo spread Oat-Bund risale di oltre dieci punti percentuali e avvicina quota 60 punti base.
Materie prime a picco, sale solo il… salmone
Giornata nerissima per le materie prime: perde terreno il petrolio ma soprattutto si sgonfia improvvisamente e pesantemente la bolla dell’oro e dell’argento, che dopo aver aggiornato i rispettivi record nelle ultime settimane in questo lunedì vedono crollare le loro quotazioni. Le avvisaglie c’erano già state nella seduta molto volatile di venerdì scorso (la più volatile di sempre considerando i minimi e i massimi intraday, soprattutto per l’argento), ma oggi l’oro perde un altro 4-5% e precipita ben al di sotto dei 5.000 dollari l’oncia, intorno a quota 4.600-4.700 dollari. Ancora peggio fa l’argento che cede fino al 9% e dice arrivederci alla soglia dei 100 dollari l’oncia, retrocedendo sotto gli 80 dollari. Il petrolio da parte sua cade di oltre il 4%: il Brent vale oggi circa 66 dollari al barile mentre il Wti crude oil fatica a difendere quota 62 dollari al barile.
Nella seduta odierna crolla anche di quasi il 20% il gas naturale ma uno spunto insolito lo offre il salmone: anche il pesce in fondo è una commodity e la crescente domanda asiatica e la stagnazione dell’offerta globale hanno fatto schizzare il prezzo di quasi l’11% oltre i 73 dollari al kg. Niente di allarmante comunque, visto che il salmone viene da una consistente fase ribassista nel 2025 grazie al temporaneo aumento della produzione norvegese (a settembre era sceso sotto i 65 dollari, il minimo da 4 anni), ma in questo 2026 tenderà a salire ancora.