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Industria e difesa: la Ue rischia di mancare il bersaglio sul riarmo europeo. Ecco perché

Entro il 2030 la Ue punta a mobilitare 800 miliardi di euro per la difesa. L’impatto sull’industria manifatturiera sarà limitato, con un aumento del pil di circa 1 punto percentuale nei prossimi cinque anni, concentrato in pochi settori chiave

Industria e difesa: la Ue rischia di mancare il bersaglio sul riarmo europeo. Ecco perché

Alla fine di ottobre il Consiglio europeo ha ribadito l’obiettivo di produrre un deterrente militare credibile in risposta al conflitto in Ucraina. Oltre a migliorare le capacità militari, Bruxelles spera che l’aumento della spesa per la difesa si riveli una boccata d’ossigeno per i produttori europei in difficoltà. Gli sforzi per colmare le lacune di capacità hanno l’obiettivo di “rafforzare la competitività industriale e tecnologica dell’Europa, anche per le pmi”.

In totale, gli Stati membri della Ue mirano a mobilitare 800 miliardi di euro per aumentare la spesa per la difesa entro il 2030. La Germania ha annunciato piani separati per spendere un trilione di euro per migliorare la propria infrastruttura militare. Una ricerca riportata da Atradius stima che il pil a livello europeo potrebbe crescere dallo 0,9% all’1,5% se la spesa per la difesa aumentasse dal 2% al 3,5% del pil.

Ciononostante, gli economisti invitano alla cautela rispetto alle affermazioni di un boom manifatturiero legato alla difesa. Ciò che non è in dubbio è la volontà di aggiornare la capacità militare europea.

Readiness 2030: il piano europeo di riarmo

Readiness 2030, il piano di riarmo europeo, mira a raccogliere finanziamenti attraverso due veicoli chiave. L’attivazione accelerata delle clausole di salvaguardia nazionali (Nec, uno strumento per aumentare temporaneamente la spesa per la difesa al di sopra dei consueti limiti di bilancio) dovrebbe raccogliere 650 miliardi di euro. Il programma di prestiti Security Action for Europe (Safe) dovrebbe aggiungere altri 150 miliardi di euro. Entrambi saranno utilizzati per facilitare l’aumento della spesa pubblica per le esigenze della difesa.

Spesa e obiettivi della Nato

Readiness 2030 mira a quadruplicare la spesa corrente, mentre la Nato vuole che i propri membri spendano il 5% del pil per la difesa entro il 2035. Tuttavia, per la maggior parte dei Paesi europei, la spesa aumenterà di circa 0,2 punti percentuali del pil all’anno. L’Italia spera di aumentare la spesa per la difesa di 0,5 ppts in tre anni. Un aumento simile è atteso pure in Francia. Il governo britannico ha dichiarato che la spesa per la difesa passerà dal 2,3% del pil nel 2024 al 2,5% nel 2027. Le eccezioni sono la Germania, dove si prevede che la spesa salirà al 3,5% del pil entro il 2029 dall’attuale 2,4%, e alcuni dei paesi confinanti con la Russia, in primis la Polonia (5%). Al contrario, paesi come la Spagna e il Belgio sono molto più riluttanti ad aumentare la spesa per la difesa al di sopra dei livelli attuali.

Non tutta la spesa va a nuove attrezzature

Inoltre, non tutta la spesa per la difesa, forse nemmeno la maggior parte, è destinata a nuove attrezzature, munizioni o macchinari. Gran parte di questo va a coprire i costi operativi quotidiani. Anche in questo caso, la capacità manifatturiera dell’Europa potrebbe essere mal equipaggiata per soddisfare la crescente domanda, almeno nel breve termine. Pesa la mancanza di capacità sia nelle grandi imprese produttrici di apparecchiature che in quelle più piccole lungo la catena di approvvigionamento, con molti fornitori attrezzati solo per gestire un basso volume di ordini per i clienti domestici. La velocità con cui la domanda è aumentata ha superato la capacità, portando a un notevole accumulo di arretrati nei settori legati alla difesa.

Sfide della supply chain europea

Inoltre, i produttori di sistemi di difesa richiedono un flusso costante di componenti high-tech come i semiconduttori. Tale fornitura è minacciata dalla concorrenza di altri settori e dalle potenziali restrizioni cinesi sull’esportazione di materiali di terre rare, fattori produttivi fondamentali per tutti i tipi di kit militari.  E fino a quando la produzione europea non aumenterà, una grossa fetta degli investimenti europei finirà nelle casse delle società estere, Usa in primis. L’International Institute for Strategic Studies (Iiss) stima che tra febbraio 2022 e settembre 2024 il 48% degli appalti europei per la difesa proveniva da fornitori esteri, con il 34% dagli Stati Uniti.

I vincitori della corsa al riarmo

Nonostante le perplessità, ci saranno chiaramente alcuni vincitori nella corsa europea al riarmo. Un sottoinsieme di settori ad alta intensità di capitale registrerà la maggiore crescita della produzione nei prossimi cinque anni. Comprendono navi e veicoli militari, strumenti aerospaziali, di precisione e ottici e apparecchiature per le telecomunicazioni. Rispetto all’industria manifatturiera, nei prossimi cinque anni questi settori registreranno una crescita della produzione lorda superiore alla media sia nella Ue sia nel Regno Unito.

Impatto sul settore manifatturiero

L’impatto resterà comunque contenuto: il forte impulso a questi settori si tradurrà solo in una lieve ripresa per l’industria manifatturiera nel suo complesso. Ad esempio, il settore aerospaziale rappresenta circa il 2,1% del complesso manifatturiero nella Ue e nel Regno Unito, con strumenti ottici al 2,4%, navi e veicoli militari all’1,6% e apparecchiature per le telecomunicazioni allo 0,5%. 

Ci saranno ricadute positive nei prodotti in metallo, macchinari, nella progettazione e ingegneria informatica. Senza dimenticare i comparti chimico, automobilistico, legno, tessile che partecipano alla catena di approvvigionamento delle attrezzature per la difesa. Ma questi affetti saranno modesti.

Impatto economico complessivo

Nel complesso, l’impatto dell’aumento della spesa europea per la difesa sull’economia in generale sarà positivo ma limitato. Un aumento del pil dell’eurozona di circa un punto percentuale nei prossimi cinque anni non è trascurabile, ma è modesto. Oxford Economics prevede che il moltiplicatore del pil della spesa europea per la difesa sarà in media di 0,6-0,8, il che significa che per ogni euro speso per la difesa, il pil dovrebbe aumentare da 0,60 a 0,80 euro.

Ecco allora che le previsioni ottimistiche di un rinnovamento industriale legato alla difesa sembrano mancare il bersaglio. I benefici più significativi saranno avvertiti da un piccolo sottoinsieme di settori, con ricadute modeste nell’economia reale. Anche se meglio di niente, gli armamenti e la relativa catena di approvvigionamento non riusciranno a invertire la tendenza alla vacillante base manifatturiera dell’Europa.

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