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Vaccini e industria farmaceutica: perché il gap Usa-Ue?

La corsa ai vaccini ha messo in risalto la netta supremazia dell’industria farmaceutica americana rispetto a quella europea. Ma da dove nasce la debolezza della nostra industria? Le ragioni del divario sono almeno tre

Vaccini e industria farmaceutica: perché il gap Usa-Ue?

Qual è la società che, a livello mondiale, investe di più in ricerca e sviluppo (R&S)? E’ Alphabet (holding di controllo di Google) con 23,2 miliardi di euro (2019). Questa ed altre risposte le troviamo consultando il prezioso – è proprio il caso di dirlo – “The 2020 EU Industrial Investment Scoreboard” pubblicato dalla Commissione europea, che censisce le 2500 società che nel mondo hanno maggiormente investito in R&S. L’ultima edizione pubblicata è quella del dicembre 2020 e riporta i dati al 31 dicembre 2019.

E’ uno Scoreboard che aiuta a gettare luce, in generale, su una fondamentale questione: qual è la posizione dell’Unione europea (Ue), rispetto ai suoi principali concorrenti (Usa, Cina, Giappone, e non solo), nei settori più innovativi dell’economia mondiale? Ma in tempo di pandemia, di lotta contro il virus e di vaccinazioni di massa, questa graduatoria alza il velo su un’altra gigantesca questione; ossia, le dinamiche in atto nella cruciale industria farmaceutica. Quest’industria (“Pharmaceuticals and Biotechnology”) è presente con tantissime imprese nella graduatoria in oggetto insieme a imprese di altri settori ad alta tecnologia, quali ad esempio (citiamo): “Software & Computer Services”, “Technology Hardware & Equipment”, “Electronic & Electrical Equipment”, “Software & Computer”, “Automobiles & Parts”.

L’industria farmaceutica, uno dei pilastri della R&S mondiale

Vista dall’Europa e dall’Italia la (gigantesca) questione di cui sopra, diviene particolarmente sensibile considerando il successo americano nella scoperta dei primi vaccini contro la Covid-19: ben tre su quattro (fermiamoci a quelli a tutt’oggi approvati dalle autorità di regolazione europea), anche se nella messa a punto del primo (Pfizer) assai rilevante, com’è ampiamente noto, è stato il contributo di un’azienda tedesca nata come start-up tecnologica a Magonza nel 2008 (BioNTech). Americani sono poi quelli di Moderna e di Johnson &Johnson, mentre europeo è il vaccino di AstraZeneca.

Giunti a questo punto, la domanda diviene: gli investimenti in R&S, così come risultano dallo Scoreboard, giustificano – anzitutto, in termini quantitativi – questo risultato? O la risposta sul divario Usa-Ue chiama in gioco anche altri fattori?

Nell’ampia graduatoria messa a disposizione dalla Commissione di Bruxelles, concentriamo la nostra attenzione sulle prime 100 imprese: per meglio dire, sui primi 100 investitori al mondo in R&S. Ebbene, appartengono all’industria “farmaceutica e delle biotecnologie” ben 23 imprese di questa élite. Certo, il mondo dell’ICT ne piazza nell’insieme un numero maggiore ma, come prima si diceva, tutte queste imprese sono a loro volta suddivise in tante diverse specializzazioni (hardware, software, eccetera). Insomma, nel passaggio fra il secondo e il terzo decennio del XXI secolo il Big Pharma si conferma uno dei principali motori della spesa mondiale in ricerca. Fatto che trova conferma nella cosiddetta “intensità della ricerca” (il rapporto fra investimenti in R&S e fatturato), che per le imprese farmaceutiche e biotecnologiche oscilla intorno al 20%.

La ripartizione geografica di queste 23 imprese (gruppi) ci avvicina all’oggetto del contendere: la leadership statunitense nella corsa al vaccino. Ebbene, 10 sono americane, 5 dei paesi dell’Ue, 4 di paesi europei extra-Ue e, infine, 4 giapponesi. Più nel dettaglio:

  1. la prima in graduatoria – compilata per valore assoluto dell’investimento in R&S – è la svizzera Roche (quasi 11 miliardi di euro investiti nel 2019), che guadagna la nona posizione in assoluto (dopo Alphabet, Microsoft, Huawei, e così via), ma che non è impegnata nel mondo dei vaccini;
  2. la seconda (e decima in assoluto) è proprio Johnson & Johnson con 10,1 miliardi di spesa in R&S.

Gli altri grandi gruppi che, a tutt’oggi, hanno avuto successo con i loro vaccini si collocano così:

  1. Pfizer è la sesta impresa al mondo di questo settore per investimenti in R&S (7,4 miliardi di euro) e sedicesima nella graduatoria generale;
  2. AstraZeneca è la dodicesima (4,8 miliardi di euro) e trentaduesima nella graduatoria generale;
  3. infine, un caso davvero speciale è quello di Moderna, l’azienda nata nel 2010 nel cuore della città universitaria più importante del mondo (Boston). Moderna Inc. non è nella lista delle “prime 100” imprese – utilizzata in questa sede – e non è neppure fra le prime 200 e 300, collocandosi soltanto (si fa per dire) al 375 esimo posto nella graduatoria completa delle 2500 di fonte Ue. Ma quel che conta è la sua spiccata specializzazione, sin dalla nascita, nella “tecnologia mRNA” e il suo spettacolare rapporto fra spese in R&S (388,2 milioni di euro) e fatturato (53,6 milioni), pari al 724,3%.

La corsa al vaccino e il divario Usa-Ue

Per proseguire nel nostro tentativo di dare una prima risposta alla domanda sul gap Usa-Ue, conviene ora aggregare i dati per macro-area. Le dieci imprese americane del Big Pharma hanno investito 54,3 miliardi di euro in R&S nel 2019, contro i 17,3 miliardi investiti dalle cinque dell’Ue (1 francese, 2 tedesche, 1 danese, 1 irlandese) e contro i 28,3 delle quattro extra-Ue (2 svizzere, 2 britanniche, fra cui AstraZeneca che lo Scoreboard censisce in UK). Se sommiamo i valori Ue ed extra-Ue per ottenere un (teorico) valore “Europa” arriviamo a 45,5 miliardi di euro, non distante dagli oltre 50 miliardi americani.

Ma è ragionevole fare questa somma? No, perché le politiche dell’Ue per combattere la pandemia – dai contratti per l’acquisto dei vaccini (con i loro difetti) al Next Generation EU (con le sue opportunità), passando per la sospensione del Patto di Stabilità, eccetera – riguardano i 27 Stati-membri. Così come sono condotti a livello Ue i programmi comunitari per sostenere la ricerca scientifica e tecnologica, pubblica e privata (si pensi a Horizon). Ecco allora che la distanza fra l’investimento Usa e quello Ue è ragguardevole. Possiamo poi ripetere l’esercizio aggregando, sempre a livello di macro-aree, i fatturati: 313 miliardi di euro per le 10 americane contro i 128 miliardi per le 5 Ue (per la cronaca, sono 162 i miliardi per le 4 extra-Ue, grazie soprattutto ai due colossi svizzeri, Roche e Novartis)

Questo non vuol dire che nell’industria dell’Ue non vi siano eccellenze fra le imprese farmaceutiche; anzi, è vero il contrario se pensiamo – per restare alle due più grandi – alle aree terapeutiche coperte dai prodotti di Sanofi e Bayer. E lo stesso può ripetersi per le tante eccellenze tecnologiche presenti nell’industria farmaceutica italiana, che nel suo insieme – ci dicono i dati resi noti da Farmindustria – vale “34 miliardi di euro di produzione” e “investe sempre più nella R&S: 1,6 miliardi di euro”. Significativamente, è un’industria che ora sta lavorando allo sviluppo dei suoi vaccini.

Oggigiorno, poi, sono molte le imprese dell’industria farmaceutica europea ed italiana che, rispettivamente, il commissario Thierry Breton e il ministro Giancarlo Giorgetti stanno coinvolgendo nello sforzo di produrre, sul nostro territorio e su licenza, le tantissime dosi di vaccino che mancano affinché la vaccinazione di massa diventi una realtà. E proprio venerdì scorso, il presidente del Consiglio Mario Draghi, visitando il centro per l’immunizzazione di Fiumicino, ha annunciato il “primo contratto tra un’azienda italiana e un’azienda titolare di un brevetto” per la produzione di un vaccino in Italia.

Politica industriale europea, “Campioni Europei”, e il CERN della ricerca medico-farmaceutica

Ricapitolando. Pur senza sottacerne gli aspetti positivi, è difficile sfuggire all’impressione che, vista in una prospettiva globale al tempo della pandemia, nel caso dell’industria farmaceutica dell’Ue ci si trovi di fronte a quella che Ferruccio de Bortoli ha chiamato “Small Pharma: piccolo non è bello quando c’è la pandemia”. Nell’insieme, citando Romano Prodi, l’attuale situazione è stata stigmatizzata come “una sconfitta dell’industria farmaceutica europea” (L’Economia del Corriere della Sera, 8 marzo).

Che cos’è, dunque, che è andato storto? O, quantomeno, non è andato nella maniera che sarebbe stata desiderabile? Le quantità in gioco (diversi livelli nella spesa in R&S e nei fatturati dell’industria farmaceutica) sulle due sponde dell’Atlantico, insomma, spiegano molto ma non spiegano tutto. E una parte della risposta risiede, forse, in aspetti istituzionali (lato sensu) e, se vogliamo, nelle regole del gioco.

Abbiamo certamente qualcosa da imparare dal modo in cui si sono sviluppati, una volta esploso il nuovo coronavirus, i rapporti fra governo Federale degli Usa e aziende farmaceutiche; rapporti che si sono concretizzati nella prontezza con cui sono stati erogati i (cospicui) finanziamenti pubblici necessari per mettere a punto, in tempi non immaginabili fino al principio del 2020, vaccini efficaci e sicuri rispettando i fondamentali tre trials clinici. E abbiamo qualcosa da imparare dalla via americana allo sviluppo delle start-up tecnologiche grazie al virtuoso rapporto tra ricerca accademica, attività imprenditoriale e sistema finanziario con l’azione dei fondi di venture capital e private equity. Ma anche guardando in casa nostra – l’Ue – abbiamo tutti qualcosa da imparare. Tre fatti stilizzati, fra i tanti.

Primo. Il compianto professor Alexis Jacquemin, già consigliere economico di Jacques Delors alla presidenza della Commissione europea, sottolineò (cito testualmente) “la necessità di formulare una politica industriale europea concertata che permetta di superare le strategie settoriali lungo le linee nazionali, di ridurre le barriere esistenti tra le grandi imprese nazionali (…)”.

Se questa necessità era vera allora (il testo di Jacquemin è del 1987), lo è – credo – a maggior ragione oggi con un’Unione allargata verso Est: un’Unione che è il più grande mercato unico al mondo e che offre così alle imprese quel “campo da gioco (ben) livellato” ove attuare lungimiranti strategie di crescita.

Secondo. I “Campioni Europei” rappresentano lo sbocco naturale di queste dinamiche. In miei precedenti lavori sulla politica industriale europea, come la monografia pubblicata con Routledge, ho avuto modo di classificare questi Campioni in due tipologie: quelli che possono nascere alla maniera di Airbus e STMicroelectronics (collaborazione fra governi europei che mettono assieme i loro rispettivi asset in una determinata industria); e quelli che possono nascere da operazioni di fusione e acquisizione sul mercato (integrando imprese operanti nello stesso core business, come nei recenti casi EssilorLuxottica e Stellantis, e non già le pere con le mele). E accanto ai Champions vanno coltivate le start-up nelle tecnologie di punta, riservando una cura particolare – oggi più di ieri – alle scienze della vita (si pensi all’esperienza dell’italiana Genextra, che investe su scala internazionale).

Terzo. Molti insegnamenti, infine, possono essere tratti dalla storia di successo del CERN di Ginevra, che offre uno straordinario esempio delle virtù della cooperazione fra più paesi nei campi della scienza che si collocano lungo la frontiera del progresso tecnologico. Parliamo di quella ricerca di base dove gli sforzi richiesti in termini di dotazione di capitale – umano, finanziario, tecnologico – vanno spesso ben al di là delle possibilità dei singoli Stati nazionali. Possiamo provare a metterla così: in principio fu la fisica delle particelle; oggi è – e domani ancora sarà – la ricerca medica e farmaceutica contro tutti i coronavirus.

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