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Uscire dall’euro? Sarebbe un disastro sicuro. Ecco perché.

L’idea di Salvini, di Grillo e di qualche esponente Pd di uscire dall’euro per rilanciare l’economia è solo un’illusione tanto pericolosa quanto infondata – Il changeover sarebbe un’operazione molto complessa che provocherebbe il caos, la corsa agli sportelli bancari e la fuga di capitali e porterebbe più debito e inflazione senza regalarci la crescita.

Uscire dall’euro? Sarebbe un disastro sicuro. Ecco perché.

I recenti sondaggi indicano che Matteo Salvini è il politico più apprezzato dopo Matteo Renzi (il distacco dal premier resta però di ben 20 punti). La sua popolarità è in ascesa, così come lo è quella del suo partito. Tra i motivi di questa crescita di consensi vi è la capacità del leader della Lega di proporre ricette chiare e di impatto immediato in un momento drammatico per il paese (il Pil del terzo trimestre è, insieme a quello di Cipro, l’unico tra i paesi dell’eurozona ad avere un segno meno, rispettivamente -0,1% e -0,4%). L’uscita dall’euro, ad esempio, viene indicata come la chiave per far ripartire l’economia perché attraverso la svalutazione della moneta si potrebbe rilanciare la produzione e quindi l’occupazione: una tesi facile che, del resto, ha da tempo conquistato il Movimento 5 Stelle e di recente anche una parte – minoritaria – del Partito democratico.

In realtà, abbandonare la moneta unica non è la soluzione dei mali italiani come prospettato da Salvini. I motivi per continuare a far parte dell’Unione monetaria sono, infatti, molteplici, ma ce ne sono almeno tre che potrebbero essere utilizzati facilmente dai policy-makers per controbattere alle argomentazioni di chi auspica un ritorno alla vecchia lira: in primo luogo, uscire dall’euro non sarebbe affatto facile; in secondo luogo, annullerebbe una serie di vantaggi acquisiti proprio grazie all’adesione all’eurozona, ma soprattutto, e qui veniamo al terzo punto, non ne porterebbe di nuovi, almeno non nel medio-lungo termine. Ma andiamo con ordine.

Innanzitutto, lasciare l’unione monetaria europea sarebbe un’operazione decisamente complessa. E non solo perché andrebbero cambiati i Trattati che prevedono solo l’uscita dall’Unione europea ma non quella dall’Unione monetaria (se questa opzione fosse considerata, gli investitori ne sconterebbero il rischio e i tassi sarebbero molto più alti). Ma anche perché bisognerebbe mettere in moto una macchina organizzativa di dimensioni rilevanti. Basti pensare che, nel passaggio all’euro, per far fronte alle necessità di 300 milioni di cittadini europei, in tre anni furono stampati 15 miliardi di banconote e coniati oltre 50 miliardi di monete. In soli tre mesi, dal 1 gennaio al 1 marzo 2002, furono ritirati dalla circolazione 6 miliardi di banconote e 30 miliardi di monete.  Nel caso in cui si decidesse di abbandonare la moneta unica, quanto tempo occorrerebbe alla Banca d’Italia per mettere in circolazione le lire e ritirare gli euro (considerando che non si può obbligare i cittadini a restituirli)? Difficile rispondere, ma sicuramente non sarebbe un passaggio rapido e i cittadini sarebbero i primi a subirne le conseguenze. A cominciare dalla vita quotidiana. Se il governo, ad esempio, al fine di velocizzare il processo, puntasse ad incentivare l’uso della moneta elettronica o degli assegni, che impatto potrebbe avere una simile decisione su alcune categorie di persone, come i pensionati e i piccoli commercianti, che usano di rado questi sistemi di pagamento? E quale sarebbe quello della mancanza delle monete che servono per pagare i parcheggi o le bibite nelle macchinette?

La macchina organizzativa del changeover non dovrebbe essere solo imponente ma anche per un certo verso “segreta”. Questo perché è difficile pensare di uscire dall’Unione monetaria in modo “democratico”. Una volta annunciato il piano di abbandono della moneta unica, si creerebbe il panico. Ci sarebbe una corsa agli sportelli delle banche e, per chi può – e spesso sono le fasce più privilegiate della società che possono -, un forte incentivo a portare i capitali all’estero per il timore di vedere i propri risparmi convertiti in una moneta più debole: il risultato sarebbe il collasso del sistema bancario. La decisione dovrebbe quindi essere presa all’improvviso, ossia senza una consultazione democratica (a differenza dell’adesione all’euro che invece è avvenuta in modo democratico perché votata dai parlamenti nazionali, in alcuni paesi anche attraverso dei referendum). L’ideale sarebbe a mercati chiusi, durante il fine settimana. Tuttavia, l’implementazione di questa decisione sarebbe comunque complicata perché, una volta fuori dall’euro, proprio per evitare il caos, le banche dovrebbero immediatamente chiudere i battenti. E poi andrebbero introdotti controlli di capitali. Ma per quanto tempo? Molto in realtà. Basti pensare che a Cipro il controllo sul limite di prelievo dai bancomat è durato un anno. Senza controlli sarebbe impossibile procedere al cambiamento e lo dimostra l’esperienza italiana nel settembre del 1992: per cercare di fermare i movimenti di capitale in uscita, i tassi interbancari salirono al 40%.

In secondo luogo, il passaggio alla lira eliminerebbe una serie di vantaggi che la maggior parte dei cittadini considera oramai “acquisiti”. Come quello di avere tassi di interesse bassi, beneficio che deriva dall’essere membro dell’Unione monetaria. Basti pensare che prima dell’adesione all’euro, i tassi di interesse a lungo termine erano al 12%, ora sono sotto il 3%, un calo che ha generato ingenti risparmi di spesa per un paese che ha un rapporto debito/Pil tra i più elevati al mondo. Uscire dall’euro significherebbe ritornare ad una situazione di tassi alti e quindi ad una maggiore spesa per interessi a carico dello Stato: in altre parole, meno risorse per scuole, ospedali, asili nido, e per le famiglie, rate più care del mutuo nel caso quest’ultimo fosse a tasso variabile. Ma anche ad una situazione di maggiore volatilità finanziaria perché ci sarebbero fluttuazioni più ampie del tasso di cambio della nuova moneta. Oltre a dare stabilità, l’appartenenza ad un’area monetaria consente ai singoli paesi di avere, insieme agli altri membri dell’Unione, la forza economica e la dimensione per far fronte a colossi come il Brasile, la Cina o l’India. Distaccarsi significherebbe essere “piccoli” e quindi non contare in un mondo sempre più globalizzato.

In terzo luogo, l’uscita dall’euro non porterebbe i vantaggi sperati, almeno non nel medio-lungo periodo. A cominciare da quelli derivanti dalla tanto auspicata svalutazione. E’ chiaro che nell’immediato, una lira svalutata potrebbe far guadagnare competitività e dare fiato alle esportazioni. Ma se un paese non ha fatto le riforme, ossia non mette sul mercato prodotti che sono competitivi sulla qualità e non sul prezzo, rischia di trovarsi a dover rincorre chi ha un vantaggio sui prezzi maggiore. E sarebbe una rincorsa tutta in salita, soprattutto se a svalutare non fosse solo l’Italia. Se, ad esempio, anche un altro paese decidesse di lasciare la moneta unica per avere un guadagno di competitività, ciò darebbe luogo ad una guerra commerciale che non gioverebbe a nessuno. Tra l’altro, non si può pensare di svalutare la propria moneta in maniera continuata perché altrimenti gli investitori incorporerebbero questa misura nelle loro aspettative e chiederebbero tassi di interesse più elevati, vanificando l’effetto “positivo” di breve periodo della svalutazione.

Ma di quanto dovrebbe ammontare la svalutazione iniziale? La portata dell’operazione dovrebbe essere ampia se ci si basa su ciò che è successo nel passato in Italia. Nel 1992, il cambio lira-marco passò da 765,4 lire del 11 settembre 1992 a 938,7 lire del febbraio 1993 per poi stabilizzarsi su 900 lire nei mesi successivi. In quattro mesi la lira si svalutò del 30%. Si tratta però di uno scenario ottimistico rispetto a quello che potrebbe accadere, perché una cosa è uscire da un sistema di cambi fissi, un’altra da un’unione monetaria. Pertanto, ci si dovrebbe aspettare una svalutazione almeno altrettanto importante, cosa che – sotto certe condizioni – darebbe luogo a maggiore inflazione derivante dall’aumento dei prezzi dei beni importati. A cominciare dalle materie prime come l’energia: in altre parole, bollette più care per tutti.

In conclusione, tornare alla lira non porterebbe nessun vantaggio se non quello di dare alla classe politica un alibi per non mettere in campo riforme costose politicamente, ma necessarie a cambiare in maniera strutturale l’assetto produttivo ed economico del paese. Fuori dall’euro, non ci sarebbe nessuna crescita ma più debito, più inflazione, banche che falliscono, imprese senza credito e famiglie che pagano tutto più caro. Ecco perché prima di domandarsi come abbandonare la moneta unica, bisognerebbe chiedere ai greci perché non sono voluti uscire dall’Unione monetaria, nonostante i sacrifici che hanno dovuto fare.

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