La fantapolitica applicata agli Stati Uniti ha una sua storia e il testo principe rimane It Can’t Happen Here, pubblicato nel 1935 da Sinclair Lewis, primo Nobel americano per la letteratura (1930). Un super populista, Berzelius Buzz Windrip, vince le elezioni del 1936 promettendo prosperità e gloria per il forgotten man, ripristino della tradizione, pace e successo, ma mette subito a tacere il Congresso, ignora la Costituzione e la legge, organizza una sua implacabile milizia, e si arriva presto alla guerra civile, che solo il piccolo giornalista Doremus Jessup aveva visto arrivare.
Dalla distopia degli anni ’30 ai segnali del presente
Erano i giorni del maggior successo fascista, in Italia e Germania e altrove, Windrip ne è una versione in parte diversa e molto americana, ma si è messo a scuola, e con profitto. Traeva traeva ispirazione dal super populista Huey Long, già governatore della Louisiana e senatore, ucciso nel 1935 in un attentato, e che si preparava a sfidare Franklin D. Roosevelt al voto del 1936.
Ci sono vari Doremus Jessup oggi, in Canada in particolare, ma ancor più ovviamente negli Stati Uniti, e anche in Europa e in Italia. Parlare di guerra civile possibile negli Stati Uniti è oggi irrealistico? Sì, probabilmente. Ma non è più assurdo. Vari presupposti che possono a un certo momento e molto in fretta renderla possibile, non necessariamente farla esplodere, ma renderla possibile, si sono già concretizzati. Una recente analisi di Eric Schickler, politologo di fama a Berkeley, li mette in ordine: si intitola “What Donald Trump Has Taught Us about American Political Institutions”, è stata pubblicata dal Political Science Quarterly, ed è un buon punto di partenza. Spiega come e perché il sistema politico americano, con un movimento che ha ormai alcuni decenni di slittamenti mai attentamente rilevati, è arrivato a generare un Trump e una realtà istituzionale molto diversa e assai più fragile rispetto a ciò che ancora molti si illudono che sia.
La miscela esplosiva: partito, teoria dell’esecutivo e Corte Suprema
Nessuno si aspettava quanto è accaduto, e tantomeno gli scienziati della politica, sostiene Schickler. Tre le maggiori componenti della miscela esplosiva: un partito repubblicano populista, metamorfosi avviata mezzo secolo fa e conclusa nel 2016 quando Trump sembrava ancora un corpo estraneo alla storia del partito; la “unitary executive theory”, una lettura della Costituzione incominciata negli anni Reagan e che riduce o comunque riporta nelle mani del presidente l’autonomia di enti creati invece dal Congresso come guardiani insindacabili di settori importanti, i trasporti ad esempio o, caso massimo, la Federal Reserve che governa la moneta; e infine, fondamentale, una Corte Suprema a netta maggioranza conservatrice che ha spianato la strada, soprattutto da quando 20 anni fa è arrivato a presiederla John Roberts, apparentemente uomo di mediazione e di equilibrio, ma in realtà fedele esecutore della strategia della destra repubblicana. Con lui e cinque dei suoi colleghi è venuta a mancare l’istituzione nata per difendere la Costituzione, diventata con poche eccezioni, a maggioranza, l’istituzione per “difendere” l’esecutivo dalla Costituzione.
La crisi dei contrappesi: un sistema istituzionale sempre più fragile
Schickler qui tocca la Corte al volo, solo nella sua conclusione, ma non manca di indicare la centralità dei sommi giudici, membri di una Corte che, ha scritto il New York Times, ha tradito il suo mandato. Ha lasciato del tutto impunita la menzogna trumpiana dei brogli elettorali democratici nel 2020, menzogna che Trump continua a sostenere, mai dimostrata davvero in oltre 60 cause legali ovunque negli Usa, e che è diventata il pilastro del trumpismo: l’uomo del destino fermato soltanto dall’imbroglio, ma solo una pausa. Sono 5 anni che l’ingresso nella corte trumpiana passa solo da una costante e fervente sottoscrizione della teoria dell’imbroglio.
Poi la Corte ha fatto finta di non vedere l’assalto al Congresso del 6 gennaio 2021 per bloccate la ratificazione della vittoria di Joseph Biden, culmine di due mesi di manovre trumpiane per annullare il risultato delle urne. E poi sollevando enormi perplessità si è inventata una totale estensione dell’immunità presidenziale, con la sentenza del primo luglio 2024, per mettere Trump al riparo da ogni conseguenza, tra cui quella del successivo perdono per tutti i protagonisti dell’assalto al Congresso, che non fu incruento come noto. Da allora la Corte continua con poche, parziali eccezioni a spianare la strada al presidente, tra l’altro con un uso del tutto abnorme dell’emergency docket, brevi decisioni preliminari senza spiegazione ma che possono valere anche per un paio d’anni.
Due pareri molto attesi e imminenti riguardano uno i dazi, se o no possono essere decisi senza il via libera del Congresso, al quale la Costituzione affida le regole commerciali, l’altro la costituzionalità o meno della scelta di Trump di restringere lo ius soli, la cittadinanza automatica ai nati sul suolo americano. E vi sono molti altri nodi in lista di attesa alla Corte, e cruciali. “Data la sostanziale natura supina del Congresso a controllo repubblicano, la stabilità della democrazia americana dipende più del dovuto dalla Corte Suprema, che finora non è stata all’altezza del suo ruolo costituzionale”, ha scritto l’Editorial Board del New York Times. Mentre Kate Shaw, giurista all’Università della Pennsylvania, osservava già a maggio come “la Corte forse ritiene di mantenere l’autorità suprema per controllare il non rispetto presidenziale delle leggi, anche se dice sì all’eliminazione di molti altri contrappesi. Ma il rischio è che, quando la Corte deciderà di far pesare la sua autorità, sarà troppo tardi”.
Schickler parla soprattutto della crisi profonda di questi contrappesi, sintetizzati da James Madison nel 1788 con la famosa frase “l’ambizione deve frenare l’ambizione”, che è l’ obiettivo centrale della separazione dei poteri. Il Congresso non è più un potere separato rispetto al potere esecutivo, anche se l’articolo I della Costituzione lo indica come il perno e l’autorità massima del potere federale. Trump grazie all’organizzazione del movimento MAGA, alla miriade di siti e attivisti online, ha potuto e può castigare qualsiasi deputato e senatore che osi opporsi, anche se incominciano ad aumentare. L’idea di un impeachment congressuale comunque non ha senso in questo contesto. La Casa Bianca ha potuto tagliare bilanci di enti federali e ministeri decisi dal Congresso senza interpellarlo, atto che viola la Costituzione e la legge del 1974, e compiere azioni militari importanti (Venezuela) senza consultarlo.
Ugualmente Trump e i suoi consiglieri, che a differenza del 2016 hanno a lungo preparato questa volta il piano di attacco e di “rinascita” del sistema istituzionale americano, non hanno dimenticato la società civile. Quattro settori che contano, e per quasi un secolo hanno rappresentato un contrappeso notevolissimo anche se non hanno certo livello costituzionale, sono stati umiliati e disinnescati: il grande business, con la parziale eccezione del mercato azionario, i grandi media, le università in genere e quelle di élite in particolare, i grandi studi legali. Taglio di fondi, minacce di intervento, richieste di pagamenti riparatori e di gesti propiziatori, cash.
Allo stesso modo sono stati trattati i corpi autonomi del sistema federale, istituiti man mano dal Congresso già dagli annui 20 ma soprattutto dal decennio successivo in poi con sufficiente autonomia per agire al riparo dalle pressioni politiche. La Fed è un caso a sé, naturalmente, ma in parte appartiene a questa categoria. E vedremo, se la sua autonomia viene colpita dal prossimo verdetto della Corte, quali saranno nel medio periodo le conseguenze per il dollaro.
Un modello democratico al limite
Non c’è più insomma il sistema istituzionale americano che ha fatto scuola nel mondo. “Il conseguente potenziale per un crollo (breakdown) del sistema democratico, qualcosa che quasi nessun politologo anticipava solo quindici anni fa – conclude Schickler – è fin troppo realistico oggi”.
Dopo il grave fatto di Minneapolis della settimana scorsa, la donna uccisa che non ha affatto cercato di investire l’agente dell’ICE antimmigrazione, tutto l’esecutivo è insorto in difesa di quest’ultimo, sostenendo il falso, e il vicepresidente JD Vance ha anche dichiarato che ogni agente è coperto dalla “totale immunità” per il comportamento in servizio. Altre cose analoghe sono venute da Kristi Noem, ministro della sicurezza interna e capo dell’ICE. Immunità appunto, come Trump. E pensare che glielo aveva detto, agli americani, il generale John F. Kelly, per un anno e mezzo capo dello staff della Casa Bianca di Trump nel 2017-2018 – in pratica primo ministro – perfette credenziali da repubblicano conservatore, ma onesto, glielo aveva detto che Trump non ha neanche idea di che cosa è la Costituzione Americana. C’è da sperare che la Corte Suprema a un certo punto se lo ricordi.
Ma magari, lasciamo che sto popolo di rifiuti umani si auto distrugga con la guerra civile, tutto il mondo starebbe meglio, preghiamo che succeda, voglio vedere gli Usa in fiamme!!!!