L’accordo che Trump ha siglato questa settimana con la farmaceutica Pfizer, che ha generato un rally nel settore, è solo la punta di un iceberg: nei piani del presidente Usa ci sono accordi, non solo con altre aziende farmaceutiche, ma anche con altre nei settori più disparati, dall’intelligenza artificiale, all’energetico, al minerario. Con un obiettivo preciso per Trump: arrivare con un succoso portafoglio di accordi in 20-30 settori critici prima delle elezioni di medio termine.
Questa settimana Pfizer e Trump hanno raggiunto un’intesa che ha scatenato un fulmineo rally sulle azioni del settore: la casa farmaceutica ha ottenuto tre anni di immunità dalle sovrattasse minacciate dalla Casa Bianca, in cambio di sconti sui farmaci e maxi-investimenti nella produzione americana.
Da quell’accordo i dirigenti delle aziende farmaceutiche hanno iniziato a ricevere telefonate quasi quotidiane dal personale della Casa Bianca, tra cui il capo dello staff Susie Wiles, e da alti funzionari di agenzie come il Dipartimento della Salute e dei Servizi Umani e il Dipartimento del Commercio. A Eli Lilly è stato chiesto di produrre più insulina, a Pfizer di produrre una maggiore quantità del suo farmaco antitumorale più venduto, a Ibrance il suo farmaco per il colesterolo Lipitor e ad AstraZeneca, che ha sede a Londra, di valutare una nuova sede negli Stati Uniti, secondo alcune fonti riportate da Reuters. Ma le aziende farmaceutiche sono solo la punta dell’iceberg.
Trump punta a circa 30 settori strategici con aiuti di vario tipo
L’amministrazione Trump sta perseguendo accordi in circa 30 settori, coinvolgendo decine di aziende considerate essenziali per la sicurezza nazionale o economica, tra cui semiconduttori, intelligenza artificiale, informatica quantistica, minerali essenziali, cantieristica navale, energia, produzione di batterie, prodotti farmaceutici e trasporto merci. L’obiettivo di base di Trump è di spostare la produzione negli Stati Uniti, ridurre la dipendenza dalla Cina, rafforzare le catene di approvvigionamento per i prodotti essenziali e contribuire alle casse del governo.
In alcuni casi, l’amministrazione offre sgravi tariffari in cambio di concessioni, garanzie sui ricavi o l’acquisizione di partecipazioni azionarie in aziende in difficoltà o altre forme di aiuto. Trump ha fretta di concludere: gli accordi devono garantirgli vittorie politiche prima delle elezioni di medio termine del 2026.
L’inversione di marcia nel capitalismo americano
Ma non si tratta solo di semplici accordi commerciali. Nel complesso, gli interventi pianificati nell’economia americana invertono decenni di approccio non interventista nei confronti dell’impresa privata, caratteristica distintiva del capitalismo americano. “È sorprendente che un’amministrazione repubblicana ci stia allontanando dal capitalismo tradizionale più di qualsiasi altra amministrazione democratica”, ha affermato John Coffee, professore di diritto societario alla Columbia University di New York.
I critici sostengono che un’incursione così invadente nel settore privato potrebbe sconvolgere l’etica del libero mercato del Paese e mettere il governo nella posizione di scegliere vincitori e vinti. “È contraddittorio che i sostenitori del libero mercato ora appoggino lo stesso modello statale che un tempo criticavano”, ha affermato Aldo Musacchio, esperto di capitalismo di stato e autore di libri tra cui “Reinventing State Capitalism”.
Possibili finanziamenti alle aziende private fino a 250 miliardi di dollari
Per organizzare e finanziare il piano l’amministrazione Trump sta valutando l’ipotesi di affidarsi a un’agenzia federale poco conosciuta, l’International Development Finance Corporation, riporta Reuters. Istituita durante il primo mandato di Trump con il Build Act del 2018, l’agenzia aveva lo scopo di fornire finanziamenti a basso costo per progetti alimentari, sanitari e di altro tipo nei paesi in via di sviluppo. Ma una proposta inviata al Congresso a giugno ne amplierebbe notevolmente l’autorità e la portata: il suo potere di finanziamento verrebbe quadruplicato, passando da 60 a 250 miliardi di dollari, e verrebbe anche istituito un fondo azionario incaricato di sostenere settori chiave. Inoltre ci sono anche da utilizzare quei 550 miliardi di dollari che il Giappone sta stanziando per gli Stati Uniti nell’ambito dell’accordo commerciale, hanno aggiunto le fonti.
Alcune aziende hanno accolto con favore l’approccio, intuendo l’opportunità di attingere ai fondi federali e beneficiare delle iniziative politiche. Altre affrontano con trepidazione i colloqui con l’amministrazione, nel timore di un ingresso a gamba tesa nel loro capitale e di politiche che potrebbero cambiare nel giro di tre anni.
Alcuni accordi hanno già preso forma
Sebbene non esistano due accordi esattamente uguali, il format di quelli già sottoscritti indica la strada per i successivi. Nel recente accordo con MP Materials per esempio, il Pentagono ha acquisito una quota del 15% attraverso il Defense Production Act dell’era della Guerra Fredda, ha stabilito un prezzo minimo per i futuri acquisti statunitensi di minerali essenziali e ha convinto Apple a impegnarsi in un accordo di acquisto a lungo termine da 500 milioni di dollari per i suoi magneti riciclati.
L’amministrazione ha fatto ricorso a diverse fonti di finanziamento per finanziare alcuni accordi. Nel caso di Intel, ad esempio, ha trasformato una sovvenzione erogata ai sensi del Chips Act in una partecipazione del 10% tramite il Dipartimento del Commercio. All’inizio di questa settimana, l’amministrazione Trump ha acquisito una quota del 5% in Lithium Americas e una quota del 5% nella joint venture Thacker Pass con General Motors che è destinata a diventare la più grande fonte di litio nell’emisfero occidentale. Infine, proprio oggi, le azioni Usa Rare Earth sono balzate del 10% nelle contrattazioni pre-mercato dopo la notizia secondo cui l’amministratore delegato della società mineraria, Barbara Humpton, avrebbe dichiarato che la società era in trattative serrate con la Casa Bianca.
