“Con effetto immediato, qualsiasi Paese che intrattenga rapporti commerciali con la Repubblica Islamica dell’Iran dovrà pagare una tariffa del 25% su tutte le transazioni commerciali effettuate con gli Stati Uniti d’America. Questo ordine è definitivo e vincolante”. Con un post su Truth Social, il presidente Donald Trump ha annunciato una nuova stretta economica contro Teheran, mentre nel Paese proseguono le proteste represse con la forza dalle autorità.
La misura non colpisce solo l’Iran, ma si estende a cascata su decine di Paesi che mantengono relazioni commerciali con la Repubblica islamica, dall’Asia all’Europa, Russia e Cina in primis. Secondo la stampa statunitense, l’impatto immediato rischia di tradursi in un aumento dei prezzi per i consumatori americani su beni importati da partner chiave come Cina, India, Russia, Turchia e Iraq. Anche diversi Paesi europei, Italia compresa, restano esposti per i legami economici con Teheran.
Pechino respinge la mossa Usa: “difenderemo i nostri interessi”
La reazione della Cina è arrivata subito. Pechino ha condannato la decisione di Washington definendola un’ulteriore escalation delle tensioni economiche globali.
A fissare la linea è stata la portavoce del ministero degli Esteri Mao Ning, che nella consueta conferenza stampa ha ribadito la “ferma opposizione” della Cina alle guerre tariffarie. Pechino, ha assicurato, “salvaguarderà con decisione i propri diritti e interessi legittimi“, ricordando che, secondo la posizione cinese, “non ci sono vincitori nelle guerre tariffarie”.
Il Pentagono prepara le opzioni
Dietro la mossa commerciale, la Casa Bianca continua a muoversi su più piani. Il New York Times riferisce che Trump starebbe valutando anche canali diplomatici con l’Iran, senza però escludere l’uso della forza per fermare la repressione interna. In questo quadro, il Pentagono ha presentato al presidente una gamma di opzioni più ampia rispetto a quanto emerso finora.
Tra gli scenari sul tavolo figurano interventi contro il programma nucleare iraniano, che andrebbero oltre i raid aerei già condotti a giugno, e azioni contro i siti di lancio di missili balistici. Tuttavia, secondo le fonti citate dal quotidiano, le ipotesi considerate più probabili restano operazioni mirate, come un cyberattacco o un’azione contro l’apparato di sicurezza interno accusato di usare forza letale contro i manifestanti. Qualunque decisione, viene precisato, sarebbe a distanza di alcuni giorni e comporterebbe il rischio di una dura rappresaglia da parte di Teheran.
“Lasciate l’Iran subito”: l’allarme per i cittadini americani
Nel frattempo Washington ha alzato il livello di allerta per i propri cittadini. Il Dipartimento di Stato e l’Ambasciata virtuale degli Stati Uniti a Teheran hanno diffuso un avviso urgente invitando gli americani presenti nel Paese a partire immediatamente, citando l’intensificarsi delle proteste, le violenze diffuse e il blocco di internet.
Le autorità statunitensi avvertono di continue interruzioni delle comunicazioni e del rischio concreto di interrogatori e detenzioni, soprattutto per chi possiede una doppia cittadinanza, che l’Iran non riconosce. In assenza di una rappresentanza diplomatica americana sul posto, l’assistenza è limitata ai soli servizi di emergenza garantiti dall’ambasciata svizzera.
Un Paese isolato e in fiamme
Sul terreno, la situazione resta confusa e frammentaria. Le manifestazioni anti-regime, inizialmente innescate dal caro vita, vanno avanti da settimane e sono state represse nel sangue. Secondo la Human Rights Activists News Agency, oltre 10.700 persone sono state arrestate in due settimane di proteste. Il governo iraniano sostiene di aver riportato l’ordine, ma il blackout informativo rende impossibile una verifica indipendente.
Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha giustificato l’interruzione di internet parlando di “operazioni terroristiche guidate dall’estero”, mentre le organizzazioni per i diritti umani accusano il regime di voler nascondere una repressione che avrebbe causato centinaia, se non migliaia, di morti. Le notizie che filtrano alimentano titoli drammatici sui media internazionali: la Cnn ha parlato di “più cadaveri che sacchi per metterceli”, mentre Fox News descrive l’Iran come “un regno del terrore”.
Intanto, da Teheran arrivano segnali contraddittori: fonti vicine al potere si dicono pronte “alla guerra o al dialogo” con Washington. L’Iran appare ormai sempre più intrappolato in una spirale che rischia di travolgere tanto la stabilità del Paese quanto gli equilibri regionali e globali.