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Transizione energetica: più chiarezza ma troppi equivoci e inganni

La novità positiva del G20 di Roma e del Cop26 di Glasgow non sta tanto negli accordi raggiunti ma nella maggior chiarezza e consapevolezza della complessità della transizione green – Basta con la retorica – Essenziali le tecnologie e la capacità di coinvolgere la finanza privata per una svolta simile a quella del vaccino anti-Covid

Transizione energetica: più chiarezza ma troppi equivoci e inganni

Il recente G20 di Roma e il Cop26 ancora in corso a Glasgow hanno segnato una svolta nelle politiche mondiali di contrasto al cambiamento climatico. E questo progresso consiste non tanto negli accordi raggiunti, come ad esempio l’accettazione del limite di 1,5 gradi di aumento massimo della temperatura, o nello stop alla deforestazione, ma soprattutto nella maggiore chiarezza che si è raggiunta sulla complessità del problema e sulla possibilità di affrontarlo con gradualità e con strumenti adatti. 

In altre parole sono state poste le basi per una realistica visione sia dal punto di vista politico che sotto l’aspetto delle tecnologie e della relativa governance. 



Sono stati superati alcuni estremismi degli attivisti green che spingono verso soluzioni immediate che, se attuate, provocherebbero una gravissima crisi economica e sociale sia nei paesi avanzati che in quelli meno sviluppati. 

Ma c’è ancora molto da fare, soprattutto dal punto di vista culturale. Per far capire bene alla pubblica opinione quali sono i nodi da sciogliere, occorre smettere con la vulgata alla Greta Thumberg, che vede i grandi della terra come “nemici “ del clima contrapposti al popolo che invece vuole salvare il pianeta riducendo le emissioni di Co2, anche al prezzo di cambiare le economie e gli stili di vita di tutti gli abitanti del globo. Insomma, secondo costoro, i ricchi dovrebbero adottare stili di vita austeri e i poveri accontentarsi di rimanere poveri! 

In realtà i capi dei governi portano ai vertici mondiali la responsabilità di soddisfare le richieste delle loro popolazioni che non sono certo inclini a fare sacrifici. Così l’India non sfida affatto il resto del mondo, come recitava il titolo di apertura di un grande giornale italiano, ma cerca semplicemente di salvaguardare il proprio ritmo di sviluppo per fare uscire dalla povertà assoluta una parte rilevante dei propri abitanti. 

Anche la Cina è sotto attacco perché è diventata la fabbrica del mondo, e come tale è la principale responsabile delle emissioni di Co2 con quasi il 25% del totale annuo, quando l’intera Europa è al di sotto dell’8%. Questo è avvenuto perché i paesi sviluppati hanno portato in Cina parte delle proprie fabbriche più inquinanti. Comunque certe opzioni che vengono avanzate per costringere la Cina ad aderire ai progetti internazionali che prevedono emissioni zero all’incirca intorno al 2050, sono come minimo inefficaci o addirittura dannose. 

Si parla infatti di colpire con dazi le produzioni cinesi fatte con sistemi inquinanti per proteggere le aziende che producono in modalità green in Europa o negli USA. Ad esempio poiché la Cina produce oggi il 50% di tutta la produzione mondiale di acciaio, mentre nel resto del mondo le acciaierie una volta passate al gas o all’idrogeno avrebbero costi molto superiori, si propone di mettere un bel dazio sull’acciaio cinese per proteggere le nostre fabbriche. Ma cosa succede agli utilizzatori di acciaio e poi ai consumatori che dovrebbero sopportare un forte aumento dei prezzi di certi beni? 

È solo un esempio tra i tanti che si possono fare per capire che la transizione green comporterà comunque uno sconvolgimento dei prezzi relativi dei beni e che questo potrebbe avere  ampie ripercussioni sia all’interno dei vari Stati che tra i vari paesi che hanno diverse fasi di sviluppo. 

 Questo ci introduce al secondo grande problema che è ben lontano dall’essere risolto e cioè quali tecnologie possiamo usare e quale governance mettiamo in piedi per assicurare una transizione green equilibrata e fuori da ingannevoli infatuazioni che porterebbero a un immenso spreco di denaro senza risultati apprezzabili. Finalmente, anche grazie al presidente Draghi e al ministro Cingolani, si comincia a capire che le sole produzioni rinnovabili non riuscirebbero ad assicurare una completa decarbonizzazione perché sole e vento non ci sono sempre, e perché le batterie per immagazzinare energia ancora non esistono e sono molto costose. Dovremo quindi procedere con la cattura della Co2 emessa dalle centrali elettriche o dalle fabbriche, utilizzare il gas per gestire un lungo periodo di transizione, e puntare nel medio periodo sul nucleare di nuova generazione per avere energia pulita e poter fare l’idrogeno con il quale muovere i trasporti. 

Ci sono poi i problemi che riguardano il modo di finanziare gli imponenti investimenti necessari all’abbandono dei combustibili fossili. Certo non tutto potrà essere fatto dal settore pubblico. Bisognerà quindi coinvolgere i privati, cosa possibile solo se ci saranno concrete prospettive di un positivo ritorno dei loro investimenti. Del resto Bill Gates ha dimostrato nel suo recente libro che il vero salto nel cambio delle fonti energetiche è avvenuto quando le nuove fonti si sono dimostrate più convenienti di quelle vecchie, e quindi in grado di generare maggiori profitti o prezzi dei prodotti più bassi. 

Ne discende che una vera politica di cambiamento delle fonti energetiche non potrà avvenire contro il mercato, ma al contrario sarà possibile solo se i privati saranno indotti ad investire massicciamente nelle nuove tecnologie green. Ma queste tecnologie esistono? Purtroppo in molti casi siamo ancora alla fase di studio o alla costruzione di impianti sperimentali. Ne deriva quindi che lo Stato, ed anzi la comunità degli Stati, dovrebbero concentrare gran parte dei loro sforzi finanziari nell’innovazione e nella ricerca come si è fatto per il vaccino anti COVID, creando nel contempo una governance mondiale per mettere poi i risultati di queste ricerche a disposizione di tutti, evitando così il rischio di un arrocco nazionalistico per avere vantaggi competitivi. 

I singoli Stati dovrebbero anche concentrarsi sulle politiche di riassetto dei loro territori per metterli in grado di sopportare senza troppi danni gli effetti di un cambiamento climatico che anche se fosse possibile contenere, sarebbero comunque rilevanti, come già si osserva in varie parti del globo. 

Quello che conta ora è procedere con chiarezza, evitare dichiarazioni di retorica allarmistica (abbiamo poche speranze, siamo all’ultimo miglio ecc) che inducono solo sfiducia da parte dei cittadini nei governanti e li spingono spesso a fare cose inutili e dannose. Ci sarebbe invece bisogno di indurre nelle popolazioni fiducia sul fatto che la questione climatica viene gestita con ponderata determinazione, evitando di richiedere sacrifici inutili ma avendo la ragionevole sicurezza che entro qualche decennio potremo avere risultati ben visibili di salvezza del nostro pianeta. 

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