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Streaming: Netflix, Amazon, Apple a caccia di contenuti da portare sullo schermo

Lo streaming, con i suoi 10 dollari al mese, ha fatto a pezzi la Tv via cavo e adesso c’è la corsa ai contenuti per alimentare le attese degli abbonati

Streaming: Netflix, Amazon, Apple a caccia di contenuti da portare sullo schermo

Il meteorite dello streaming

Ogni giorno gli abbonati di Netflix trovano un nuovo contenuto, film, serie Tv, documentario e via discorrendo. Pressoché lo stesso accade con Amazon Prime, in modo più frugale. Adesso ha iniziato anche Apple. E Apple sta facendo le cose in grande, com’è di solito avvezza, soprattutto perché deve convincere il mondo che il suo core business non è più l’iPhone.

Ci sono già HBO, Sky, Lulu che mica scherzano. Il primo ha Il trono di spade e una sfilza di successi da far paura. Il secondo, Sky, è uscito con una miniserie, Chernobyl, che è stata giudicata la migliore mai prodotta. Lulu ha incassato dei riconoscimenti e un successo eccezionale di pubblico e di critica con un contenuto in costume, The Handmaid’s Tale. La serie è tratta da un romanzo distopico di Margaret Atwood e ha portato a casa 9 Emmy awards e due Golden Globes.

A breve arriverà anche Disney che prepara un’entrata coi fuochi d’artificio. Ha investito 20 miliardi di dollari nello streaming e impiegherà tutta la scuderia dei suoi amatissimi personaggi (compreso quelli della Marvel) per trasformarlo in un successo.

Una volta c’era il servizio di streaming, soprattutto di natura e impostazione tecnologica, e c’erano le case di produzione che noleggiavano i loro contenuti a quel servizio. Quest’ultimo staccava ogni anno un lauto assegno per poterli ritrasmettere su Internet. La concorrenza dello streaming, allora, era la TV via cavo, un servizio analogo che però viaggiava su un proprio dedicato canale di comunicazione ed entrava in un terzo delle famiglie americane. Le famiglie ogni mese effettuavano un bonifico di un centinaio di dollari al mese per far parte del club. Alla fine lo streaming, con i suoi dieci dollari al mese, ha fatto a pezzi la Tv via cavo. E gli operatori della Tv via cavo allora si sono buttati nello streaming,

È così è saltato tutto. È saltato tutto anche quando le case di produzione si sono accorte che i servizi di streaming stavano mangiando il loro pranzo. Stavano diventato essi stessi delle case di produzione che poggiavano su un’infrastruttura tecnologica ben oliata e soprattutto stavano seduti su una massa strabiliante di dati esclusivi sul comportamento degli spettatori. Risorsa che è sempre stata considerata il Santo Gral dell’industria del divertimento. Da allora lo streaming è diventato la parola d’ordine di chiunque operi nell’industria culturale, stampigliata anche nei bagni.

La faccenda dei contenuti originali ed esclusivi

Succede così che la corsa a produrre contenuti originali ed esclusivi sembra il gran premio finale della Formula uno dove i piloti e i costruttori hanno tutti gli stessi punti. E il bello è che non è il gran premio degli Stati Uniti, ma il gran premio di tutti i paesi assieme. Ma dove li vanno a pescare tutti questi contenuti per servirli agli abbonati dello streaming? Alcuni sono copioni originali, altri invece sono tratti da fonti letterarie, giornalistiche, saggi, contenuti che hanno già percorso una certa strada nel loro specifico ambito.

Tutto fa brodo. E il bello che la corsa non riguarda solo i contenuti visuali, riguarda anche qualcosa che pareva in via di estinzione, cioè i contenuti vocali di tipo radiofonico o filodiffusivo, cioè audiobook e podcast.

Ecco che le proprietà letterarie (literary estate) di scrittori scomparsi iniziano ad avere il valore dell’oro in tempi di inflazione a due cifre. Il patrimonio letterario di Agatha Christie, scomparsa nel 1976, frutta ancora un introito annuale per gli eredi di 1,8 milioni di sterline.

Quando John Updike morì dieci anni fa, l’agente letterario Andrew Wylie persuase gli eredi del grande romanziere americano a lasciargli gestire l’opera dello scrittore. È stato lo stesso agente a riconoscere che, in quel momento, non aveva grandi aspettative economiche. Pure gli esecutori testamentari avevano molti dubbi, ma lo lasciarono provare.

Ne è venuto fuori un forziere. I romanzi della serie del Coniglio, scritti da Updike, sono stati adattati per la televisione da Andrew Davies, uno dei maggiori sceneggiatori del Regno Unito. Il valore dei diritti dell’adattamento è stato considerevole. Le case di produzione stanno facendo a gara a impossessarsi delle altre proprietà che Wylie rappresenta.

Su Philip Roth, un cliente di Wylie scomparso l’anno scorso, ha messo gli occhi HBO che sta trasformando il romanzo di Roth Il complotto contro l’America (2004) in una serie in sei parti, con Winona Ryder e Zoe Kazan. Si tratta di contratti milionari.

Meglio scrittori morti che vivi per i bilanci degli editori

Mentre gran parte dell’editoria si concentra sui nuovi scrittori e sugli autori in vita, le proprietà letterarie degli scrittori scomparsi da meno di 70/100 anni stanno guadagnando un valore inusitato. Si tratta di un appetito insaziabile, quello dei fornitori di streaming televisivo, per questo tipo di materiale che potremmo definire latamente “classico”. Insieme allo streaming agiscono da propulsori anche la rinascita dell’audio, gli e-book e la globalizzazione dell’industria editoriale. Tutti questi fenomeni, molti più giovani di 10 anni, hanno rafforzato il fascino delle opere letterarie di lunga data.

“L’enorme volume di nuovi libri rende l’industria amnesica, ma molte persone stanno prendendo consapevolezza del valore dei lasciti letterari”. È questa la convinzione che Dan Fenton, capo delle “literary estate” dell’agenzia britannica Peters, Fraser e Dunlop, ha espresso al “Financial Times”.

All’inizio di quest’anno, Wylie ha venduto i diritti di pubblicazione in lingua cinese alle opere del romanziere argentino Jorge Luis Borges, per conto dei suoi eredi, per una somma a sette cifre; 10 volte l’importo che era stato realizzato all’ultima asta nel “lontano 2010”, quando lo streaming vagiva. Le literary estate nel Regno Unito, e in gran parte dell’Europa, possono contare su 70 anni di protezione da copia, a partire dalla morte di uno scrittore, per far fruttare economicamente le opere a beneficio degli eredi.

Miniere d’oro

“Sono miniere d’oro”, afferma Wylie, che rappresenta le proprietà letterarie di autori tra cui Saul Bellow e V.S. Naipaul. Le opere letterarie sono difficili da adattare in un film di un’ora e mezzo/due ore, ma sono ideali per le serie a episodi su servizi come Netflix. “Il lungometraggio non è in realtà il miglior veicolo per opere di una certa complessità nella trama e nei personaggi. Il loro valore letterario si rispecchia meglio in una forma di più lunga durata”, conclude Wylie.

La morte non è stata la fine del valore commerciale di uno scrittore da quando il Copyright Act del 1842 nel Regno Unito — e leggi simili negli altri paesi europei — ha esteso la protezione dell’opera da copia per sette anni dopo la morte dell’autore e per 42 anni dalla pubblicazione della medesima. I termini di scadenza del copyright si sono costantemente allungati.

Negli Stati Uniti i libri pubblicati prima del 1978 sono protetti per un massimo di 95 anni, facendo sì che alcune literary estate escano dallo stretto ambito familiare per divenire dei veri e propri franchising finanziari.

Il primo istinto di molte literary estate dell’età vittoriana e dell’inizio del XX secolo era quello di proteggere la reputazione degli autori, piuttosto che lucrare sulle loro opere. Coniugi, parenti o amici di autori come Alfred Lord Tennyson e T.S. Eliot hanno distrutto documenti o limitato l’accesso agli archivi per impedire al pubblico di venire a conoscenza di quelle che loro consideravano aspetti privati della vita del loro congiunto.

La proprietà Ian Fleming

Questo atteggiamento è cambiato gradualmente a partire dagli anni ’60, sotto la spinta degli studi di Hollywood e della considerazione che alcuni personaggi delle storie erano dei veri e propri brand commerciali. Ian Fleming è scomparso nel 1964, due anni dopo l’uscita del Dr No (007 Licenza di uccidere), il primo film con James Bond. Gli eredi di Fleming affidarono alla Ian Fleming Publications, una casa editrice indipendente di Londra, la gestione del patrimonio letterario dello scrittore londinese e in particolare del personaggio creato da Fleming, James Bond, agente 007.

La Ian Fleming Publications, che detiene tutti i diritti letterari delle opere di qualsiasi tipo basate su 007, nel 1968 pubblicò il primo “romanzo di continuazione”. Fleming era scomparso a 56 anni quattro anni prima. Il compito fu affidato a Kingsley Amis, con la chiara indicazione di non discostarsi dallo stile di Fleming. Uscì così Il colonnello Sun a firma di Robert Markham, lo pseudonimo di Amis.

Un’operazione commerciale azzeccatissima quella di proseguire con cloni di Fleming. Ne nacque uno dei maggiori franchise dell’industria culturale moderna, James Bond, agente 007. Ian Fleming scrisse 12 romanzi e due raccolte di racconti. Tutti sono diventati dei film d successo. Robert Markham e William Boyd ne hanno scritto uno, Christopher Wood, Jeffery Deaver e Anthony Horowitz due, John Edmund Gardner 16, Raymond Benson 12, Charlie Higson 8, Steve Cole e Kate Westbrook 4 ciascuno. Se si tirano le somme solo per gli adattamenti cinematografici, e lo ha fatto Forbes, il franchise di Bond ha incassato oltre 16 miliardi di dollari solo nei 24 film ufficiali. Skyfall ha superato l’incasso del miliardo e 200 milioni di dollari con un profitto di 900 milioni.

Come preservare e continuare un patrimonio letterario

“Il dilemma di tutte le proprietà letterarie è: Svaluteremo il lavoro del nostro antenato inflazionandolo? In realtà l’obiettivo è riportare le persone ad apprezzare i libri senza tempo”, ha affermato al “Financial Times” Jonny Geller, presidente dell’agenzia letteraria britannica Curtis Brown, che rappresenta l’eredità di Ian Fleming. “Nessuno vuole che un fan legga un romanzo di continuazione e finisca per ritenerlo imparagonabile all’originale”. Quindi l’operazione è molto delicata.

Ci sono due approcci a questo dilemma. Il primo è conservativo e l’altro è espansivo. Il primo mira a non snaturare l’opera dello scrittore con allungamenti apocrifi al solo scopo commerciale, l’altro invece tende ad utilizzare la reputazione e la fama dello scrittore per nuove iniziative che si muovano strettamente nel suo alveo stilistico.

Il modo più semplice per valorizzare culturalmente un patrimonio letterario e farlo fruttare è quello di ripubblicare le opere originali, sia in nuovi format come gli e-book e gli audiolibri, sia attraverso la vendita di diritti esteri. Per la maggior parte delle literary estate, tranne che per gli autori più famosi e commerciali, questa è l’unica vera opzione disponibile. “Il lavoro principale — afferma Dan Fenton — è tenere fresche le opere dei classici nelle menti degli editori, quando vanno a stabilire i piani editoriali”.

Per un editore è più facile rendere disponibili i romanzi in formato e-book che a stampa. Inoltre. l’appetito per i classici è cresciuto in alcuni mercati esteri. “C’è un grande interesse per la letteratura anglosassone classica”, ha affermato Lisa Dowdeswell, capo delle literary estate della Society of Authors nel Regno Unito. “In passato, abbiamo faticato a vendere The Go-Between (L’età incerta, 1953) di L.P. Hartley, ma recentemente lo vogliono tutti, soprattutto in Europa”

I romanzi di continuazione

Alcune proprietà letterarie, però, scelgono la strada dei romanzi di continuazione con scrittori in grado di clonare lo stile dell’autore. Ciò però accade nella maggior parte dei casi per scrittori con un forte potenziale commerciale come Ian Fleming o Agatha Christie.

“Per la maggior parte delle literary estate che rappresentiamo non è replicabile il modello Fleming. Non puoi assumere un successore del premio Nobel Naipaul per continuare un romanzo come La curva del fiume” afferma Wylie al “Financial Times”. Ma la confusione che si sta originando tra narrativa letteraria e narrativa commerciale ha reso più facile, per le estate, ingaggiare dei buoni romanzieri in grado di continuare l’opera dei defunti.

Nel 2018, uno scrittore di prima fascia come Lawrence Osborne ha accettato l’incarico della proprietà di Raymond Chandler di scrivere Only to Sleep, una continuazione del Grande sonno di Philip Marlowe. Anthony Horowitz, un altro scrittore affermato, ha pubblicato il suo secondo romanzo con 007, Bond, Forever a day. “In passato, non abbiamo mai ritenuto possibile avvicinare grandi nomi per scrivere romanzi di continuazione di James Bond” ha detto al “Financial Times” Corinne Turner, amministratore delegato della Ian Fleming Publications.

Oltre alla carta stampata ci sono molti altri sbocchi per un libro ben concepito e amato dal pubblico. Non esiste un mezzo più potente ed efficace per stimolare l’interesse per uno scrittore che attraverso la televisione e il cinema. Molti editori stanno cercando di catturare l’interesse di servizi affamati di contenuti come Netflix. Un agente cinematografico pensa però che tali tentativi siano spesso gonfiati di aspettative illusorie. “Non sono convinto che ci sia ancora in giro una literary estate con un valore che nessuno ha ancora compreso. La verità è che Agatha Christie è davvero preziosa, ma ce ne sono poche altre dello stesso valore o di un valore comparabile.”

Il volere delle famiglie

L’ondata d’interesse per i diritti cinematografici e televisivi ha incontrato una battuta d’arresto quando, nel 2011, Chorion, il gruppo inglese che deteneva una quota dei diritti di Agatha Christie e di personaggi come Noddy di Enid Blyton, è entrata in amministrazione controllata. Una vicenda che ha lasciato un segno tra gli addetti ai lavori. “Non funziona se si acquistano i diritti e si ignorano i desideri di una famiglia o non ci si focalizza sulla qualità”, ha affermato Turner al “Financial Times”.

“Alcuni parenti sono felici di ricevere un lauto assegno ogni mese, ma altre famiglie sono più protettive della reputazione dello scrittore”, ha detto al “Financial Times” Dowdeswell della Society of Authors, che gestisce le proprietà letterarie di scrittori come Virginia Woolf e E.M. Forster. Wylie afferma che gli agenti devono essere molto attenti ai desideri degli eredi. “Ascoltiamo con attenzione le persone che hanno beneficiato dell’eredità. Hanno autorità sia legale che culturale”.

C’è anche da considerare il fatto che i maggiori patrimoni letterati sono, alla fine, dei business di medie dimensioni, non business enormi. Le loro finanze sono generalmente private. Quando la Chorion vendette il suo 64% di quota dei diritti sulle opere di Agatha Christie nel 2012, rivelò agli offerenti che i libri della giallista avevano fruttato royalties annuali di circa 1,8 milioni di sterline e commissioni di sindacazione internazionale tra 1,6 milioni e 3 milioni di sterline. Hercule Poirot è ricco, ma non è miliardario.

Buone iniziative e cattive iniziative

Tuttavia, un vitalizio di questa fattura è molto interessante per i discendenti di tali scrittori. La proprietà letteraria della Christie è ora in mano al pronipote James Prichard. Nel Regno Unito i diritti d’autore non scadono prima del 2046. Le famiglie tendono a affidare la gestione quotidiana delle proprietà letterarie a professionisti come Turner. Professionisti che comprendono la missione di proteggere il passato guardando al futuro.

Alcuni sostengono anche che il rischio di rovinare, con iniziative sbagliate, la reputazione di un autore sia esagerato. Si pensa, giustamente, che gli errori saranno dimenticati mentre i successi rafforzeranno l’appeal dei libri originali.

Per esempio, gli eredi di Roald Dahl hanno avallato il musical di successo tratto dal libro Matilda (1988). Uno spettacolo che ha rafforzato la fama dello scrittore gallese. “Un brutto film o un musical mediocre sarà ricordato solo come una fotocopia scadente dell’originale, ma un musical ben fatto, come Matilda, può entrare nel repertorio”, afferma Dominic Gregory, consulente ed ex direttore editoriale della proprietà degli eredi di Dahl.

Dahl, l’autore di Charlie e la fabbrica di cioccolata (1964), morì nel 1990 e la sua proprietà è particolarmente attiva nello sfruttamento dei diritti. Tra le varie iniziative vi è stato anche un accordo con la cioccolateria Rococò per una linea di pasticceria a tema per celebrare il centenario della nascita dello scrittore. “Ci vuole molto coraggio e fiducia nella forza nel lavoro dello scrittore per intraprendere iniziative del genere, ma questi libri sopravvivranno a tutti noi”, ha detto Gregory al “Financial Times”.

Il selvaggio West della corsa ai diritti

Né la proprietà letteraria di Tolkien né quella di Fleming controllano di diritti televisivi e cinematografici dei lavori dei due scrittori. Nel 1968 i diritti d’uso dell’opera di Tolkien, incluso il merchandising, sono stati dati in licenza alla United Artists. Nel 2012 la Warner Brothers è stata citata in giudizio per l’uso di personaggi del Signore degli anelli in alcune slot machine online. Si tratta, dunque, di diritti blindati in un contratto vecchio di 50 anni. Per gli eredi c’è poco da fare.

La serie di film Bond è un’istituzione a sé stante, anche se aiuta moltissimo le vendite dei libri.

Le proprietà letterarie, che di recente hanno sollevato l’interesse dei servizi di streaming, hanno un potenziale vantaggio rispetto alle estate di scrittori già nel carnet di Hollywood. Queste proprietà, diciamo più inesplorate, detengono ancora integralmente i diritti delle opere e possono scegliere quali progetti favorire.

“C’è il selvaggio West nei diritti televisivi e tutti cercano di appropriarsi delle proprietà intellettuali”, ha afferma Geller di Curtis Brown al “Financial Times”. “Siamo qui da 120 anni, abbiamo molto materiale e trattiamo tutto seriamente. Il business delle proprietà letterarie è vibrante”.

Ma non c’è alcuna garanzia di successo. Le proprietà possono essere sovraeccitate quando arriva il loro momento di gloria. Sta di fatto, però, che per ogni adattamento di successo ci sono molti fallimenti. Ma la chance di alcuni libri di sopravvivere ai loro autori è più grande che mai.

“Roald Dahl voleva che le sue proprietà fossero ben gestite, affinché il suo nome non finisse nel dimenticatoio. E in effetti la sua opera è più viva che mai”, conclude Gregory.

Le informazioni di questo articolo sono tratte dall’articolo Death is not the end: the lucrative world of literary estates di John Gapper apparso sul “Financial Times” del 26 luglio 2019.

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