Dopo anni di tentativi falliti tra New York e Londra e il via libera ottenuto da Pechino soltanto a luglio, Shein ha finalmente fissato data e numeri del suo debutto in Borsa. Il colosso dell’ultra fast fashion inizierà a essere scambiato alla Borsa di Hong Kong il 1° settembre, con un’offerta che punta a raccogliere fino a 13,86 miliardi di dollari di Hong Kong, circa 1,77 miliardi di dollari Usa, pari a poco più di 1,5 miliardi di euro. Ma rispetto alle aspettative circolate appena poche settimane fa, le ambizioni sono state sensibilmente ridimensionate. A luglio, dopo l’autorizzazione della China Securities Regulatory Commission, si parlava infatti di una valutazione superiore ai 40 miliardi di dollari. La forchetta indicata adesso porta invece la capitalizzazione massima a circa 27 miliardi di dollari, quasi tre quarti in meno rispetto al picco raggiunto dalla società nel 2022.
Shein metterà sul mercato 280 milioni di azioni, con un prezzo compreso tra 47,60 e 49,50 dollari di Hong Kong. Al livello più alto della forchetta la capitalizzazione raggiungerebbe circa 210,3 miliardi di dollari di Hong Kong, equivalenti a circa 27 miliardi di dollari Usa o 23 miliardi di euro. Il prezzo definitivo sarà comunicato il 31 agosto, alla vigilia dell’esordio sul listino.
Dal sogno dei 100 miliardi alla valutazione da 27 miliardi di dollari
È proprio la valutazione a segnare la principale differenza rispetto allo scenario prospettato a luglio. Quando Pechino aveva finalmente autorizzato la quotazione, le indiscrezioni indicavano per Shein un valore superiore ai 40 miliardi di dollari, con alcune stime comprese tra 40 e 50 miliardi. La Csrc aveva dato alla società il permesso di emettere fino a 341,6 milioni di azioni. Il via libera fissava però un tetto massimo e non rappresentava ancora la dimensione definitiva del collocamento. L’offerta formalizzata ora riguarda infatti 280 milioni di titoli, anche se Shein conserva la possibilità di venderne altri 42 milioni in caso di domanda elevata. In questo scenario la raccolta potrebbe avvicinarsi ai 2 miliardi di dollari.
Il ridimensionamento è ancora più evidente guardando indietro. Nel 2022, durante il boom dell’e-commerce, Shein aveva raggiunto una valutazione privata di circa 100 miliardi di dollari. Era poi scesa a circa 64-66 miliardi tra il 2023 e il 2024. Oggi il valore massimo indicato per l’Ipo è dunque inferiore di circa il 70% rispetto al picco di quattro anni fa.
Anche nelle prime riunioni con gli investitori in vista dell’offerta la società avrebbe inizialmente cercato una valutazione tra 30 e 40 miliardi di dollari, per poi abbassare ulteriormente l’asticella.
Dopo New York e Londra, la strada porta a Hong Kong
L’approdo sul mercato arriva al termine di un percorso particolarmente travagliato. Shein inseguiva l’Ipo da oltre quattro anni, attraversando tre differenti piazze finanziarie prima di arrivare a Hong Kong. Shein aveva inizialmente progettato una quotazione a New York, incontrando però una crescente opposizione politica e regolamentare negli Stati Uniti, soprattutto per le verifiche sulla propria catena di approvvigionamento e sulle condizioni di lavoro in Cina. Successivamente il gruppo aveva rivolto l’attenzione verso Londra, senza riuscire neppure in quel caso a completare l’operazione. Il via libera decisivo è arrivato invece dalla Cina il mese scorso, aprendo definitivamente la strada alla Borsa di Hong Kong dopo circa un anno di verifiche. Sebbene Shein abbia trasferito la propria sede centrale a Singapore nel 2022, gran parte della sua rete produttiva resta radicata in Cina e affidata a migliaia di fornitori, soprattutto nella provincia del Guangdong. Per questo la società continua a rientrare nelle regole introdotte da Pechino sulle aziende con importanti attività nel Paese che intendono quotarsi all’estero.
La nuova quotazione dovrebbe diventare la più grande nuova offerta azionaria realizzata a Hong Kong nel 2026, superando i 751 milioni di dollari raccolti a luglio dalla società di guida autonoma Momenta Global. Secondo i dati Lseg, le nuove quotazioni sulla piazza finanziaria asiatica hanno raccolto circa 41 miliardi di dollari dall’inizio dell’anno, più del doppio rispetto ai 17 miliardi dello stesso periodo del 2025.
A sostenere l’operazione ci saranno anche diversi investitori di lungo periodo. Boyu Capital, Tiger Global, General Atlantic, Tencent, Greenwoods, Taikang Life e UBS Asset Management hanno sottoscritto complessivamente circa 383 milioni di dollari di azioni.
Dazi e crescita in frenata pesano sulla valutazione
Dietro il taglio della valutazione non c’è però soltanto una maggiore prudenza dei mercati. Il debutto arriva mentre il modello che ha permesso a Shein di conquistare clienti in circa 160 Paesi deve fare i conti con crescita più lenta, margini sotto pressione e un contesto commerciale molto meno favorevole. Nel prospetto dell’Ipo la società indica per il primo semestre del 2026 una crescita dei ricavi sostanzialmente in linea con il +1,1% registrato nel primo trimestre, accompagnata da un margine operativo leggermente più basso. A pesare sono l’aumento dei costi commerciali, la pressione sui prezzi, le nuove misure europee sulle importazioni di merci di basso valore e la debolezza della domanda in Medio Oriente collegata alla guerra in Iran.
Il colpo più significativo è arrivato dagli Stati Uniti, dove è stata eliminata l’esenzione doganale “de minimis” che permetteva ai pacchi di valore inferiore a 800 dollari provenienti dalla Cina di entrare senza dazi. Secondo Shein, i prodotti di origine cinese venduti direttamente o attraverso il suo marketplace e spediti negli Usa sono ora soggetti ad aliquote comprese tra il 10% e l’87,5%. Nel primo trimestre dell’anno i ricavi statunitensi sono così diminuiti del 14,3%. Nello stesso periodo Shein ha registrato una perdita trimestrale di 99 milioni di dollari, oltre a un impatto contabile di 328 milioni legato alle azioni privilegiate convertibili rimborsabili.
Sul gruppo rimane inoltre aperto un ampio fronte regolamentare. A fine marzo la società aveva accantonato circa 80 milioni di dollari per procedimenti e controversie, tra cui un’indagine della Federal Trade Commission americana, verifiche europee nell’ambito del Digital Services Act e casi legati alla protezione dei dati in Francia e Irlanda.
Il debutto arriva però in una fase delicata per il modello di business che ha trasformato Shein in uno dei protagonisti mondiali della moda a basso costo. Nel prospetto della quotazione, il gruppo ha indicato per il primo semestre del 2026 una crescita dei ricavi sostanzialmente in linea con il +1,1% registrato nel primo trimestre, mentre il margine operativo è atteso leggermente più basso. Tra i fattori che stanno frenando l’attività figurano l’aumento dei costi commerciali, la pressione sui prezzi, le nuove misure europee sulle importazioni e l’indebolimento della domanda in Medio Oriente legato alla guerra in Iran. Il cambiamento più pesante è arrivato però dagli Stati Uniti con la cancellazione dell’esenzione doganale per i pacchi di valore inferiore a 800 dollari provenienti dalla Cina. Shein ha indicato che i prodotti di origine cinese venduti direttamente o attraverso il proprio marketplace e spediti negli Usa sono ora sottoposti a dazi compresi tra il 10% e l’87,5%.
L’effetto sui conti è stato immediato. Nel primo trimestre i ricavi statunitensi sono scesi del 14,3% e la società ha chiuso il periodo con una perdita trimestrale di 99 milioni di dollari, alla quale si è aggiunto un onere contabile da 328 milioni collegato alle azioni privilegiate convertibili rimborsabili.
Sul gruppo pesano inoltre diversi fronti regolamentari. Shein aveva accantonato circa 80 milioni di dollari a fine marzo per controversie e procedimenti in corso, tra i quali un’indagine della Federal Trade Commission negli Stati Uniti, un procedimento europeo nell’ambito del Digital Services Act e questioni relative alla privacy dei dati in Francia e Irlanda.
Hong Kong mette alla prova il modello Shein
L’Ipo rappresenta quindi contemporaneamente un traguardo e un test. Shein prevede di destinare circa l’80% dei capitali raccolti al rafforzamento della tecnologia, del marchio e della propria presenza globale, mentre una quota più contenuta servirà a iniziative di responsabilità aziendale e ad altre necessità societarie. Gli investitori dovranno però stabilire quanto valga oggi un’azienda che continua a essere uno dei nomi più potenti dell’e-commerce mondiale, ma che non può più contare sulle stesse condizioni che avevano sostenuto la crescita esplosiva degli anni passati.
Il confronto con le altre società del settore fotografa bene il nuovo equilibrio. Alla valutazione massima prevista dall’Ipo, Shein varrebbe circa 0,7 volte le vendite stimate, contro circa 0,4 volte di Zalando, 1,1 di H&M e 4 volte per Inditex, proprietaria di Zara, secondo i dati Lseg.
Il 1° settembre inizierà così la prova decisiva per Shein: capire se il mercato considera il forte ridimensionamento sufficiente a compensare il rallentamento della crescita, l’aumento dei dazi e un controllo regolamentare sempre più stringente.
